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Paul Simon: Il mio “Sound of Silence”

Lun 26 Mag 2014 | di Federico Scoppio | Interviste Esclusive
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La carriera e la vita di Paul Simon, nato a Newark 73 anni fa, è costellata di riconoscimenti e premi importanti, a iniziare dai 12 Grammy Awards, per finire alla presenza nella Songwriters Hall of Fame e nella Rock n' Roll Hall of Fame nella doppia veste di cantante solista e di partner artistico di Art Garfunkel. Proprio con Garfunkel, l'amico di una vita, Simon ha realizzato pagine importanti della nostra musica, a iniziare dalla hit mondiale “The Sound Of Silence”, che proprio quest'anno festeggia i primi 50 anni di vita. A renderla immortale ha contribuito qualche tempo dopo il film "Il laureato" di Mike Nichols, con un giovane Dustin Hoffman che finisce a consumare una storia d'amore con la mamma della sua compagna, la bellissima Anne Bancroft.

Una canzone che vi portò in cielo: come nacque?
«Come uno dei miei tanti brani di allora, nel buio di una notte, nella mia stanza. Parla dell'incomunicabilità tra le persone, la difficoltà di dirsi la verità. Una volta pubblicato ha assunto anche un valore simbolico molto forte, molti riconducevano alla canzone all'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy».

Il successo fu immenso, a proposito di cielo, vi aprì le porte dell'Olimpo...

«Beh, non esageriamo, il cielo è tutta un'altra cosa».

Ma qual è il suo paradiso, Mr Simon?

«Spero sia un luogo di transito, uno spazio pubblico privo di qualsiasi legge e fenomenologia del consumo, un luogo della storia che è contemporaneamente “astorico”. Come tale dovrebbe possedere dei codici di funzionamento che valgono soltanto per quel posto specifico, in quel preciso istante. Al di fuori di lì non andrebbero bene. Il tempo deve avere uno strano profumo. La mia musica di solito non vuole rendere conto di tutto questo, ma per me è solo una possibile, forse ennesima, messa in scena dell’allontanamento dalla morte».

È religioso?

«Il mio è un approccio spirituale, sono ebreo ma non praticante».
Ha dichiarato che proprio durante un incontro con Paul McCartney ha messo a fuoco questa sua spiritualità.
«Andò così: stavo lavorando alla realizzazione del mio ultimo album, qualche anno fa, in particolare alla canzone “Getting Ready For Christmas Day”. Avevo trovato il cuore della canzone, un sermone. Una sera lo avevo cantato sul palco per la prima volta. Mica male, avevo pensato. A fine concerto, trafelato al punto giusto, ricevetti diverse visite nel camerino. Tra i fan c'era anche Paul McCartney, perfettamente magro e tirato a lucido che mi salutava calorosamente. “Sei ebreo, giusto?”, mi chiese. E io: “Sì, lo sono… Voglio dire, i miei genitori sono ebrei, discendiamo da una famiglia ungherese, io non ho mai creduto, non trovo conforto nelle religioni”. E lui: “Scusami, forse sono stato invadente, però ho percepito così tanto la presenza di Dio e Gesù nelle tue parole che ho pensato tu fossi cattolico mentre cantavi”».

E poi?

«Così dopo pochi giorni mi sono reso conto che avevo composto quattro o cinque nuove canzoni e il tema di queste era sempre la ricerca di una profonda spiritualità, che ho poi capito essermi mancata per molti anni. Tutte erano accomunate da una passione irrefrenabile: leggere la vita nella morte, quanta ce n’è. Nessuna trattava argomenti puramente religiosi o forse nessuna di queste canzoni ne parlava in modo diretto».

È sempre amico con Bob Dylan?
«Con Bob siamo amici, non ci sentiamo spesso, però siamo rimasti in ottimi rapporti da quando nel 1999 facemmo quel tour insieme e a me piace molto il modo di concepire il lavoro che lui ha, scrupoloso, ma divertente».

E con Sting che rapporto ha?

«Ottimo, abbiamo finito da poco questo splendido tour in cui dividevamo il palco.

Lei è davvero così burbero e autoritario come molti la descrivono?

«Me lo ripetono in continuazione, ma non so cosa rispondere. Un paio di anni fa Art (Garfunkel - ndr) ha avuto un problema alle corde vocali, per questo ho pensato fosse meglio lasciar stare nuove reunion. Non si tratta di essere autoritari, solo di aver rispetto del pubblico».

Si dice che Garfunkel sia sempre stato più conservatore di lei, è vero?
«Uno dei tanti litigi che ho avuto con Artie  fu quando stavamo registrando “Bridge Over Troubled Water” e volevo inserire la canzone  “Cuba sì, Nixon no” e lui non lo permise».

Si sente una leggenda?

«Guardi, non ho mai pensato di poter raccontare il mio paese criticando i Wasp o sposando le cause della comunità ebraica o difendendo qualcuno in particolare. Ho sempre e solo cercato di usare i mezzi che meglio conosco per esprimere la mia creatività. Provengo da una famiglia povera, i miei genitori non volevano diventassi musicista, sono cresciuto pensando che se un artista diventa una leggenda vuol dire che sta invecchiando, il tempo passa inesorabile».

Ha sempre descritto situazioni di crisi e difficoltà. Pensa di conoscere da vicino la realtà della gente di oggi?

«Anche solo il fatto di vedere come crescono i miei figli e di ascoltare le storie dei miei amici mi mette in contatto diretto con le difficilltà che stiamo affrontando in quest'ultimo periodo. Sono momenti di grande difficoltà, economica, ma non solo, anche di identità e valori. In tutto il mondo c'è già stato un cambiamento radicale. La scalata del fondamentalismo religioso ha dato il via a un forte dualismo tra i moderati e coloro che credono in un intervento estremo, definitivo. Viviamo in un'epoca in cui molte certezze sono state messe in dubbio, se non proprio definitivamente soffocate, dall'innovazione tecnologica che viaggia velocissima».             


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