acquaesapone Ambiente
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Al mare con le Bandiere Bluff

Com’è possibile che l’Adriatico abbia più bandiere blu di Sardegna, Sicilia e Calabria messe insieme?

Gio 03 Lug 2014 | di Patrizia Santo | Ambiente
Foto di 3

Prestigiosi vessilli o giochi di prestigio? Com'è possibile che in Emilia Romagna, nelle Marche o in Abruzzo ci siano più bandiere blu che in Costa Smeralda o che sull'Adriatico ne sventolino addirittura 46, dal Veneto al Molise, contro le 20 di Sardegna, Sicilia, Calabria e le famose spiagge del Salento messe insieme? Basta guardare la legislazione e la procedura che presiede al rilascio delle bandiere.
Innanzitutto, va detto che da 5 anni sono rimasti solo un paio i parametri per dichiarare la qualità delle acque marine. Ecco perché le coste dello Stivale sono quasi tutte classificate “eccellenti” ai fini della balneazione. Che si tratti di aree piene di industrie e scarichi o di altre più selvagge e quasi incontaminate, l'eccellenza o almeno la “buona”qualità è quasi automatica. Quest'anno sono 140 i Comuni balneari e 269 i lidi insigniti delle Bandiere blu. Ma non sono tutte uguali. Ce ne accorgiamo quando siamo in certi posti “blu” che presentano acque di ben altro colore. Molte infatti non sono nella Guida Blu stilata dal Touring Club con Legambiente sulla scorta di accurate verifiche ambientali e sopralluoghi. Più che un'affidabile bussola per i bagnanti, certe bandiere diventano occasioni pubblicitarie per i politici locali. A spingere il barcone degli sbandieratori rivieraschi è un vento che non convince. Vediamo perché.

Dati forniti dagli stessi candidati
La Bandiera blu viene assegnata dalla FEE, Foundation for Environmental Education (Fondazione per l'Educazione Ambientale) ai Comuni che la richiedono sulla base di ciò che dichiarano gli stessi Comuni candidati. Una specie di autocertificazione, insomma. Ecco perché moltissimi gioielli marittimi non ce l'hanno, semplicemente perché non si sono fatti avanti, magari perché non gli interessa. Ciò che chiede e valuta la Fee (a tavolino, salvo “eventuali visite in loco” del Coordinamento internazionale della Fee) riguarda non solo spiagge ed acqua, ma il contesto: servizi igienici, bagnini, pulizia, accessibilità ai disabili, fontanelle e soccorso presso i lidi; trasporti ecosostenibili ed iniziative di educazione ambientale; vivibilità del territorio, risparmio energetico e capacità turistiche. Oltre alla raccolta differenziata. Questa deve essere almeno al 20%. Pazienza se probabilmente nessuno dei Comuni imbandierati ha raggiunto la percentuale prevista dalla legge, cioè il 65%, dopo 15 anni di proroghe. Anzi, il riconoscimento quest'anno è comunque stato dato in deroga ai Comuni che non hanno raggiunto il tasso minimo di differenziata del 20% richiesta dalla Fee, “se dimostreranno di avere intrapreso delle azioni atte a raggiungere tale percentuale entro il 2014”. Prima ancora che il verde del riciclaggio, il colore blu suggerisce un mare pulitissimo. E in effetti la qualità delle acque viene dichiarata un “criterio imperativo” nella procedura di assegnazione della bandiera. Dev'essere quindi “eccellente”. Ma a tal fine bastano gli stessi risicatissimi 2 parametri che stiamo per spiegare. Però c'è una bella differenza tra l'eccellenza del mare sardo o siculo, per esempio, e quella ufficiale di moltissimi altri posti. Succede pure che Goletta Verde di Legambiente, segnali grossi problemi anche in località insignite del vessillo azzurro.

Analisi ridotte all’osso
Un'eccellenza ormai spalmata ovunque, al di là delle reali condizioni ambientali, dall'estate 2010. Da quando cioè anche in Italia vige l'aggiornamento normativo europeo: i parametri per stabilire la balneabilità da 19 sono diventati solo due. Vengono misurati solo gli enterococchi intestinali e l'escherichia coli, responsabili delle infezioni intestinali e altre malattie collegate. Basta che questi due batteri non superino concentrazioni rispettivamente di 100 e 250 Ufc (unità fecali campionate) per millilitro e il gioco è fatto. Le spiagge di luoghi fortemente sottoposti a pressione industriale e urbana hanno lo stesso voto delle isole siciliane, della Maddalena o Santa Teresa di Gallura!
Per legge non è più necessario verificare altri indicatori come la torbidità dell'acqua, il Ph, la salmonella, i tensioattivi (residui di detersivi e saponi), gli oli minerali, l'ossigeno disciolto e così via. E se ci sono cianobatteri, le macro-alghe potenzialmente tossiche, il fitoplancton marino, i residui bituminosi delle petroliere, o materiali come vetro, plastica, gomma o altri rifiuti, non vengono considerati ai fini della classificazione.

Inquinamento quasi indimostrabile
Prelievi ed analisi, poi, sono obbligatori soltanto da aprile a settembre, e certi tratti di costa con conclamato inquinamento, magari spariscono dall'elenco dei monitoraggi semplicemente perché inquinati e quindi, secondo le nuove regole, tanto vale non analizzarli più. Ciò che accade tra ottobre e marzo non importa. Come se non bastasse tale generosità per far risultare tutto a posto, secondo la normativa “i campioni prelevati durante l'inquinamento di breve durata possono non essere presi in considerazione” per essere sostituiti con altri campioni. È il cosiddetto “inquinamento temporaneo”: se un campione di acque risulta fuorilegge, lo sforamento dev'essere confermato da altre analisi nei giorni successivi. Insomma, dimostrare che ci sia inquinamento è diventato quasi impossibile.  I due valori massimi di 100 e 250 Ufc per gli unici due valori analizzati sono gli stessi adottati dalla FEE per attribuire le sue bandiere. A spulciare i dati, però, viene fuori che in diverse località che sventolano la Bandiera blu, quindi dove l'acqua dovrebbe essere eccellente, vi sono tratti dove è vietato farsi il bagno proprio per inquinamento temporaneo. Divieti sopraggiunti dopo l'assegnazione della Bandiera blu. Chi lo sa quando va sui lidi di paesi e città bandierate?

Tutto balneabile, basta cambiare i valori
Ai fini della balneabilità, sono previsti quattro livelli della cosiddetta qualità delle acque: eccellente, buona, sufficiente o scarsa. Ed entro il 2015, la totalità delle nostre spiagge dovrà risultare almeno “sufficiente”.  Così, a tavolino, scompariranno i punti classificati “scarsi”. E tutto sarà a posto. Sulla carta. Lo impone la direttiva del Parlamento europeo n. 7 del febbraio 2006, resa applicabile in Italia dal 25 maggio 2010. Ma mentre queste regole di manica larga sono in vigore, in Italia non vengono attuate quelle che ci obbligano da una vita ad avere fogne e depurazione efficiente e capillare in tutto il Bel Paese. Si tratta di direttive che Bruxelles ci impone da una vita e che davvero trattano il problema alla radice. Proprio dai depuratori inadeguati e dai reflui urbani arrivino tonnellate di escherichia coli ed enterococchi intestinali. Cioè quei due parametri che determinano se possiamo tuffarci in mare o no.
In sostanza, si alza il limite legale dei valori dell'inquinamento ma non si blocca la fonte dell'inquinamento. E ci ritroviamo pieni di belle bandiere e con acque cristalline sulla carta, ma con il 30% della popolazione senza adeguati servizi di depurazione dei reflui urbani. Il Censis ha lanciato un nuovo allarme alla vigilia di questa estate: il 20% delle acque reflue, inoltre, viene smaltito senza essere depurato, finendo per inquinare mari, fiumi e laghi. Proprio per la mancata depurazione delle acque reflue – affermano da questo istituto di ricerche - abbiamo già avuto due condanne in sede europea: una quota consistente di popolazione (il 15%, con punte del 22% nel Mezzogiorno) non è allacciata ad alcuna rete fognaria e il 30% non è collegato a un impianto di depurazione. Anche nei Comuni capoluogo il 10% della popolazione non è servito da depuratore.

Repubblica fuorilegge
Del resto, già a luglio 2012 il nostro Paese è stato condannato dalla Corte di Giustizia europea perché centinaia di agglomerati urbani hanno scarichi fuorilegge, persino in aree sensibili, cioè degne di particolare attenzione e tutela ambientale. Tra queste, centri turistici come Imperia (con quasi lo zero per cento della popolazione servita da depurazione), Rapallo, Ischia, Porto Cesareo, Giardini Naxos, Cefalù. “La Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi che le incombono”, ha scritto la Commissione europea a maggio di 3 anni fa, denunciando che “almeno 143 agglomerati di più di 10.000 abitanti equivalenti scaricano in aree sensibili. [...] una violazione sistematica e persistente delle disposizioni”. Dovevamo provvedere entro il 31 dicembre 1998. Nel frattempo è arrivato il salvagente della direttiva che prevede i controlli solo su due parametri. Siamo a luglio 2014, sono fioccate le bandiere, ma non fogne e depuratori efficienti. Speriamo che il vento cambi.                                      



Salute dei fiumi? spesso ignota

Non si conosce lo stato ecologico del 56% dei nostri fiumi, torrenti e simili, mentre non si conosce lo stato chimico per il 78% di essi. Sono i dati del recente, completo ed aggiornato studio disponibile in materia nell'Unione Europea, forniti dal Documento di lavoro dei servizi della Commissione europea sull'attuazione della WFD, la Direttiva Quadro sulle Acque. E tra quei corsi d'acqua superficiali sui quali si hanno dati, solo l'8,3% risulta classificabile in buono stato sia ecologico che chimico.

Fonte AcQualeQualità Legambiente 2014



Italia, record di veleni

Stando ai dati Ue più aggiornati e disponibili, nel 2011 in Italia è stato sversato nei corpi idrici circa il 60% del totale di tutti i nonifenoli (sostanze chimiche molto tossiche ed inquinanti) ed il 39% di tutti gli idrocarburi policiclici aromatici scaricati in Europa. Entro il 2015 siamo obbligati a metterci in regola con la normativa Ue di tutela delle acque, ma ufficialmente si prevede che solo l'1,8% dei nostri corpi idrici di superficie migliori il proprio stato ecologico e chimico. Tutto ciò può trasformarsi in una grande occasione a favore della nostra natura, dell'economia nazionale e del lavoro. Una recente indagine dell'Istituto di ricerche Ambiente Italia stima che sarebbero da investire in questo settore 27 miliardi di euro nei prossimi 10 anni creando oltre 45mila posti di lavoro. Una mano può arrivare con ragguardevoli risorse dai fondi strutturali europei, che proprio nella tutela delle risorse idriche hanno una delle loro finalità principali. 



Acque “pulite”... e vietate
Ok sulla carta, ma è proibito farsi il bagno persino dove l’acqua è classificata eccellente

L a poca trasparenza sull'inquinamento e sulla balneabilità in Italia crea paradossi davvero strani. Ufficialmente la stagione balneare comincia il 1° maggio. Ecco alcuni appunti sulle località con Bandiera blu, a inizio stagione balneare 2014, stando ai dati ufficiali pubblicati dal Ministero della Salute sul Portale delle Acque. La Liguria vanta più Bandiere blu di tutti. Però: a Pietra Ligure, Celle Ligure e Varazze, risultano tratti con qualità dell'acqua scarsa. A Chiavari, ci si può imbattere in acque di qualità formalmente sufficiente, ma con “inquinamento di breve durata” e “chiusura temporanea dell'area” presso la foce del torrente Entella, poco più su di Lavagna anch'essa Bandiera blu. Più giù, a Lerici, zona San Terenzo spiaggia paese, (dove la spiaggia “San Terenzo/Colombo” ha la bandiera blu 2014...), interdetta per inquinamento dal 16 maggio, con tanto di classificazione di balneabilità “buona”. A Forte dei Marmi (Lu), a fine maggio, risultava “nessun prelievo trovato”. Livorno ha una spiaggia “temporaneamente vietata per inquinamento”, anche se “sufficiente” sulla carta. A Follonica  “nessuna criticità trovata”. Peccato che sia Temporaneamente vietata per inquinamento a fine maggio. Qui la Fee parla di Bandiera blu senza specificare nomi di  spiagge, come in altri Comuni.
A Grosseto, alla foce dell'Ombrone, la qualità dell'acqua è classificata eccellente e sufficiente, ma c’è un divieto temporaneo di farsi il bagno per inquinamento. Sotto la Toscana, nel Lazio, Anzio è Bandiera blu, ma spesso tende al verdognolo-marrone. Accanto ha Nettuno, con un tratto classificato “sufficiente”, ma vietato per inquinamento. Latina da quest'anno è Bandiera blu, ma ha un tratto vietato per inquinamento e l'arenile è flagellato dall'erosione. Chissà se qualcuno sa che a Latina da anni si scaricano radionuclidi dalla vecchia centrale nucleare.  Sull'Adriatico, acque inquinate e interdette a Numana, al confine con Porto Recanati, a Potenza Picena (Mc), a Porto Sant'Elpidio (anch'esso insignito della bandiera blu senza specificare gli arenili), a Pedaso. E ancora, a San Benedetto del Tronto tra due tratti classificati per legge con acque “eccellenti”, uno è vietato per inquinamento, ma la Bandiera è riferita genericamente al nome della città. Roseto degli Abruzzi ha due punti interdetti, a nord e a sud della foce del Vomano. La Fee elenca tout court San Vito Chietino tra le Bandiere blu, ma per sapere che in alcuni il bagno è vietato per inquinamento da escherichia coli superiore anche di quasi 6 volte rispetto al limite massimo consentito bisogna andarsi a spulciare i dati ministeriali. Anche Vasto ha le sue acque “scarse” e non balneabili perché inquinate, sebbene gli unici due valori considerati dalla legge (escherichia coli ed enterococchi) siano nella norma, mentre altre spiagge scarse hanno più escherichia ed enterococchi, ma risultano balneabili. Di che inquinamento si tratta allora? In Sardegna, non c'è quasi alcun divieto, ma anche qui il paradosso: a Golfo Aranci (Pietra Concat, Baia de Bahas, Luccaroni) le acque sono state classificate eccellenti, ma è vietato farsi il bagno per l'inquinamento. Giusto per inciso, Tempio Pausania nel 2011 risulta con il 40% della popolazione senza depurazione. Puglia: Monopoli, Lido Rosso, è Bandiera blu, con acque “eccellenti”... e divieto di balneazione dopo l'assegnazione del vessillo.   


Condividi su: