acquaesapone Ambiente
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Strage di api: umanitā a rischio

Alveari decimati, č in pericolo l’intero equilibrio del pianeta

Gio 24 Apr 2014 | di Maurizio Targa | Ambiente
Foto di 5

Ne parlammo, tra i primi, già quattro anni fa. Ora il problema riemerge in tutta la sua criticità: una nuova ricerca, che secondo la Commissione Europea è lo studio più dettagliato mai realizzato sull’argomento, interessando 17 paesi UE, ha messo in luce che la morìa di api in atto dai primi anni Duemila si fa sempre più grave. E la faccenda non si limita al dispiacere per la simpatia che suscita l’animaletto ronzante, ma è molto, molto più seria: insieme all’equilibrio biologico del nostro pianeta il fenomeno mette in discussione la sopravvivenza stessa della specie umana. Lo studio ha interessato 32.000 colonie europee di api, monitorate con i medesimi parametri; i risultati più catastrofici sono stati rilevati in Belgio, dove la mortalità nell’inverno appena trascorso ha causato un’ecatombe, vedendo distrutte il 33,6% delle colonie, e in Gran Bretagna, dove ne sono morte il 29%. Segue la Germania col 25%.

Speranze dall’Italia
Secondo i ricercatori la percentuale di morte affinché le ripercussioni non diventino drammatiche deve essere inferiore al 10% e l’Italia, per fortuna, rientra in questi parametri insieme a Grecia e Spagna. Secondo lo studio, nel nostro Paese la decimazione degli alveari non è andata oltre il 5%; così come negli altri due stati mediterranei ai quali, per una volta, siamo accomunati in un dato virtuoso.
In ogni caso il problema merita di non essere sottovalutato, tant’è che è stata indetta la campagna “Bee Active! Attivi per le api”, appena lanciata dal Consorzio nazionale apicoltori (Conapi), il quale nei prossimi mesi cercherà, attraverso una serie di iniziative sul territorio, di sensibilizzare gli italiani al problema. La preoccupazione dei ricercatori non riguarda solo le api d’allevamento, ma anche quelle selvatiche, anch’esse estremamente importanti per l’impollinazione. Circa il 90% delle piante che ci dà frutti si riproducono esclusivamente grazie al loro lavoro.

Mercato ghiotto
Gli apicoltori a vario titolo attivi nel nostro Paese sono circa 50mila, mentre i produttori apistici, ovvero quelli che svolgono l’attività a fini economici e ricavano il loro reddito principale proprio da questa attività sono circa 7.500. Oltre un milione e centomila gli alveari, che ospitano circa 55 miliardi di individui: ad ogni abitante della penisola corrispondono quindi idealmente mille api. Annualmente in Italia si producono tra gli otto e le undicimila tonnellate di miele, a seconda dell’andamento stagionale e meteorologico, il cui valore di produzione somma a 20,6 milioni di euro (materia prima, quotazioni all’ingrosso) con un valore stimato del settore, compreso l’indotto, di 57-62 milioni di €/anno, un valore per il servizio di impollinazione all’agricoltura di 2,6 miliardi di €/anno e un valore per impollinazione delle specie spontanee a fini di tutela ambientale pari a 2,6-3,6 di euro l’anno (fonte Unaapi). Numeri importanti, che fanno ben capire come la drastica riduzione della popolazione apicola possa mettere in ginocchio un segmento niente affatto trascurabile della nostra agroindustria.

il nemico neonicotinoide
A partire dalla fine degli anni ’90 molti apicoltori, soprattutto nell’Europa occidentale e in Nord America, hanno iniziato a segnalare un anomalo impoverimento del numero d’insetti e una diminuzione delle colonie. Le cause di questo declino sono molteplici – sostiene il Dipartimento Risorse Naturali e Faunistiche –: studi recenti (fonte EFSA, Autorità europea per la sicurezza alimentare), hanno evidenziato che fra questi vi sono gli effetti dell’agricoltura intensiva e dell’uso a volte indiscriminato di prodotti fitosanitari, la scarsa o insufficiente alimentazione delle api, il diffondersi di virosi e di agenti patogeni, gli attacchi di specie invasive come l’acaro varroa, la vespa asiatica, il piccolo scarabeo dell’alveare e l’acaro Tropilaelaps, i cambiamenti ambientali e la perdita di habitat. Ma anche se la vera causa della morte di una grande quantità di api risulta incerta, non c’è dubbio che una di esse, probabilmente la principale, sia attribuibile ad un nemico ben preciso. È dall’anno scorso che, a tal riguardo, l’Unione Europea ha introdotto il divieto all’uso di quattro sostanze chimiche chiamate neonicotinoidi, abitualmente utilizzati nei pesticidi. Secondo l’Europa sono loro i principali killer, i responsabili di una morìa che non ha precedenti. Sul fronte opposto i colossi della chimica agricola negano ogni imputazione, parlano di “verdetto inaccurato e incompleto”, e sfidano Bruxelles alla Corte di Giustizia di Lussemburgo per ribaltarne la decisione. «È un loro diritto, risponderemo a norma di legge – precisa una fonte europea - i nostri dati sono comunque a prova di bomba».
I ricorrenti hanno nome e cognome: la Corte Ue ha comunicato di aver ricevuto un ricorso della Bayer CropScience, gigante agrochimico controllato della tedesca Bayer Ag, che muove in difesa della possibilità di commercializzare prodotti contenenti i principi attivi “clothianidin” e “imidacloprid”. Contemporaneamente il colosso svizzero Syngenta ha annunciato una misura analoga che coinvolge un terzo neonicotinoide, il “thiamethoxam”, utilizzato per la protezione dei semi prima della germinazione.

Effetti devastanti

Esami scientifici parlano di un’azione catastrofica di tali sostanze sui sistemi nervosi degli insetti e ammettono minori effetti sui mammiferi. Gli esperti d’ambiente sono anche più pessimisti. «I neonicotinoidi - rivela un analista - uccidono le api, ma si disperdono nell’aria e inquinano le falde acquifere. Sono un problema potenziale per l’uomo». Così come sottolineò il dott. Igino Mendico in un’inchiesta del periodico “Il Caffè” (n. 158, novembre 2008), quando divulgò i risultati di una sua ricerca condotta su lavoratori agricoli dell’agro pontino che, nei campi, erano quotidianamente a contatto con questi prodotti. «Il pesticida – spiegò all’epoca il ricercatore – va ad intaccare il meccanismo che regola la spermatogenesi o si radica addirittura nel testicolo, danneggiando le facoltà riproduttive.» La fertilità di uomini e donne monitorati risultava ridotta del 50%. Lo stop durerà due anni perché, ha spiegato la Commissione, il provvedimento ha contato su una maggioranza debole in favore. Syngenta cavalca questa circostanza, affermando che la sospensione vìola la legislazione europea sui pesticidi e si basa sull’uso scorretto del principio di precauzione. Teme gli effetti economici, come sostiene più d’uno: si parla di 800 milioni di affari a rischio solo per le imprese italiane.
Greenpeace ha replicato a muso duro al colosso svizzero, rinfacciandogli di ignorare le prove scientifiche: «Invece di far causa alla Commissione – protestano gli ambientalisti – dovrebbero smettere di vedere prodotti letali per le api».
 
Pianeta a rischio apocalisse
Guai a sottovalutare il problema: senza api, sosteneva Einstein, entro quattro anni sparirebbe anche l’uomo. Esagerato? Basti pensare che questi insetti, impollinando i fiori, garantiscono la riproduzione delle piante, circa il 90% degli alberi da frutto, come già detto. Nel caso il processo dovesse interrompersi si estinguerebbero molte piante che sono la base della catena alimentare, scomparirebbe molta della frutta che mangiamo e soprattutto il trifoglio, usato per i pascoli, non esisterebbe più. Niente erbivori, vita dura se non impossibile anche per i carnivori. Inoltre, se non ci fossero le piante con la loro produzione di ossigeno, entro poco tempo probabilmente l’aria non sarebbe tale da consentire la vita. In poche parole, senza api, l'equilibrio intero del pianeta verrebbe stravolto. Convinti?   


Condividi su:
Galleria Immagini