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Monica Bellucci: non porto mai una maschera

Il vero significato dell'essere donna e madre

Gio 03 Lug 2014 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Chissà se Monica Bellucci sa che più invecchia e più è bella. Che la sua perfezione degli anni della gioventù non aveva quell'eleganza, quella poesia che ora hanno il suo viso, il suo corpo, le sue parole. Forse sì, perché ti sorprende sempre con quella sua voce dai toni ingenui che regala riflessioni sensibili e profonde, con la sua intelligenza di attrice, madre, donna che a settembre compirà 50 anni. Noi l'abbiamo incontrata a Cannes, dove “Le Meraviglie”, il film in cui ha recitato una parte piccola, ma importante, ha vinto il Gran Premio Speciale della Giuria.

Cosa significa essere attrice?
«Tante cose, anche se molti si fermano solo al tappeto rosso e all'aspetto estetico o ai suoi vestiti. E invece dietro c'è un travaglio interiore e personale fatto di ricerca e di solitudine, di paure e inquietudini, un lavoro che molti non immaginano. Certo, è anche vero quello che diceva Marcello Mastroianni, che questo è il mestiere più bello del mondo, in cui ti portano il caffè la mattina, hai sempre una macchina che ti aspetta e tutti si preoccupano per te. Ma pur non avendolo conosciuto, credo che quel distacco ironico verso il cinema nascondesse un grande lavoro su e dentro di sé. Sono sicura, comunque, che sia la donna a creare l'attrice, mai il contrario».

Ha mai incontrato Sofia Loren?
«No, mai. Ma ho sempre ammirato il suo percorso, il suo talento, la sua forza. E, sai, anche la voglia di esserci, ancora adesso. Non è facile trovare ancora gli stimoli per vivere questo mondo e lei invece non ha problemi, anzi, ci sta alla grande. Se la incontrassi avrei tante cose da chiederle, ma non le dico certo a un giornalista. Gliele dirò all'orecchio!».

Doveva interpretarla a teatro, vero?
«Sì, ma purtroppo per ora dell'adattamento teatrale di “Una Giornata Particolare” non si parla. Speriamo».

Si parla di una Monica per tre ore in abito da sposa, per Emir Kusturica?
«Lo indosserò, sì, ma sarò in scena in ogni modo. Per lungo, per largo, vestita normalmente e anche desnuda. è un lavoro non facile, sono stata sul set con lui per tre mesi e me ne aspettano altri tre, sono tre capitoli di una storia d'amore durante la guerra, tra due persone con percorsi diversi. Il protagonista maschile è proprio Emir, che dirige anche, e che qui è un uomo che nella vita ha perso tutto, un lupo solitario senza più voglia di vivere. E incontra questa donna serba con strane origini con cui ingaggerà una lotta per la sopravvivenza».

Come si affronta una lavorazione così lunga?
«Con gioia, anche se è faticosa. Kusturica è un poeta, ha i suoi tempi e il copione spesso è “solo” una traccia. Sai sempre che la mattina potrà cambiare il testo, il senso della storia. Anche se nel mio caso era diverso, perché avevo la mia parte in serbo e non era così facile da modificare pochi minuti prima! Lui ti sconvolge con il suo eclettismo, ti travolge. E allora anche se ti chiede cose complesse, le fai perché vedi come lui si dà, senza riserve».

L'Italia come la vedi da fuori?
«Non diversa dal resto del mondo, come tutti sostengono. La melancolia che c'è nel nostro Paese è ovunque: la verità è che in questi anni la favola che ci hanno raccontato negli anni '80, che dovevi diventare ricco e famoso per essere felice, si è dimostrata la baggianata che era. Ed ora ci dobbiamo ricostruire».

Come interpreti e vivi questa maggioranza femminile della rappresentanza italiana a Cannes?
«Con soddisfazione, è un gran godimento, mi perdonino i maschietti. Vedo una rinascita, nel cinema e non solo, della donna. E mi fa piacere. Da registe che già conosciamo, come Comencini e Archibugi, ad altre che portano un vento nuovo, come Mariasole Tognazzi, Asia Argento, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi e appunto Alice Rohrwacher. Ha ragione Jane Campion quando dice che per ristabilire gli equilibri si dovrebbero fare giurie di sole donne ai festival. Almeno per un po' di tempo. Non perché vogliamo il potere, ma perché andrebbe riequilibrata la nostra posizione nel mondo, andrebbe pareggiata, sulla bilancia, tutta la sofferenza che abbiamo patito. In fondo, per quanto l'espressione possa sembrare forte, siamo delle schiave liberate».
 
Cosa si deve fare per ritrovare quest'equilibrio?
«Va rispettata la femminilità, non dobbiamo parificarci diventando uomini o peggio asessuate. Il problema è che non viene mai rispettata la tua diversità, se rimani incinta entri nel panico perché potresti perdere il lavoro o essere costretta dopo soli tre mesi a mettere il tuo bambino al nido. Abbiamo tempi più diversi, più lenti, che vanno considerati e non devono penalizzare la donna. Ma la società è regolata dagli uomini. Ricordo ancora un produttore che mi disse “Ci sono donne che non devono fare figli e tu sei una di quelle”. Non lo disse con cattiveria, voleva far presente che dovevo rimanere nel sogno. Nel sogno di chi? Dei maschi? Ne ho fatte due di figlie e mi sembra di essermela cavata, no?».

Ha fatto delle rinunce per queste due maternità? Molte sue colleghe hanno detto no a grandi ruoli per diventare madri.
«Non puoi chiamarle rinunce. I ruoli ce l'hai per tutta la vita, i figli no. Come fai a rimpiangere un'opera d'arte rispetto a un figlio? Per fortuna, poi, se non sei schiavo della tua bellezza, questo è un lavoro in cui non vai mai in pensione, a meno che tu non voglia far la ventenne a 50 anni. Devi guardare alla tua anima, più che al corpo. E scegliere di conseguenza. Altrimenti sei da ospedale psichiatrico. Ma in questo anche gli uomini sono attrici, anche loro non accettano spesso la loro età».

Si avvicina un compleanno importante.
«I 50 anni. Credo che per una volta festeggerò: è un bel traguardo, sono felice di essere viva intanto, con due bambine di 10 e 4 anni. Di solito non festeggiavo il compleanno, perché ero sempre in giro, magari lo celebravo, sola, in una stanza d'albergo. Questa volta voglio fare qualcosa di speciale, me lo merito».
 
Quant'è difficile mettere e togliersi la maschera nel suo lavoro?
«Io non la porto mai, voglio sempre un confronto sincero. Anche in queste chiacchierate, imparo qualcosa. Se fosse una cosa univoca, sai che noia? E anzi, spesso nel momento in cui mi raccontate, mi piaccio».
 
E sullo schermo ti piaci? Ti arrabbi quando si dice “Ora è diventata brava”?
«Ma no, anche perché ancora oggi riesco ad essere una cagna tremenda. Succede sempre e a tutte, puoi essere scarsa in un bel film, o brava in uno brutto, e allora nessuno se ne accorge. Fare il cinema ha grandi sacche di imprevedibilità».                     



Biografia
Monica Bellucci nasce a Città di Castello, in Umbria, il 30 settembre 1964, figlia di Pasquale e Brunella. Inizia a sfilare come modella per pagarsi gli studi alla Facoltà di Giurisprudenza che poi, però, lascerà per dedicarsi alle passerelle, visto il grande successo. Alla fine degli anni '80 già sfila per le più grandi firme della moda, all'inizio dei '90 la scopre il cinema. Prima Dino Risi in “Vita coi figli” poi, come protagonista assoluta, con Francesco Laudadio ne “La riffa”. Inizia una carriera straordinaria che la vedrà recitare per Francis Ford Coppola “Dracula” e i fratelli Wachowski, il secondo “Matrix”, per Marco Risi “L'ultimo capodanno”, una delle sue prove migliori e per Giuseppe Tornatore “Malena”. E ancora Muccino, Gibson, Gilliam, Blier, Virzì, Veronesi, Vanzina, Giordana, Garrel, Noé e molti altri. Ha da poco concluso il suo rapporto sentimentale con Vincent Cassel, padre delle sue due figlie.


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