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20 anni fa moriva Troisi, ma il suo amore č vivissimo

Nel libro della sorella Rosaria, il meraviglioso ritratto di un artista immenso che vince la morte col candido amore

Gio 03 Lug 2014 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 8

Il suo cuore si è fermato vent’anni fa. Oggi, però, Massimo Troisi rivive. Non solo nelle tante celebrazioni ufficiali dell’anniversario, ma soprattutto nei tanti bambini salvati dalla morte grazie al grande cuore di sua sorella. Rosaria Troisi da molti anni collabora con Italia Solidale Onlus per l’adozione a distanza dei bimbi di tutto il mondo, anche donando i proventi del suo libro “Oltre il respiro” (Iacobelli Editore) che racconta l’infanzia e la famiglia dell’indimenticabile attore.
«Sono sicura che Massimo guarda con un sorriso tutte le persone che ancora oggi gli vogliono veramente bene e lo ricordano nel ventesimo anniversario della sua morte. Ogni volta che presento il libro “Oltre il respiro”, oppure partecipo ad una conferenza in suo ricordo, sento profondamente che è come se abbracciassimo mio fratello. È emozionante godere ancora di tanto affetto per Massimo, un affetto che non diminuisce: è come se ci fosse tuttora il desiderio di trattenerlo con noi».

Come è nato in te il desiderio di scrivere questo emozionante libro?
«Mi decisi solo dopo alcuni anni dalla dipartita di Massimo perché avevo la necessità di sentirmi matura e libera di scriverlo. Ho dovuto acquisire anche la consapevolezza della serie di eventi inimmaginabili che si era verificata nella nostra esistenza. Nel tempo sono arrivati tanti bambini in famiglia e, anche ai miei figli che lo avevano conosciuto, volevo dare la visione di Massimo come uomo, fratello e amico. La storia di mio fratello è bellissima e vale la pena di essere raccontata. Inoltre, sono fiera che con questo libro, oltre a testimoniare la profondità e le radici di mio fratello, possono essere salvati tanti bambini insieme a Italia Solidale Onlus: io e tanti amici abbiamo già adottato a distanza molti bambini e sosteniamo anche il grande lavoro culturale dei volontari di Italia Solidale nel nostro Paese e nel Sud del mondo».

Cosa ti ha spinto a devolvere il ricavato delle vendite del tuo libro ai bambini sofferenti?
«Adoro stare in mezzo ai bambini e sto male da morire pensando a quanti sono maltrattati e bisognosi. Spesso mi vengono in mente le parole del Vangelo, quando Gesù dice: “Chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare” (Matteo 18, 4-6). Non riesco a restare indifferente alle sofferenze dei più piccoli e sono felice di collaborare da tanti anni con Padre Angelo Benolli e la sua associazione. Oggi sono contenta che anche Papa Francesco si schieri in modo così forte dalla parte dei bambini e dei più deboli: le sue parole sono un grande dono per tutti noi». 

Credi faccia piacere a Massimo che attraverso la sua memoria tanti bambini possono essere salvati?
«Sono sicura che Massimo sia contentissimo: la vita salvata a un bambino è il regalo più bello che possiamo fargli, un dono che arriva direttamente alla sua anima e lo rende felice! Mio fratello era un bambino che amava profondamente la vita, un uomo con un grande candore, pieno di stupore per ogni momento dell’esistenza. Lui ha sempre amato molto, ma con il teatro e il cinema aveva finalmente trovato il modo di esprimere il grande amore che portava dentro di sé. Massimo aveva un bellissimo rapporto con i bambini e, non avendo avuto figli, seguiva con molto affetto i suoi nipoti. Aveva una sensibilità particolare, sviluppata in famiglia e con i tantissimi bambini con i quali trascorrevamo tanto tempo: nel suo cuore era cresciuto un mondo di infanzia che non lo ha mai abbandonato».

Che ricordi hai della vostra infanzia?
«Siamo nati in uno sconosciuto paesino in provincia di Napoli: una famiglia semplice, ma dignitosa, con sei figli e una numerosa rete parentale. Al di là di tutti gli stereotipi sulle famiglie napoletane con tanti bambini e pochi soldi, abbiamo vissuto un’infanzia serena e piena di vita. Massimo è sempre stato un po’ introverso e dall’età di dodici anni aveva dovuto imparare a convivere con la sua malattia cardiaca: non poteva fare sport ed era al centro della preoccupazione dei nostri genitori. Soprattutto nostra mamma Elena, una donna meravigliosa alla quale Massimo era particolarmente legato, a volte diceva: “Ma questo mio bambino così malato e problematico cosa farà da grande?”».

Quando vi accorgeste del talento artistico di Massimo?
«Lui era un ragazzo timido, introverso e a volte triste, non pensava davvero di poter recitare davanti ad un pubblico. Quando morì nostra madre, alcuni amici, per sostenere Massimo appena diventato maggiorenne, lo coinvolsero in un gruppo che stava preparando una recita nel teatro parrocchiale. Noi eravamo contenti perché Massimo in questo modo era meno solo, ma durante la rappresentazione tutto il teatro rimase sbalordito: su quel piccolo palco aveva oscurato i suoi amici e sembrava un attore esperto! Mio padre si girò e disse: “Ma da dove è uscito questo?”. Da quel momento tutti noi familiari facemmo un passo indietro per lasciargli esprimere quello che aveva dentro e anche la sua salute migliorò. Però, mai avremmo immaginato che potesse arrivare in tv e ad Hollywood!».

Cosa ha significato per te la morte prematura di Massimo?
«Spesso si dice che quando qualcuno muore lascia il vuoto. Invece, Massimo ha lasciato soprattutto il pieno: affetti, indicazioni e insegnamenti di un cuore grande, tante cose che continuamente ci arricchiscono e ci spianano la strada. Per me, è un grande dono andare ancora oggi nelle scuole di tutta Italia a parlare di lui; molti tra i più giovani neanche conoscono Massimo, ma cerco sempre di portare la sua testimonianza: è necessario non disprezzare o sciupare la vita che abbiamo dentro, piena di potenzialità e sorprese, spesso insospettate! Inoltre, condivido in ogni occasione la meraviglia di poter salvare un bambino attraverso le adozioni a distanza di Italia Solidale: anche i miei figli, quando si sono sposati, hanno prima adottato a distanza dei bimbi e solo dopo hanno ricevuto il dono di propri figli!».  



Avevamo intorno a noi adulti teneri e fieri
Rosaria Troisi nasce nel 1944 a San Giorgio a Cremano (Na). Suo fratello Massimo (1953), penultimo dei sei figli del ferroviere Alfredo e della casalinga Elena, è un bambino introverso e profondo, condizionato anche da una malformazione cardiaca che ne causerà la prematura scomparsa nel 1994, il giorno successivo la fine delle lavorazioni del pluripremiato “Il Postino”. Diciottenne, dopo la morte della madre, Massimo scopre nella recitazione un insostituibile mezzo di espressione della sua interiorità che farà commuovere e sorridere il mondo intero, attraverso teatro e cinema. Nel libro “Oltre il Respiro” (Iacobelli Editore), Rosaria apre lo scrigno dei suoi ricordi, raccontando la delicata personalità di Massimo, con episodi inediti sull’infanzia e sulla famiglia. Un legame fortissimo che dà ancora frutti, come racconta lei stessa: “Io e Massimo abbiamo deciso di destinare i proventi di “Oltre il Respiro” a Italia Solidale onlus. Noi siamo stati bambini fortunati perché avevamo intorno a noi adulti teneri e fieri, pieni di dignità e di coraggio”. Commosso il commento di Padre Angelo Benolli (fondatore e presedente di Italia Solidale onlus): ”Ringrazio sinceramente Rosaria per la sua generosità che salva i bambini, nell’amore e nel rispetto della vita risorta di suo fratello Massimo Troisi, che si è sempre mantenuto “bambino” nella pienezza delle sue energie così come Dio le ha create“.



Un mito mite
Il ricordo di Massimo Troisi è legato indissolubilmente al trio “La Smorfia” che dal 1977 fece conoscere al grande pubblico televisivo il suo incredibile talento. Inseparabili compagni di viaggio erano Lello Arena e Enzo Decaro che ci ha confidato i suoi ricordi: «All’inizio eravamo tre ragazzi sconclusionati, con una grande voglia di comunicare e di rompere tutti gli schemi. Massimo era una persona molto schiva e riservata e anche noi che gli stavamo vicino conserviamo la riservatezza nei suoi confronti. Lui era un uomo estremamente mite e dignitoso, ascoltava tutti con pazienza, senza arrabbiarsi mai. Ho imparato da lui che un’idea forte e mite trova sempre una risposta dall’universo, con un’energia che la sostiene fino alla realizzazione. Oggi, dopo vent’anni dalla sua morte, ho capito che Massimo è davvero un mito mite».   


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