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Enrico Brignano: vale ancora la pena lottare

Il meglio di un attore che non fa solo ridere

Lun 26 Mag 2014 | di Giuseppe Stabile - zonastabile@ioacquaesapone.it | Zona Stabile
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La sua imperturbabile loquacità unita alla travolgente simpatia fanno passare tutto e tutti in secondo piano. Ma incrociare il suo sguardo attento mentre è seduto su una rilassante poltrona permette di coglierne la profondità troppo spesso nascosta. In questi caldi giorni di giugno Enrico Brignano è negli Stati Uniti per regalare agli americani un po’ di romanità e di genialità italiana.

Enrico, stai portando “Rugantino” a Broadway. Cosa provi?
«È una grande emozione andare a Broadway con più di ottanta persone, una compagnia tutta italiana. Ho i brividi pensando di recitare a New York, utilizzando le scenografie originali del 1962, trasportate con un cargo, le stesse usate per la prima messa in scena di “Rugantino” con il protagonista che era Nino Manfredi».

Questo spettacolo ha un significato particolare per te?
«È una grande emozione perché mi permette di realizzare un mio sogno da ragazzo. Avevo dodici anni quando i miei genitori mi portarono per la prima volta al Teatro Sistina dove rappresentavano “Rugantino”. M’innamorai di quella storia, ma neanche potevo immaginare di fare l’attore: la mia era una umile famiglia di borgata romana ed io ero destinato a fare il meccanico in fabbrica!».

Tu sei molto attento alle tematiche sociali e politiche. La vicenda di “Rugantino” ha un valore anche nell’Italia di oggi?
«È una storia divertente con risvolti drammatici e romantici, con protagonista un giovane un po’ sbruffone che cerca di sbarcare il lunario. Anche se il contesto storico è cambiato, purtroppo la situazione odierna è simile, con molti italiani, non solo giovani, costretti a vivere di espedienti. Siamo costretti a guardare dal basso un potere che sembra inattaccabile».

Dobbiamo rassegnarci o nel nostro Paese c’è la possibilità di cambiare le cose?
«Alle ultime elezioni nazionali ho votato per il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e spero che possano contribuire al cambiamento. Purtroppo, nel nostro Paese c’è il problema culturale di cercare sempre il compromesso e siamo prigionieri della burocrazia. Sembra di vivere in un incubo, con una classe politica bugiarda che, dopo i tanti disastri provocati, ha il coraggio di continuare ad occupare gli stessi posti di potere. Dobbiamo lottare per ottenere almeno la riduzione del numero e degli stipendi dei parlamentari».

Hai recentemente portato in teatro e su Rai Uno il tuo spettacolo “Il meglio d’Italia”. Quale messaggio hai voluto lanciare?

«Noi italiani abbiamo la pessima abitudine di vergognarci del nostro Paese. Onoriamo il tricolore solo quando vinciamo qualche partita di calcio o quando facciamo il tetto di una casa, magari abusiva. Invece, l’Italia ha dato i natali a molte delle più grandi personalità della cultura, dell’arte e della storia: siamo i migliori inventori e viaggiatori, esportiamo il nostro benessere, fabbrichiamo le auto migliori e tante altre cose fin da tempi antichissimi. Oggi dobbiamo ritrovare l’ottimismo e le motivazioni profonde da trasmettere ai nostri figli, per dirgli che vale ancora la pena lottare, impegnarsi, anche se sembra avere davanti un futuro nero e già deciso».

Quali le cause e le responsabilità di questo disfattismo?
«C’è una componente culturale e popolare, ma una grande responsabilità ce l’hanno i mezzi di comunicazione e i giornalisti, che troppo spesso si limitano ad essere divulgatori di polemiche e negatività. La televisione è piena di telegiornali incentrati su notizie catastrofiche e di dibattiti con  presunti esperti, politici e non, che fanno affermazioni mai propositive o creative. Tuttavia non siamo condannati, dipende da noi. Dobbiamo aiutarci a comunicare in modo diverso, a tirare fuori la parte migliore di noi: siamo un popolo che è capace di capire il senso vero della vita. Però, sono affranto soprattutto per molti anziani, come mia madre, che subiscono la tv senza saper gestire il telecomando: vorrei trasmetterle positività per aiutarla a vivere dignitosamente gli ultimi anni di vita, mentre la televisione le inquina la mente».

Sei molto legato ai tuoi genitori?

«È molto più facile capire e conoscere i propri genitori con il passare degli anni, mentre da adolescenti o in altri periodi dell’esistenza è difficile comprenderli; poi, quando diventano anziani tutto risulta più chiaro. Vado spesso a trovare mia madre nella sua casa romana, ma la morte di mio padre, avvenuta tre anni fa, è stata un duro colpo per me. Ho sofferto molto, anche perché, pur essendo abituato a parlare a migliaia di persone, non sono riuscito a dirgli quanto gli volevo bene. Negli ultimi giorni, mentre era in ospedale, andavo sempre in Chiesa a pregare: la natura ha fatto il suo corso, ma ho potuto riallacciare il mio rapporto con Dio».

Come vivi la tua sfera religiosa?
«Sono cattolico apostolico, abito a Roma, sono battezzato e mi sento cristiano, abbastanza osservante. Il mio rapporto con Dio è purtroppo discontinuo, a volte sento di amarlo; altre volte Gli chiedo di aiutarmi a compiere le scelte giuste o il perché di tante tragedie presenti nel mondo. Quando mi vengono meno il coraggio e la forza subentrano la malinconia e i cattivi pensieri, però torno sempre a pregarLo sperando che mi aiuti ad essere più felice. La fede è un dono molto importante, un’energia interiore che ci sostiene a credere sempre in Dio, in noi stessi e nella vita».

Cosa pensi di Papa Francesco?

«È una persona molto profonda, ma semplice, che viene dal popolo e riesce ad arrivare al cuore delle persone. È arrivato in un momento difficilissimo della Chiesa e si è accollato molte responsabilità, trovandosi di fronte a temi scottanti come aborto, figli in provetta o matrimoni omosessuali, oltre alle accuse tremende di pedofilia. Papa Francesco sta facendo compiere un giro di boa alla Chiesa, affrontando tutte le situazioni e rischiando in prima persona. Inoltre, sta girando il mondo portando non solo la Parola di Dio contenuta nel Vangelo ma anche la sua parola. Lui è davvero un bravo comunicatore!».

 



RUGANTINO IN AMERICA!

Dopo 50 anni, Enrico Brignano riporta “Rugantino” a New York, recitando a giugno nei teatri di Broadway. La celebre opera, scritta nel 1962 da Garinei e Giovannini, è stata portata in scena in tutta Italia da Brignano quattro anni fa, ed ora approda negli Stati Uniti con una troupe tutta italiana, utilizzando le maestose scenografie originali! Un tocco di romanità e di genialità italiana nella cosiddetta Grande Mela.


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