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Giocare è una cosa seria!

Aiuta a socializzare e tollerare le frustrazioni: divertirsi è un toccasana a ogni età

Gio 03 Lug 2014 | di Giuseppe Scicco | Attualità
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Piacevole, energetico, stimolo per la creatività: è il gioco, attività divertente e serissima che gli adulti tendono spesso a concedersi con molte remore, frustrati da pregiudizi duri a morire. E invece, purchè sia ricreativo, fine a se stesso, improduttivo e soprattutto non costituisca una fuga dalla realtà o non sfoci in una dipendenza, il gioco allena il cervello ed è una palestra contro timidezza e frustrazioni.

Aiuta a sopravvivere
Giocare è un processo biologico profondo, che nel corso degli anni si è sviluppato in molte specie animali per uno scopo niente affatto trascurabile: agevolare la sopravvivenza. Nelle specie più evolute, infatti, favorisce l’empatia e rende possibile la costituzione di gruppi sociali complessi. Non a caso tutti i cuccioli, compresi quelli d’uomo, scoprono il mondo che li circonda e imparano a conoscere se stessi e i loro simili nell’identico modo: giocando.
L’attività ludica favorisce il confronto di punti di vista diversi, la gestione delle differenze culturali, la capacità di immaginare vie d’uscita inedite. Proprio il conflitto, inteso come confronto fra punti di vista diversi, spiega uno studio del pedagogista Gianfranco Staccioli, docente di Metodologie del gioco e dell’animazione presso l’Università di Firenze, stimola l’interazione tra valori culturali e la capacità di immaginare soluzioni e innovazioni che prima non c’erano: ecco il principale valore aggiunto derivante dallo svago. Ricrearsi abitua a tollerare frustrazioni, a elaborare strategie, a sviluppare l’abilità di problem-solving e collaborare con gli altri. Inoltre nel gioco è possibile apprendere nozioni e abilità senza essere direttamente a rischio: i timidi possono provare ad esporsi, i paurosi a fare la voce grossa, gli asociali comprendere il valore della collaborazione. Giocare insomma è una cosa molto seria, non solo perché nella lingua di Shakespeare “gioco” si dice in due modi, play e game, ma perché riguarda molti ambiti della nostra vita ed è in grado di influenzarli in maniera produttiva.

Giocare per… gioco!
Ma non basta iscriversi a un torneo di Burraco per trarre giovamento dal gioco: se si partecipa solo per vincere e si esaspera la competitività che vi si infonde, esso sarà infatti più simile a un lavoro.  L’essenza profonda dell’attività ricreativa – continua lo studio dell’Università toscana – sta proprio nel piacere, nel divertimento. Ci si può svagare costruttivamente, e dunque giocare, immergendosi in qualunque attività: dal chiudersi in un cruciverba ad andare a fare un giro in bici, dal preparare un dolce allo sprofondare in poltrona con un buon libro; quello che marca la differenza tra evasione, attività ludica e lavoro è proprio l’atteggiamento con cui lo si vive, in altre parole l’assenza di costrizione. Il gioco perché sia tale deve essere sostanzialmente libero, aperto alla novità e privo di scopi.

Giocare alla mia età?
È proprio quest’ultima caratteristica – ovvero l’assenza di un beneficio materiale restituito dal tempo impiegato –, uno dei fattori che possono rendere difficoltoso, per chi dell’infanzia ha ricordi ormai sbiaditi, godere di un giro sull’altalena o scatenarsi in una battaglia con i cuscini. Non è certo casuale se espressioni del tipo “Guarda che non stiamo mica giocando!” siano ricorrenti nel linguaggio delle persone adulte. Alcuni “grandi” tendono infatti a disprezzare la giocosità quasi che divertirsi liberamente costituisca un tabù. Crescendo, a un certo punto, cominciamo a sentirci in colpa se giochiamo – ha spiegato lo psichiatra americano Stuart Brown, anch’egli autore di un sag
gio in materia –, ci viene detto che non è redditizio, che è uno spreco di tempo, addirittura che è immorale. E aggiunge: «Abbiamo interiorizzato a tal punto i messaggi della società, i quali vedono il gioco come una perdita di tempo, che ci vergogniamo a lasciarci andare». Gli adulti – continua il ricercatore –, si vergognano a lasciarsi trasportare molto più dei bambini, perché giocare equivale a “scoprirsi” e mettendosi a nudo si abbandonano le maschere protettive dei ruoli abituali per mostrare nuove parti di sé, sottoponendosi quasi fatalmente al giudizio altrui, che generalmente è temuto.
Per questo se un adulto gioca per il piacere di farlo, se lo concederà solo con una strettissima cerchia di persone di cui non teme il giudizio. «La partita di basket del giovedì non vale – sottolinea Brown con un esempio statunitense che da noi potrebbe tradursi col calcetto –: nessuno in campo è disposto a perdere o a far la figura del pirla!». «Per fortuna non tutti gli adulti hanno un rapporto problematico con il divertimento - continua lo psichiatra -, ma ovviamente non va bene neanche l’eccesso opposto, ovvero il buffone in servizio permanente effettivo: Peter Pan è bene che cresca, almeno un po’».

Se patologico non è più gioco
Attenzione però: il gioco può anche diventare un problema se viene vissuto come un surrogato della vita reale o come fuga, nei casi in cui può trasformarsi in una vera forma di dipendenza. «Il gioco non è da confondersi con la tendenza all’azzardo o al rischio che tormenta la nostra epoca – precisa lo psichiatra –, ma deve rappresentare solo l’occasione per cambiare ottica e guardarsi intorno da un punto di vista diverso. In questo senso esiste un legame molto stretto tra gioco e creatività; in altre forme il gioco diventa patologia.» Quali i campanelli d’allarme per accorgersi che non si tratta più solo di divertimento, ma l’attività sta deviando verso qualcosa di meno salubre? Se si gioca più di quattro ore al giorno – spiega Brown –, soprattutto da soli, online o sul computer, si corre il serio rischio di sviluppare disturbi emozionali. Nelle dosi giuste invece, concordano medici, psicologi e psichiatri, al gioco vengono attribuite molteplici funzioni essenziali per corpo, mente e psiche. Divertirsi fa bene e, al contrario, smettere di farlo può avere conseguenze negative fino a condurre alla depressione. Per dirla con George Bernard Shaw, infatti, “Non smettiamo di giocare perché invecchiamo, ma diventiamo vecchi perché smettiamo di giocare!”.                    




LE PERSONALITA' LUDICHE

Lo psichiatra americano Stuart Brown, nel suo saggio “Gioca! Come il gioco può formare la mente”, elenca otto tipologie differenti di personalità ludiche, potenzialmente presenti in ciascuno in percentuali diverse e dalle conseguenti infinite combinazioni personali:
• Il regista: l’organizzatore del gioco, delle gite o delle serate;
• Il pagliaccio: quello che la butta in caciara, che non ha paura di scoprirsi, di ridere e far ridere;
• L’esploratore: chi è sempre in cerca del gioco mai provato, del posto sconosciuto, della nuova compagnia;
• Il poeta: adora perdersi nella propria fantasia, inventando storie, personaggi e intrecci;
• L’inventore: spontaneamente portato a creare, propone sempre innovazioni sul tema del gioco;
• Il collezionista: prova piacere nell’accumulare esperienze ed oggetti;
• Il competitivo: lotta sempre per primeggiare, odia perdere in ogni circostanza;
• Il cinestetico: per lui il gioco è movimento, corsa, salto: non proponetegli lo scopone, ma il rubabandiera!


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