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Margaret Mazzantini: la vita è una interminabile storia d’amore

Lo sguardo dilatato della scrittrice irlandese, moglie di Sergio Castellitto, sempre alla ricerca di nuove avventure

Mar 22 Lug 2014 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Lascia scorrere i pensieri, si fa attraversare dalle sensazioni e poi le fissa in un dipinto che è fotografia dell’esistenza, quadro fisico, materiale che sa di realtà, di dolore, morte, amore, splendore. Margaret Mazzantini è lì a pochi metri da me. Parla e con le sue parole dà corpo e forma alle sue emozioni che diventano mie. Perché la scrittrice di madre irlandese ha la capacità di far vedere i mondi di cui parla ed anche quel suo mondo goffo dal quale vuole fuggire.
«Gli scrittori non dovrebbero parlare così tanto, perché poi rischiano di diventare ripetitivi, motivo per il quale ho lasciato il teatro, perché non amavo la ripetizione della recita. Sono una indolente, per questo amo sperimentare, cambiare. Vivo sempre con un respiro partecipe, uno sguardo dilatato, come se di fronte a me ci fosse un muro con tanti piccoli fori, nei quali ogni volta io infilo gli occhi per cercare qualcosa dall’altra parte. Cerco sempre un attraversamento, provo ad andare a cercare qualcosa di più lontano: dalla realtà, da me, dalla mia vita».

La sua sembra una scrittura autobiografica, pur non avendo mai scritto di sé.
«È vero che io non ho mai scritto di me, ma nei miei libri c’è tanto di me. In realtà quello dello scrittore è un mestiere misterioso, io non avrei neanche voluto farlo. Ho un padre scrittore che ha scritto lo stesso romanzo per 40 anni. Insomma, in termini psicanalitici era un macigno su di me: per me il libro era come una bara. Proprio da questa grande difficoltà, dalla totale negazione nasce l’amore per la scrittura». 

Si definisce goffa, ammaccata e ama osservare le ammaccature della vita.
«Scrivo sempre degli ultimi, della marginalità. Le storie sono un pretesto. Il viaggio ogni volta prende una strada diversa. Mi piace scrivere sempre d’amore, perché la vita è una interminabile storia d’amore: l’amore è in grado di allontanarci da noi stessi in maniera violenta e di farci desiderare dell’altro. Ci permette di sondare tante cose, anche oscure. Quando ho cominciato a dedicarmi a “Splendore” (romanzo pubblicato nel 2013 - ndr), ho cominciato a pensare a questi due ragazzi, a questo alto e basso, ai contrasti, al figlio del portiere che viene dal sud e al ragazzo dei piani alti che viene da una famiglia borghese, ma che soffre dello stesso disamore. È un libro che ricostruisce un mosaico a cui manca sempre un pezzo. Anche a me manca sempre un pezzo».

E proprio per questo, tende a porsi sempre domande.
«Io mi pongo sempre e solo domande e non cerco mai risposte, non domino mai la materia, è assolutamente libera, sbrigliata. Quello dello scrittore è un mestiere che richiede una grande umiltà, è come il mestiere dell’artigiano: ci vuole forza fisica e fa sudare. Ma è anche un mestiere che nasce dalla voglia di giocare. Perché di un gioco si tratta, che diventa serio. L’atto creativo è sempre un po’ infantile, richiede un rischio perché ti avventuri in territori che non conosci. Ciò che sento ogni volta è una profonda pena per tutto ciò che mi circonda e per me per prima. Ogni volta che mi infilo in una storia, è come se mi infilassi in una bolla che mi salva, mi preserva e poi, quando il lavoro finisce, ritorno scaraventata nella realtà. Scrivere è un modo di uscire dalla nostra vita che corre appresso ad urgenze mediocri, dove c’è una banalizzazione di tutto. Scrivere storie d’amore significa poter fare l’indicibile. E la letteratura è una storia d’amore che richiede un rigore spirituale: ci si toglie dal mondo per restituire frammenti, tratti di questo amore».

E di che amore si tratti non è dato sapere. 
«Scrivere è un incontro ignoto. Mentre scrivo è come se leggessi. Scrivo per liberarmi di me stessa, per liberarmi dell’ingombrante peso dell’io. Come chi legge cerca qualcosa che lo faccia agitare, io compio questo viaggio per scoprire qualcosa di più di me. Cosa che non serve a vivere, ma aiuta. Ho sempre cercato di tirare luce dove c’è tanta miseria, buio, polvere. La vera letteratura si occupa dell’umanità e l’umanità è fatta di fango e se vuoi far letteratura devi avere la forza di infangarti, di rischiare, di impolverarti».

E la polvere che descrive te la fa respirare.
«Ho sempre scritto delle cose, la mia è una scrittura materica. Scrivo con tutti i sensi spalancati. Ogni volta mi lascio incantare, stupire, appenare. Credo che se uno ha un dono deve restituirlo nella maniera più onesta. A me non piace dominare la materia, come non mi piace dominare nell’amore. Quando scrivo, mi sento un po’ come quelle piccole navi che traghettano fuori dal porto le grandi navi. Poi la nave va da sola».

Come è accaduto con “Splendore”.
«Splendore è un incitamento. Viene dopo anni di fatiche. Viene dopo “Venuto al mondo”, che mi aveva costretto a dissotterrare tanto dolore. Ho sempre scritto per comunicare le cose che ti indignano, che non ti vanno giù. Il tema di “Venuto al mondo” era la guerra in Bosnia. Per questo, dopo quel dolore, avevo bisogno di cominciare da un titolo positivo, che è stato una guida: è nato dalla nostalgia dello splendore». 

E ogni libro, una volta finito, appartiene al mondo.
«Non li rileggo. Se li rileggo mi viene tristezza, ogni libro mi ricorda una storia particolare. Perché, per scrivere, ogni volta prendo uno studio diverso. E sono luoghi tristi, perché se il luogo fosse bello tenderei a fare altro. Allora quando mi rileggo, penso agli studioli che ho via via lasciato. Per “Splendore”, per esempio, prendevo il treno per andare in questa stanza fuori Roma. Ma questo viaggio che compio ogni volta mi piace. Mi piace infilarmi in questo abbandono totale. È come se in quella stanza si realizzasse una storia d’amore clandestino. Scrivere è rischioso e avventuroso, ma ne vale sempre la pena».

 



DAL TEATRO ALLA LETTERATURA

Nasce a Dublino, nel 1961, dove vive per tre anni prima di trasferirsi a Tivoli. Nel 1982 si diploma presso l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica. Si esibisce in teatro, cinema e tv. Esordisce in letteratura con “Il catino di zinco” (1994). Nel 1995 scrive la pièce “Manola”, interpretandola con Nancy Brilli, con la regia di Castellitto. Nel 1998 “Manola” diventa un romanzo. Con “Non ti muovere” (2002) ha vinto, tra gli altri, il Premio Strega. Nel 2008 esce “Venuto al mondo”. Nel 2011 pubblica “Nessuno si salva da solo” e “Mare al mattino”. Nel 2013 esce “Splendore”. I suoi libri sono tradotti in 35 lingue. Dal 1987 è sposata con Sergio Castellitto con cui ha avuto quattro figli.


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