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Le colture Ogm sono già fallite

Scommettere contro la natura si sta rivelando il peggior affare nella storia dell’umanità. Negli Usa una legge per indicare in etichetta la presenza di Ogm

Lun 26 Mag 2014 | di Roberto Lessio | Ambiente
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Il futuro non è negli organismi geneticamente modificati, nonostante gli enormi investimenti in questo settore e le fortissime pressioni a tutti livelli per farli accettare dalla comunità scientifica, dalle autorità e dall'opinione pubblica come nuova frontiera che salverà il mondo. Il passato e il presente danno ampia testimonianza in tutti i continenti della disfatta di questi prodotti manipolati e registrati con tanto di brevetto.

La terra è quasi tutta senza Ogm
Le colture di piante da semi Ogm, ossia non esistenti in natura ma creati in laboratorio manipolando i geni, hanno ormai superato i 170 milioni di ettari nell’intero pianeta. Sicuramente una cifra impressionante perché si tratta di un'area grande 5 volte e mezzo l’Italia. Ma a ben vedere è meno del 5% della superficie agricola coltivabile e  disponibile sulla Terra. Tra l’altro queste colture transgeniche sono limitate ad appena 28 Paesi in tutto il mondo ed in appena 5 di questi (USA, Brasile, Argentina, Canada e India) si realizza il 90% dell’intera produzione transgenica mondiale. E poi la maggior parte di queste produzioni riguarda appena tre tipi di organismi: quelli resistenti all'erbicida glifosate, il mais BT e il cotone BT, modificati inserendo nel Dna del seme un frammento di Bacillus Thuringiensis.
Questo batterio è molto usato in agricoltura biologica e permette il controllo naturale dell’insetto, mentre inserendolo artificialmente nel Dna del seme c’è il pericolo, già in atto, che l’insetto diventi sempre più resistente, un po’ come sta avvenendo in medicina con la resistenza agli antibiotici.

L’Europa non si fa colonizzare

L’Europa è il continente più recalcitrante a farsi colonizzare dal cibo programmato in laboratorio. Infatti, 8 Stati dell'Unione europea hanno imposto divieti espliciti sulle colture Ogm: Austria, Francia, Germania, Ungheria, Lussemburgo, Grecia, Bulgaria e Polonia. Un po’ più blanda è la posizione della Svizzera, che non fa parte dell’UE: pur traendone enormi vantaggi, sostanzialmente per motivi fiscali, ha adottato una moratoria – cioè un blocco - fino al 2013, prorogata dal Parlamento a tempo indeterminato. L'Italia invece, a prescindere dal colore politico dei vari governi, è in prima linea sul fronte no-Ogm. Ed è in una compagnia molto numerosa. Dei 45 Paesi che fanno parte del continente Europa, ben 37 si sono dichiarati contro gli Ogm. Mentre in quelli membri dell’Unione Europea, ben 169 sulle circa 300 amministrazioni corrispondenti alle nostre Regioni  hanno detto no alle coltivazioni transgeniche. Stessa cosa hanno fatto 123 amministrazioni intermedie (corrispondenti alle nostre Province), 4.713 governi locali (Comuni e comunità municipali che interessano aree per oltre un milione di ettari). Infine, ma non in ordine di importanza, nell’UE ci sono 31.357 agricoltori che hanno scelto individualmente che mai e poi mai coltiveranno Ogm sui loro terreni. Molti di essi si stanno organizzando per fare l’esatto contrario, cioè produrre semi da destinare alla propagazione e alla riproduzione delle specie e delle varietà in forma non industriale. Il movimento sta crescendo rapidamente.

Flop in Africa, altro che sfamare

I fautori degli organismi geneticamente modificati dicono che servono per combattere la fame nel mondo. Paradossalmente il continente nel quale si sta registrando questa autentica débâcle degli Ogm è proprio l’Africa, visto che un seme modificato geneticamente deve essere coltivato in un determinato territorio, con un determinato pH (parametro acido-alcalino), ad una determinata struttura granulometrica (sabbia grossa, sabbia fina, argilla, limo e oligoelementi) e non è detto che funzioni automaticamente in qualsiasi altro suolo agricolo. Infatti, i terreni africani sono totalmente diversi da quelli degli altri continenti. In particolare di quelli americani dove gli Ogm sono stati sperimentati. Ma anche la componente culturale, quella legata alle proprie tradizioni e alle proprie peculiarità alimentari, sta dimostrando che ormai la propaganda pro-Ogm non regge: sarà un caso, ma il 9 maggio scorso si è tenuta la Giornata mondiale per convincere gli investitori internazionali a vendere e a non comprare più azioni della Monsanto, la maggiore multinazionale del settore.

Asia: respinto il grano Ogm
Giappone e Corea del Sud hanno sospeso tutte le importazioni di grano Ogm per paura che contamini i loro prodotti, facendo scendere del 4% il valore delle azioni della Monsanto. La Danimarca oltre ai semi transgenici ha persino vietato l’uso del glifosato, diserbante senza il quale gli Ogm ad esso abbinati non funzionano. Divieto esteso a qualsiasi impiego, visto che questo veleno è molto usato per diserbare cigli stradali e giardini pubblici (ad es. in Italia). La modifica del seme per adattarli ad altri trattamenti può essere fatta solo in laboratorio, mai direttamente sul campo come avviene in natura con l’incrocio spontaneo di geni simili.

Colpo di scena in usa

Ma anche sul fronte politico per i fautori di questo tipo di colture le cose si stanno mettendo decisamente male. Soprattutto in USA, la madre patria di questa tecnologia. Dopo venti anni di lotta contro la Monsanto gli attivisti e gli agricoltori del Vermont, sostenuti da un movimento in crescita in tutto il Paese, hanno riportato un’importante vittoria. Pur essendo il 95% dei consumatori americani favorevoli all’etichettatura obbligatoria dei prodotti che contengono OGM (come avviene in Europa), negli Stati Uniti finora le lobby del settore lo hanno impedito. Ma il 16 aprile scorso, il Senato del Vermont a larghissima maggioranza (solo 2 contrari su 30) ha approvato un disegno di legge che impone di indicare il contenuto transgenico sull'etichetta dei cibi con Ogm dal 1° luglio 2016. La legge è stata poi firmata dal Governatore il 6maggio. Le Monsanto e Syngenta, colossi del mercato transgenico, hanno preannunciato che citerà in giudizio quello Stato. Ma altri Stati si stanno incamminando lungo la stessa strada. Nell’Oregon infatti è previsto un apposito referendum il prossimo 4 novembre e i sondaggi indicano una chiara tendenza degli elettori ad introdurre obbligatoriamente la scritta “contiene Ogm” sull'etichetta. Gli impatti comunque potrebbero essere devastanti non solo di fronte all’opinione pubblica (e in parte si stanno già riscontrando), ma soprattutto rispetto alla credibilità dell’intera catena commerciale, che finora ha adottato nell’inconsapevolezza generale questa tecnologia. Come faranno le aziende agro-alimentari, i supermercati e i produttori di bevande ad ammettere che i prodotti venduti nel Vermont, pur essendo identici, sono geneticamente modificati, mentre sono perfettamente “naturali” in tutti gli altri Stati? Infatti alcune catene minori di supermercati stanno cambiando il loro sistema di approvvigionamento per garantire ai consumatori l’assenza di Ogm nei loro prodotti. Un po’ come è già avvenuto da noi con il marchio spontaneo “OGM – Free” (libero da OGM).          


LOTTA PER L’ETICHETTA SINCERA. LA LOBBY REAGISCE
La battaglia per l’etichetta che dica se un cibo contiene Ogm o no è ancora lontana dall’essere conclusa. Un giorno potrebbe succedere la stessa cosa per i pesticidi, gli antibiotici, i fattori della crescita (ormoni) e le altre sostanze chimiche tossiche che comunque ingeriamo inconsapevolmente con il cibo. Se viene dimostrato che i sistemi produttivi intensivi non solo rappresentano gravi pericoli per la salute e l'ambiente, ma anche una responsabilità civile e penale per averli intenzionalmente trascurati e nascosti, sarebbe la fine del business dei colossi alimentari Usa. L’importante è che il principio della trasparenza sull’etichettatura non passi. Per lo stesso motivo stanno sostenendo leggi che a noi europei sembrano semplicemente assurde: ad esempio rendendo un crimine scattare fotografie e/o girare film sugli allevamenti intensivi; oppure togliendo alle Province (magari eliminandole) e alle Comunità locali il potere di regolamentare le pratiche agricole secondo le tradizioni locali. Molte fonti su Internet citano il fatto che è allo studio un accordo commerciale segreto, il Trans-Pacific Partnership che, tra l’altro, consentiranno alle multinazionali del settore di citare in giudizio interi Stati sovrani in tutto il pianeta. Il fine è quello di eliminare leggi nazionali e locali contro gli Ogm, l’obbligo di etichettatura dell’origine e della composizione dei prodotti ed in favore della sicurezza alimentare. I loro affari sono incompatibili con il diritto delle persone di sapere, con l’autodeterminazione delle comunità locali e con il potere degli Stati liberi e sovrani di legiferare per il bene dei propri cittadini.

 



Scienziati contro gli Ogm

Chiedono di ripubblicare la ricerca (censurata) sulla tossicità del cibo transgenico

È un scontro scientifico mai avvenuto prima e non a caso sta avvenendo sul cibo che vogliono costringerci a mettere in tavola. Più di 1.240 scienziati di tutto il mondo, tra i quali c’è l’italiano Marcello Buiatti, uno dei massimi esperti mondiali di biotecnologie, hanno chiesto la ripubblicazione di uno studio sulla dannosità degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) uscito sulla rivista scientifica americana “Food and Chemical Toxicology”, ma poi misteriosamente bloccato.  L'editore ne ha fermato la divulgazione, come se non fosse mai stato stampato. E ora se non ripubblica la ricerca, gli scienziati minacciano di boicottare la rivista stessa. Un' autentica reazione di massa del mondo scientifico contro il tentativo di mettere a tacere ricercatori molto qualificati che hanno osato indagare sugli effetti tossici della tecnologia transgenica applicata all’agricoltura. La ricerca era stata condotta da un gruppo di ricercatori francesi guidati dal professor Gilles-Eric Séralini, biologo presso l'Università di Caen (Bassa Normandia), su topolini da laboratorio nutriti con mais geneticamente modificato e trattato con un diserbante, a base di glifosato, appositamente creato per essere tollerato solo da piante Ogm. Un erbicida definito “biodegradabile” e sostanzialmente innocuo dai produttori, ma alcuni Paesi ne stanno vietando l'uso perché sospettato di essere tossico. Ebbene: i ricercatori francesi hanno rilevato gravi danni organici su quei topi, in particolare per fegato, reni e ghiandola pituitaria situata nel cranio. Gli animali alimentati con mais Ogm avevano inoltre sviluppato più tumori di grandi dimensioni, persino palpabili a mano, ed una mortalità maggiore rispetto al gruppo di topolini che non avevano mangiato il mais ingegnerizzato. Questi risultati sono stati molto dibattuti negli ambienti scientifici e poi fatti sparire retroattivamente dalla rivista che li aveva pubblicati sulla base del presupposto che la ricerca sarebbe stata “inconcludente”. I topi trattati e poi ammalatisi di tumori sarebbero stati troppo pochi. Ora molte centinaia di scienziati in tutto il pianeta sta reagendo contro questa censura, lamentando che sia frutto di una procedura non trasparente e di una revisione che ha coinvolto tre persone che nemmeno si sono firmate e di cui non si conoscono le competenze scientifiche né potenziali conflitti di interesse. Contestano soprattutto il fatto che la mancanza di conclusioni definitive di una ricerca non è motivo valido per evitarne la pubblicazione, stante il suo indubbio interesse generale e le importanti implicazioni per la salute pubblica. Il ritiro della pubblicazione per motivi poco chiari è un pericoloso precedente nella storia dell'editoria scientifica. Bastava e basta replicare la ricerca di Séralini con più topi (come da lui stesso proposto). Non a caso nella loro lettera di protesta gli scienziati hanno affermato: “L'idea che uno studio pionieristico deve produrre risultati conclusivi è incompatibile con il modo in cui avviene il progresso scientifico”. Quando si avvia una ricerca, infatti, è quasi impossibile trovare  la risposta al primo colpo.  


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