acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Record per il Made in Italy

L’Europa è il nostro primo estimatore, ma stiamo crescendo anche in Usa

Gio 24 Apr 2014 | di Giuseppe Scicco | Attualità

I dati 2013 relativi al commercio estero, elaborati sulla base delle rilevazioni Istat, parlano chiaro: è record storico per le esportazioni di prodotti agroalimentari italiani, che, trainati dal vino, hanno raggiunto lo scorso anno il massimo di sempre, arrivando a quota 33 miliardi di euro, con un aumento di sei punti percentuale sul 2012.
Il gradimento maggiore verso i nostri prodotti arriva dai Paesi UE, per un valore stimato di 22,5 miliardi (+5%), ma il “Made in Italy” cresce anche negli Stati Uniti, con 2,9 miliardi (+6%), nei mercati asiatici (+8 per cento, 2,8 miliardi) e su quelli africani dove si è avuto un incremento di dodici punti, arrivando a quota 1,1 miliardi di fatturato. Impennata percentuale ancor maggiore (+13%) dall’Oceania, anche se gli importi sono più contenuti. È proprio il vino a far la parte del leone nel novero dei prodotti più esportati, forte di ben 5,1 miliardi di giro d’affari (+8% nel 2013), per un segmento che vede accrescere la sua popolarità proprio in casa della (enologicamente parlando) arcinemica Francia, nel cui mercato l’incremento tocca la doppia cifra (+11%), negli Stati Uniti (+8%), vola in Australia (+21%) e nel Cile (+66). Lo spumante tricolore poi sbaraglia tutti in Cina (+101%), ma anche in Gran Bretagna (+50%) e in Russia (+31%).

Ossigeno per l’occupazione
Dal nettare di Bacco buone notizie anche per il mercato del lavoro: è stata presentata allo scorso Vinitaly, rassegna internazionale che si tiene ogni aprile a Verona, la banca dati di aziende agricole che assumono, alla quale potranno accedere gli oltre due giovani italiani su tre (68%) che, secondo l’indagine Coldiretti/Ixè, ambirebbero a partecipare alla vendemmia del prossimo settembre. Il settore enologico si conferma, infatti, come uno dei più graditi dai giovani, che lo valutano positivamente, sia nell’ottica di una semplice esperienza lavorativa che come forma d’investimento: lo dimostra il fatto che sono ben 19.423 le aziende agricole specializzate in viticoltura condotte da under 40, dispiegate su 141mila ettari di vigneto, e che esse rappresentano ben il 12% del totale delle 161.716 aziende agricole “giovani”, secondo i dati relativi all’ultimo censimento. In altre parole, oltre un giovane su dieci che diventa imprenditore agricolo sceglie di scommettere proprio sul vino. Coldiretti e Ministero del Lavoro hanno così attivato un sistema informatico nazionale, nel quale verranno acquisite, archiviate e rese disponibili in forma pubblica tanto le richieste di manodopera delle imprese che i curricula e le disponibilità dei lavoratori. Servizio rivolto anche ai giovani che ricerchino la possibilità di effettuare uno stage aziendale, allo studente a caccia di un’occupazione durante il periodo delle vacanze estive o invernali, attraverso un’offerta di lavoro occasionale accessorio (voucher), e al pensionato che voglia integrare il proprio reddito da pensione, sempre tramite i buoni lavoro. Lo strumento informatico denominato “Lavoro in Campagna” sarà accessibile presso ogni sede e sportello territoriale della struttura Coldiretti, con personale qualificato deputato al servizio di accompagnamento ed assistenza a imprese e lavoratori e nell’incrocio tra domanda ed offerta di impiego. Dal primo giugno i giovani dai 16 ai 25 anni iscritti a un ciclo di studi potranno essere remunerati con i voucher, i buoni lavoro che comprendono la copertura assicurativa e previdenziale e non sono soggetti a ritenute fiscali.

Occhio al tarocco
Tornando al record fatto registrare dall'export, esso é certamente frutto del lavoro di un tessuto produttivo ricco e capillare, ma occorre difendere questo patrimonio portando sul mercato il valore aggiunto della trasparenza, dando completa attuazione alle leggi nazionale e comunitarie che prevedono l'obbligo di indicare in etichetta l'origine degli alimenti. All'estero il falso Made in Italy a tavola fattura infatti 60 miliardi di euro e sono falsi due prodotti alimentari di tipo italiano su tre.  Non è esente dal problema certamente il vino: se non fosse drammatica per la nostra economia, sarebbe esilarante la cronaca della concorrenza sleale esercitata dai vini taroccati, prodotti e venduti con nomi che evocano quelli della grande tradizione italiana, il famoso fenomeno dell’”italian sounding”. Basta infatti proporre un nome “evocativo” su mercati non ancora maturi e a clienti che non riconoscono la differenza fra un Barolla e un Barolo, fra un Vinoncella e un Valpolicella, fra un Cantia e un Chianti, fra un Montecino e un Montalcino: sempre al Vinitaly ne era presente una comica per quanto truffaldina rassegna. A ciò si aggiungano i wine kit per il vino fai-da-te, preparati in polvere prodotti in Canada, Stati Uniti e Svezia e coi quali realizzare in casa Lambrusco, Frascati, Sangiovese o Primitivo, venduti con un beffardo quanto privo di significato marchio “Doc’s”. La lista dei vini taroccati è allungata dal Barbera bianco prodotto in Romania, dal Chianti californiano, dal Bordolino in versione bianca e rossa, al Mersecco e al Kressecco. Non mancano il Marsala sudamericano ed il Fernet Capri prodotto in Argentina. Inoltre, ovviamente le normative europee non permettono l’aggiunta di acqua nella vinificazione, pratica consentita in stati del nuovo mondo come il Sud Africa.

Moglie e vini dei paesi vicini
Laddove il vero vino tricolore va forte, primi tra tutti gli Stati Uniti, sono particolarmente apprezzati il Chianti, il Brunello di Montalcino, il Pinot Grigio, il Barolo e il Prosecco che piace però molto anche in Germania insieme all’Amarone della Valpolicella ed al Collio, mentre in Russia vanno forte Chianti, Barolo, Asti e Moscato d’Asti ed in Inghilterra Prosecco, Chianti, Barolo. Ma, in generale, sono quelli del territorio a far registrare i maggiori incrementi della domanda sia all’estero che a livello nazionale, dove a fronte di una stagnazione dei consumi è boom per gli acquisti di vini autoctoni, con un aumento del 24% di bottiglie stappate per il Pecorino, ma anche del 14% per il Pignoletto fino al +10 fatto segnare da Falanghina e Negroamaro. E gli italiani bevono locale con il vino “chilometri zero”, che è il preferito nelle scelte di acquisto in quasi tutte le realtà regionali; dal Piemonte dove Barbera e Dolcetto sono i più gettonati alla Toscana dove in tavola si versano soprattutto Chianti e Morellino, fino alla Sicilia col suo Nero d’Avola e l’Alcamo in testa. Continuando a percorrere la Penisola, spicca come i veneti diano la loro preferenza ai Cabernet e ai Merlot, manifestando simpatia per il Lambrusco dell’Emilia-Romagna, il quale domina incontrastato nelle preferenze proprio degli emiliano-romagnoli che mettono al secondo e al terzo posto, rispettivamente il Sangiovese e il localissimo Pignoletto. Nelle Marche impera il Verdicchio. Gli abruzzesi acquistano preferibilmente Montepulciano, Trebbiano e Pecorino. Solopaca e Aglianico sono i vini graditi dai campani, mentre i pugliesi mettono in tavola, oltre al Primitivo e al Negroamaro, anche il Sangiovese toscano o emiliano. Infine, nella seconda isola italiana, i sardi amano gli autoctoni Cannonau, Vermentino e Monica di Sardegna.                 



Condividi su: