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Ben Harper: Io suono con mia madre

Un nuovo disco e il tour in Italia

Gio 24 Apr 2014 | di Federico Scoppio | Interviste Esclusive
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«Non ho mai dimenticato le mie origini, sarebbe come abbandonare in alto mare i miei antenati», dice il sapiente Ben Harper, con l’orgoglio di chi, in poco più di venti anni di musica è diventato uno degli autori e interpreti più potenti e conosciuti della musica attuale. Dal passato ha ereditato molto, ne ha rispetto e devozione. Quando la mamma lo portò nel negozio di strumenti musicali dei nonni, il piccolo Ben capì due cose: da grande avrebbe fatto il musicista e sua mamma era un mito. «A quarantacinque anni, è affascinante poter interpretare e suonare la mia vita e i miei amori - dice Ben Harper -. La musica ci abitua a storie di ragazzi, spesso adolescenti. Per me affrontare l’età che avanza ha un senso». Sarà per questo motivo che ha guardato alle sue radici, ha messo a fuoco dove e quando tutto ebbe inizio. Si intitola “Childhood Home”, è il suo nuovo disco e lo ha realizzato proprio insieme a lei, la mamma, un’ebrea di origini lituane che aveva sposato un sangue misto, cherokee e neroamericano, una testa matta che presto abbandonò lei e i suoi tre pargoli.
Era spaventato di lavorare per la prima volta con sua madre?
«L’ho sempre desiderato, fin da quando la vidi al Folk Music Center (il negozio di strumenti musicali dei nonni - ndr) che duettava con personaggi come Ry Cooder e il bluesman Taj Mahal. Beh, se chiudi un secondo gli occhi e pensi al fatto che stai collaborando con tua madre, ti chiedi per forza se sarà una cosa semplice. Ma quando pensi al fatto che lei è molto professionale, sa quello che fa, conosce il mestiere, allora tutte le incertezze svaniscono».

E lei, signora Ellen, cosa ha provato?
«È stata un'esperienza molto interessante. Quando Ben era giovane l'avevo già visto lavorare, ma in questo caso il coinvolgimento nella produzione mi ha fatto scoprire nuovi aspetti di lui che non conoscevo».

Il vostro rapporto è cambiato?
B.H.: «Suonare insieme ci ha permesso di abbattere dei muri, alcuni pregiudizi, le barriere tra madre e figlio. Abbiamo trovato una nuova consapevolezza e il desiderio di condividere i sentimenti e la nostra professionalità. È un'esperienza che raccomando a tutti: se i vostri genitori sono ancora in vita, prima che diventino troppo vecchi, fate qualcosa di unico con loro».
E.H.: «È migliorato, perché non si è trattato di una vera e propria apertura dei nostri sentimenti privati, ma piuttosto un bisogno di condividere qualcosa come madre e come figlio, di continuare un discorso che avevamo solo accennato già ai tempi di Pleasure & Pain, il primo album di Ben. Sentivamo di condividere qualcosa e di voler esprimere quel qualcosa, è stato un bisogno, ma non nei confronti degli altri, nei confronti di noi stessi».

Signora Ellen, c'è una ninnananna che cantava spesso a Ben quando era piccolo?
«C'erano diverse canzoni che gli cantavo quando era un bambino, canzoni soprattutto folk e country, con le quali Ben si addormentava».
B.H.: «Le mie preferite erano le canzoni di Dylan».

Da bambino aveva notato il talento di suo figlio?

«Quando era piccolo suonava in ogni istante, dovunque si trovasse, e lì avevo già chiaro che nella sua vita la musica avrebbe avuto un ruolo molto importante. Quando era piccolo credo che il suo più grande talento fosse riuscire a immagazzinare tutto quello che ascoltava attorno a lui e questo forse lo ha portato a diventare quello che è oggi».

Ellen, gli ha insegnato personalmente qualcosa, qualche strumento o qualche trucco che usa oggi?

«È difficile rispondere, perché il suo sound è il risultato di tutti gli insegnamenti che ha ricevuto nella nostra famiglia e riuscire a rintracciare qualcosa che appartenga esclusivamente ai miei insegnamenti è complicato. Direi che è stata proprio la sua casa d'infanzia ad insegnarli tutto».

Ben, dopo l’esperienza con Jovanotti ha continuato a frequentare la musica italiana?
«Poco, però Jovanotti mi fece scoprire Luigi Tenco, per il quale ho provato da subito un’attrazione speciale per un motivo molto semplice: anche se non parlo la vostra lingua, riesco a capire quello che dice, la sua voce è così espressiva che con il semplice cambio di tono riesce a far intendere il proprio stato d’animo. La musica di Tenco mi ha insegnato a rimanere in contatto con le mie sensazioni».

Qual è stato il suo incontro più fortunato?
«Nel 2008 mi chiamò Solomon Burke, mi chiese di comporre per lui un brano da inserire in “Like A Fire”, lo feci e andai in studio. Lui seppe trasformare quel pezzo e renderlo unico con un’interpretazione infedele, ma favolosa. Aveva trovato sfumature che neanche io immaginavo si potessero dare a quella canzone. Alla fine della seduta di registrazione si avvicinò e mi porse il cappello, con un gesto che nascondeva qualcosa di sacro e immortale. Quando un uomo ti regala il suo cappello, vuol dire che ti sta dando una parte del suo cuore. “Get Up!” è dedicato a lui, la sua forza e il suo carattere sono stati l’ispirazione fondamentale per il mio lavoro».

Il disco “Get Up!” la vedeva impegnata con Charlie Musselwhite, un grande chitarrista blues...

«La prima volta che ho conosciuto Musselwhite è stato nel 1994 a San Francisco, quando John Lee Hooker mi chiamò per aprire un concerto organizzato per salvare un club, che aveva avuto una storia importante per la musica della città. Charlie si dimostrò subito molto gentile. Comunnque ero solo un bambino quando ho incontrato il blues ed è stato amore a prima vista. Per me rappresenta la trasformazione e la traslazione di un'urgenza vitale in suono. Il blues mi accompagna da tutta la vita e Charlie Musselwhite, con il suo sound e i suoi dischi, è stato una parte importante di questo viaggio». 

Un segno distintivo della sua carriera è quello di “scoprire” talenti. Per caso trovò Jason Mozersky, il chitarrista che lo accompagna da anni...

«Per anni ho fatto su è giù per gli Stati Uniti a suonare. Un giorno un ragazzo, autista della macchina, mise su un disco di un suo gruppo musicale, dopo pochi minuti capii che il sound era giusto, aveva qualcosa di speciale. Portai il disco ai miei discografici e decisero di produrre un loro album. Purtroppo non andò molto bene, la band si sciolse presto, però Jason è rimasto con me».

Rimpianti?
«Sono abituato a guardare avanti, però, se non avessi inciso un disco con mia madre, uno lo avrei certamente. Ne parlavamo da quindici anni».

Il regalo più bello che ha mai ricevuto?

«Un pianoforte a coda che conservo in salotto e guardo tutti i giorni. Me lo regalò Heath Ledger prima di morire, era un mio grande amico e mi manca molto».

 


 

DI PADRE AFROAMERICANO E MADRE EBREA

Ben Harper è nato a Claremont, in California, nel 1969. Il padre Leonard era di discendenza afroamericana e Cherokee, la madre Ellen Chase-Vendries ebrea. La nonna materna era russa, ebrea e immigrata dalla Lituania. Comincia a suonare la chitarra da ragazzo, nel retro del Folk Music Center and Museum, il negozio di strumenti musicali dei suoi nonni materni. Ha pubblicato 12 dischi. Nel 2007 ha collaborato con Jovanotti, suonando la chitarra nel pezzo “Fango”, all’interno dell’album “Safari”. A maggio esce il nuovo lavoro: “Childhood Home”, realizzato con la madre. In Italia sarà in tournée dal 9 al 14 maggio: Padova, Firenze, Roma, Torino e Milano.


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