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Carlo Verdone:

Dopo l’Oscar e i suoi successi pensa ad un film come regista

Gio 24 Apr 2014 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Carlo Verdone ti conquista subito, con quella fragilità, quell'ingenuità dolce che ha negli occhi e che mischia alla malinconia di pensieri che vanno sempre lontano. Un comico con un animo profondo, come peraltro ha dimostrato la splendida interpretazione nel film che ha vinto l'Oscar, “La grande bellezza”. Non c'è serata, inoltre, in cui non citiamo le sue battute, non c'è comitiva d'amici che almeno una volta non abbia passato una notte a raccontarsi intere scene cult dei suoi geniali lungometraggi. Carlo è uno “Troppo forte” e il suo cinema è “Un sacco bello”, da sempre. E che, alla fine, è tuttora “Sotto una buona stella”. E ci perdoni per questo gioco di parole, era l'unico modo non retorico per ricordare due titoli mitici e l'ultima opera che ha portato al cinema, con Paola Cortellesi.



Come nasce la storia d'amore e di vicinato di “Sotto una buona stella”?
«Non eravamo partiti con il piede giusto, è stato uno di quelli che nell'ideazione del soggetto mi ha preso di più, quasi quanto “Borotalco” che mi "costò" 12 mesi di lavoro. Poi la sceneggiatura è andata via fluida. Quello che via via mi piaceva e proponevo, infatti, non andava bene ad Aurelio e Luigi De Laurentiis. Poi Pasquale Plastino - il cosceneggiatore - tirò fuori un vecchio progetto di una pagina che aveva in nuce questo film: lo avevamo scritto addirittura prima di “Posti in piedi in paradiso”. Era il terzo progetto che portavo ai De Laurentiis ed era quello giusto, per fortuna. Non ce l'avrei fatta a ricominciare dall'inizio un'altra volta!»

Tra tanti registi che "pretendono" di fare il loro film contro tutto e tutti, lei invece considera essenziale il rapporto con i produttori. Come nel cinema di un tempo?
«Io non inizio nulla senza che il produttore non condivida con me l'entusiasmo per il progetto. Fare un film è un'avventura bella, ma complessa, tutti devono remare nella stessa direzione perché vada a buon fine. L'impianto del racconto è teatrale e anche per questo ringrazio De Laurentiis: è stato fondamentale girare a Cinecittà e spero che molti seguano il nostro esempio, è un centro d'eccellenza di cui non possiamo né dobbiamo fare a meno».

Negli ultimi anni mi sembra che lei guardi ancora di più la complessità della realtà, le fragilità di chi è sempre più precario, sul lavoro come nella vita.
«La realtà è una grossa sfida, io ne sono un osservatore, sono un pedinatore di italiani, devo sempre raccontare il tempo che sto vivendo, le nostre emergenze, è quella la mia urgenza».

Si è mai chiesto qual è il segreto del suo successo? Il pubblico italiano la ama da decenni, ormai.
«Non avrei mai pensato di poter durare così tanto, devi avere una buona stella, è il caso di dirlo, e non solo il talento. È un dono del destino, cerco sempre di dare qualcosa di diverso al pubblico per essere degno di questo regalo continuo. Io sono partito all'inizio dai personaggi, come il bullo o il candido di “Un sacco bello”, il primo vero coatto del cinema in “Troppo forte”, poi a un certo punto ho capito che avevo dato tutto e mi sono ricordato della grande lezione di “Compagni di scuola”. Mario Cecchi Gori allora mi tiró il copione in faccia: invece la sala e la critica confermarono che era uno dei miei migliori lavori e non era un caso che fosse un film corale. Lui, però, era rimasto ai miei primi successi, voleva quello, l'incasso sicuro. Più vado avanti, più capisco che ho bisogno di lavorare con i giovani, con chi mi stupisce e mi stimola. Devo adattarmi all'età che ho. E la coralità ora è adatta a me, sto anche tentando di migliorare la mia regia. Ne ho fatti tanti di film in cui ho sparato i miei virtuosismi da solo, ora ho bisogno di condividere».

Nel futuro di Carlo Verdone cosa c'è?
«C'è un progetto di un film da regista e basta, senza recitare. Credo di poter dare qualcosa anche fuori dalla commedia, in generi più complessi».

Le posso chiedere come mai non era agli Oscar?
«Non sono andato negli Stati Uniti e ho tifato per Paolo Sorrentino da lontano per un motivo semplicissimo: è giusto che il palco sia, in questi casi, solo del regista e del produttore. Al massimo, com'è successo, dell'attore protagonista. Io mi accontento del fatto che dirò a figli e nipoti di aver fatto parte, con un ruolo bello e importante, di un film che ha trionfato nella notte dell'Academy. Un'opportunità unica, visto che con un film mio non ci riuscirò mai, la commedia non è ammessa in quei consessi».   

 


 

‘VERDONIANO’ è UN AGGETTIVO

Carlo Verdone nasce a Roma il 17 novembre 1950. Già da bambino ha avuto modo di avvicinarsi molto al cinema grazie al papà, Mario Verdone, celebre storico del cinema, docente universitario (che lo bocciò all'esame all'università, costringendolo a tornare alla sessione dopo), a lungo dirigente del Centro Sperimentale di Cinematografia e alle di lui frequentazioni con i registi più affermati quali Paolo Pasolini, Michelangelo Antonioni, Roberto Rossellini, Vittorio De Sica. Nel 1969 realizza con una videocamera vendutagli da Isabella Rossellini un cortometraggio intitolato ''Poesia solare'', della durata di circa 20 minuti, influenzato dalla cultura sessantottina e psichedelica del tempo, con musiche dei Pink Floyd e dei Greatful Dead.  Gli anni '70 sono dedicati ad altre sperimentazioni, fino al successo, con “Un sacco bello”, “Borotalco”, “Acqua e Sapone”, “Troppo forte”, “Compagni di scuola”, “Viaggi di nozze”... Verdoniano, ormai, è un aggettivo. Serve altro?


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