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Abbiamo perso Sicilia e Sardegna!

Il consumo di suolo presenta il conto: aumento esponenziale per alluvioni, frane e bombe d’acqua

Gio 03 Lug 2014 | di Maurizio Targa | Ambiente
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Più della superficie delle due isole maggiori, il 15% del nostro territorio: a tanto ammonta l’area che l’Italia ha perso negli ultimi venti anni per effetto della cementificazione. Un modello di sviluppo sbagliato che ha sottratto 2,15 milioni di ettari alla terra coltivata, riducendo ogni giorno la superficie agricola per un equivalente di circa 400 campi da calcio (288 ettari) col risultato che, in Italia, oltre cinque milioni di cittadini si trovano in zone esposte al pericolo incombente di frane e alluvioni. Questo l’allarme, lanciato in occasione della 44esima edizione dell’Earth day, la Giornata della Terra istituita dalle Nazioni Unite e celebrata il 22 aprile scorso in tutto il mondo, con la partecipazione di oltre 1 miliardo di persone. Ricorrenza che quest’anno ha avuto per tema le green cities, ovvero le città “verdi”: da Sydney a Nuova Delhi, da New York a Roma, a Il Cairo, da Pechino a Beirut, dall’Amazzonia a Honolulu, Washington e Mosca, sono state organizzate manifestazioni per chiedere azioni concrete ai governi per fermare i disastri ambientali.
«L’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e la terra dove cresce il nostro cibo - ha avvertito il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, lanciando un appello a prendersi cura del pianeta - sono parte di un ecosistema globale delicato, che è sempre più sotto pressione per colpa della mano dell’uomo.

Italia osservata speciale
Sotto lente, in particolare, le criticità del nostro Paese, non certo risparmiato da questa emergenza globale: l’Italia deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile dalla cementificazione e dall’abbandono nelle aree marginali con un adeguato riconoscimento dell’attività agricola, che ha visto chiudere 1,2 milioni di aziende negli ultimi venti anni, ha causato enormi danni ambientali e una situazione di pericolo che solo episodi clamorosi che di volta in volta scuotono l’opinione pubblica paiono ricordare. Sono ben 6.633 i Comuni italiani nei quali sono presenti aree a rischio idrogeologico, l'82% del totale. Tra le cause che condizionano e amplificano il rischio c'è soprattutto l'azione dell'uomo, con abbandono e degrado, cementificazione, consumo di suolo, abusivismo, disboscamento e incendi, si legge nel rapporto “Ecosistema Rischio 2013”, il dossier annuale di Legambiente che ha monitorato le attività per la mitigazione del rischio idrogeologico di oltre 1.500 amministrazioni comunali, unita alla mancanza di una seria manutenzione ordinaria, spesso affidata a interventi 'urgenti' ed emergenziali e non ad un’organica politica di prevenzione.

Allarme sempre più rosso
Legambiente fa notare come in dieci anni in Italia sia raddoppiata l'area dei territori colpiti da alluvioni e frane, passando da una media di quattro a otto regioni l’anno. Sono aumentate in modo esponenziale le concentrazioni di piogge brevi e intense, le cosiddette "bombe d'acqua", nonostante negli ultimi dieci anni abbiamo speso per la prevenzione oltre due miliardi di euro. Nonostante ciò, il costo complessivo dei danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni dal 1994 a oggi ammonta a 242,5 miliardi di euro, circa 3,5 miliardi l'anno. Nel nostro Paese a causa di frane e alluvioni sono morte oltre quattromila persone dal 1960 a tutto il 2013, con tutte e venti le regioni italiane coinvolte in eventi fatali. Nel dettaglio si tratta di 541 inondazioni in 451 località che hanno causato 1.760 vittime (762 morti, 67 dispersi, 931 feriti), e 812 frane in 747 località, con 5.368 vittime (3.413 morti compresi i 1.917 dell'evento del Vajont del 1963, 14 dispersi, 1.941 feriti).  Anche secondo i dati raccolti in #dissestoitalia, la prima grande inchiesta multimediale sul dissesto idrogeologico, frane e alluvioni in Italia continuano ad aumentare: da poco più di 100 eventi l'anno tra il 2002 e il 2006 siamo arrivati ai 110 solo nei primi venti giorni del 2014.

Nord e Sud
Nella classifica delle regioni a maggior rischio, con il 100% dei Comuni esposti, troviamo in cima la Calabria, il Molise, la Basilicata, l'Umbria, la Valle d'Aosta, oltre alla provincia di Trento. Seguono Marche, Liguria al 99%; Lazio, Toscana al 98%; Abruzzo (96%), Emilia-Romagna (95%), Campania e Friuli Venezia Giulia al 92%, Piemonte (87%), Sardegna (81%), Puglia (78%), Sicilia (71%), Lombardia (60%), provincia di Bolzano (59%), Veneto (56%). Nel 2013, la popolazione che viveva nelle aree di rischio era più numerosa nel nord est (1.629.473 cittadini), seguito dal sud (1.623.947), dal nord ovest (1.276.961), dal centro (1.081.596) e dalle isole (90.794). Sette tra i Comuni intervistati raggiungono la classe di merito ottimo. Sono Calenzano (FI), Agnana Calabra (RC) e Monasterolo Bormida (AT). In tutti e tre i Comuni sono state avviate le procedure per la delocalizzazione di strutture presenti nelle aree esposte a maggiore pericolo, è stata realizzata una manutenzione ordinaria dei corsi d'acqua e delle opere di difesa idraulica, sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza e si è provveduto all'organizzazione di un efficiente sistema locale di protezione civile. L'altra faccia della medaglia è rappresentata da tre Comuni che ottengono un punteggio particolarmente basso: San Pietro di Caridà (RC), Varsi (PR) e San Giuseppe Vesuviano (NA). In tutti questi centri è presente una pesante urbanizzazione delle zone esposte a pericolo frane e alluvioni e non sono state avviate sufficienti attività mirate alla mitigazione del rischio, né dal punto di vista della manutenzione del territorio, né nell'organizzazione di un efficiente sistema comunale di protezione civile.

Sbagliando non s’impara
Con i cambiamenti climatici, rileva la Coldiretti in un suo recente rapporto, è sempre più urgente investire nella prevenzione. Eppure, negli ultimi venti anni, per ogni miliardo stanziato in tal senso, ne sono stati spesi oltre 2,5 per riparare i danni. Sono ancora troppe le amministrazioni comunali italiane che tardano a svolgere un'efficace politica di pianificazione d'emergenza. Appena il 49% dei Comuni intervistati (664) svolge un lavoro positivo di mitigazione del rischio idrogeologico, mentre il 16% delle amministrazioni campione dell'indagine risulta gravemente insufficiente. Per contro nel 79% dei Comuni giudicati a rischio sono state recentemente costruite nuove abitazioni, nel 31% di essi addirittura interi quartieri e le nuove edificazioni hanno riguardato anche impianti sensibili come scuole e ospedali o strutture ricettive. In 153 Comuni del campione sono stati tombinati e coperti tratti dei corsi d'acqua con la conseguente urbanizzazione degli spazi sovrastanti. Ancora in ritardo le attività di informazione dei cittadini (dichiarano di farle in 472 Comuni), essenziali per preparare la popolazione ad affrontare situazioni di emergenza.                



Scuole e ospedali minacciati

Secondo un rapporto Ance-Cresme, una scuola su dieci è a potenziale rischio: 6.400 edifici scolastici, sui 64.800 totali presenti in Italia, sorge infatti in un'area a pericolo frana o alluvione. Lo stesso discorso vale per gli ospedali: 550 strutture si trovano in una zona esposta. Ma non siamo sicuri neanche nei luoghi di lavoro: sono 46mila le industrie che si trovano in territori a rischio idrogeologico e se contiamo anche gli uffici, i negozi e le altre attività si arriva a quota 460mila.


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