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Colin Firth: Sono un padre vecchio stampo

Il premio oscar torna al cinema con una storia di cronaca

Gio 24 Apr 2014 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Ve lo ricordate con quel maglione invernale decorato con una renna ne “Il diario di Bridget Jones”? Da quel film (e da quel maglione) la sua vita è cambiata. O meglio, da quel momento è stato notato dal grande pubblico, nonostante avesse cominciato la sua brillante carriera più di 15 anni prima dell’incontro con Renée Zellweger e Hugh Grant. Da allora premi, riconoscimenti, un Oscar per “Il discorso del Re” e la stella nella Walk of Fame di Hollywood.
A maggio torna al cinema nei panni di un investigatore alla ricerca della verità in quello che fu il caso dei “Tre di West Memphis”, adolescenti tra i 16 e 18 anni, considerati “strani” al giudizio di una conservatrice cittadina di provincia, che nel 1994 vennero condannati per aver ucciso brutalmente tre bambini in un bosco.

Quanto l’ha cambiata l'interpretazione di questo ruolo nel film “Devil’s Knot”?

«Sono stato veramente molto coinvolto dalla storia, che non conoscevo assolutamente prima di leggere il copione. Il titolo calza l’argomento a pennello, sì, credo che la storia sia adeguatamente intitolata. Il “Knot” (nodo) rende giustizia all’aspetto diabolico della vicenda. Incarna tutti i riferimenti connessi ai nodi che sono stati utilizzati per legare i ragazzi, ma naturalmente una volta che s’inizia a guardare la storia da vicino, sembra impossibile da comprendere come quest’infinita serie tortuosa e intrecciata di eventi, misteriosi sotto diversi punti di vista, abbia incrociato il destino di molte persone. Da una parte appare il danno che è stato causato alle vittime e alle loro famiglie, dall’altra il danno che è stato fatto ai tre ragazzi. Come dice il mio personaggio nel film, una delle cose che prendo a cuore è vedere come una città che perde tre dei suoi figli, ne sacrifichi, poi, altrettanti per vendetta».

Il sentir parlare di questi misteri, come padre, quanto la preoccupa?

«La prima cosa a cui pensi quando leggi o senti parlare di una storia del genere è: cosa farei se succedesse a me? E se al posto loro ci fossero i miei figli? Ti rendi conto di quanto certe volte la verità possa essere veramente frustrante e sfuggente. All’inizio delle riprese, infatti, sentivo che per la mia esperienza di vita ero del tutto fuori luogo. Sono passato dal non conoscere la vicenda ad avere qualche nozione. Ancora oggi, non riesco a comprenderla del tutto. Quella mia sensazione di essere perso completamente, era stata intensificata probabilmente dall’incontro con i veri protagonisti. Ho sentito come un’eco di ciò che il mio personaggio aveva vissuto, nonostante investigare fosse il suo lavoro. Inevitabilmente ho trasposto quelle paure su di me e sui miei figli».

Che selezione operate delle notizie che passano i tg lei e sua moglie rispetto ai vostri figli?

«I miei figli sono già in un’età in cui riescono a capire perfettamente tutto ciò che accade intorno a loro. Filtrare o selezionare le notizie non sarebbe di nessun vantaggio, farli crescere in un mondo all’apparenza dorato e privo di crimini sarebbe solo dannoso per loro. Preferiamo il dialogo, commentando insieme magari le notizie che sentiamo al tg, analizzandole e cercando di capire cosa e perché sia giusto e sbagliato».

Come è cambiato il ruolo dei genitori negli ultimi anni?
«Il ruolo dei genitori cambia in proporzione ai cambiamenti della società. I ragazzi di oggi sono sicuramente sovraesposti rispetto a quelli delle generazioni passate. Crescono più in fretta, sono più svegli e recettivi, e anche più stimolati dal mondo esterno. Bisogna avere più attenzioni, stare attenti a cosa guardano in tv e alle influenze di internet anche. Ma sono un padre vecchio stampo, mi piace giocare con loro a calcio, portarli alle partite e che passino un po’ di tempo all’aria aperta».

Sicuramente è a conoscenza dei numerosi casi italiani, della loro risonanza mediatica e dei "pellegrinaggi" che spesso si compiono sui luoghi del delitto: cosa ne pensa? Quanto male fa certa stampa?
«Penso sia di pessimo gusto recarsi nel luogo di un delitto. Non so cosa passi nella testa di una persona per fare una cosa del genere. C’è stampa buona così come stampa dannosa, dipende da come i giornalisti decidono di veicolare le notizie in fin dei conti. Sta a noi poi recepire in maniera critica quello che ci viene trasmesso e analizzarlo in maniera intelligente».

Il premio Oscar, ed in generale i premi, che peso hanno avuto nella sua carriera e nella sua persona?

«Mi piacciono i premi, quando li ottengo. Forse dovrei stare a lucidare quelli che ho ottenuto piuttosto che sognare quelli per cui non sono stato nemmeno mai proposto! Sono fondamentalmente un codice che dice: il film ci piace. Portano grande visibilità all’attore e al film, in particolare alle piccole produzioni. Se fai un film con pochissimi soldi, senza un’adeguata promozione che ti sostiene, i premi fanno da carburante per poter andare avanti. Quindi ben venga ogni tipo di premio che posso ricevere!».   

 



Vive tra Londra e Siena

Colin Andrew Firth, figlio di due professori universitari, è nato il 10 settembre del 1960 in Gran Bretagna, ha recitato in numerosi film di successo come “Il diario di Bridget Jones”, “La ragazza con l'orecchino di perla”, “Love Actually”, “L'importanza di chiamarsi Ernest”, “A Single Man”, “Mamma Mia!”. Nel 2011 ha ricevuto un Golden Globe e il Premio Oscar come miglior attore protagonista per “Il discorso del re”. Dal 1997 è sposato con la produttrice e regista italiana Livia Giuggioli, dalla quale ha avuto due figli: Luca e Matteo. Vive tra Londra e Siena.


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