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Gli italiani in vacanza

Tra luoghi comuni e verità, ecco come ci facciamo (sempre) riconoscere

Mar 22 Lug 2014 | di Stefano Cortelletti | Attualità

Le mode cambiano e anche gli stereotipi dell'italiano all'estero - per intenderci mafia, pizza e mandolino - passano e si evolvono.
Oggi, infatti, sono altri i segni di riconoscimento del turista medio che se ne va in vacanza con la famiglia o con gli amici. Stereotipi in cui non tutti si riconosceranno e che non vanno di certo ad offendere l'orgoglio italiano. Perché sia chiaro: ci sono turisti e turisti.
Ricordate “Turista fai da te? No Alpitour? Ahi ahi ahi...”. Bene: ci sono viaggiatori navigati e quelli che, dopo anni di sacrifici, si concedono la vacanza sognata da una vita e organizzata al dettaglio, nel villaggio italiano dove si parla e si mangia italiano. E poi c'è quello che sta in mezzo: la scienza dovrebbe avviare un serio studio su quella specie di italiano che l'antropologia definisce homo turisticus, riconoscibile in ogni parte del mondo, in vetta alle Ande o nel mare dei Caraibi, nella metropolitana di New York o su un tuk tuk della Thailandia.
L'homo turisticus italiano lo si riconosce già in aeroporto. Insieme ai suoi simili hanno serie difficoltà a formare una fila al check in, ammassandosi sul banco della compagnia aerea per timore di non trovare posto. Manco fosse sull'autobus da Roma Termini per Città del Vaticano. Altra caratteristica, quella di partire con due, tre valigie del suo stesso peso, con il guardaroba estate/inverno “sia mai cambiasse il tempo”. E poi quell'irrefrenabile istinto di parlare senza soluzione di continuità con i suoi simili, facendo in modo che tutti, ma proprio tutti, sappiano qual è la destinazione del suo viaggio.
Superata questa fase, il modo in cui accede all'area imbarco la descrive benissimo il New York Times: “Gli italiani sono quelli che ‘suonano’ di più al metal detector”.
Non c'è da aggiungere altro.
Entrato in aereo con inspiegabili tre bagagli a mano, quando il regolamento della compagnia aerea ne consentirebbe solo uno, e solo dopo mezz'ora di preghiere all'hostess che alla fine accetta per sfinimento, piazza i propri borsoni in tutti gli scompartimenti dell'aereo, dal posto 1A al 23F. Semina come un contadino le sue proprietà, incurante del sacrosanto diritto di ciascuno ad avere il proprio spazio. Durante il volo, l'homo turisticus cammina avanti e indietro per l'aeromobile, andando a salutare i suoi simili, descrivendo la sua precedente (e unica) esperienza di viaggio fatta a Sharm el Sheik, meta che l'homo turisticus italiano deve visitare almeno una volta nella vita, come la Mecca per i musulmani.
In fase di atterraggio, l'italiano dà il meglio di sé, rendendolo famoso in tutto il mondo: l'applauso quando l'aereo tocca terra. Questo gesto è ancora oggi un fenomeno che la scienza non riesce a spiegare.
L'homo turisticus lo si nota a distanza di un chilometro, che sia nel centro di una grande metropoli o sperduto nel deserto: griffatissimo dalla testa ai piedi, immancabile marsupio (e in questo fa concorrenza ai tedeschi), è alla costante ricerca di cibo. Ma non qualsiasi cosa che sia commestibile: cibo italiano. Cerca il ristorante che nel nome abbia il richiamo della sua patria, poco importa se il cuoco è pakistano. Ordina pasta, ma gli arriverà un piatto di noodles conditi con ketchup. Li mangerà, così da avere un argomento di discussione per tutta la vacanza ed anche al ritorno, coi colleghi d'ufficio: “Non sapete quelli come cucinano la pasta...”. Da lì il discorso si sposta sulle possibilità imprenditoriali: “Se apriamo un ristorante italiano laggiù, sai i soldi che facciamo?”.
Discorso a parte per il caffè: pretende di trovare un bar, ma non lo trova e si accontenta di uno Starbucks dove ordinare un espresso. Facendo attenzione a chiederlo bello stretto. Anche lì naturalmente i commenti negativi si sprecano. L'italiano oggetto di analisi è colui che va nei paesi poveri e acquista da mangiare per i bambini meno fortunati: dolci, cioccolata, biscotti. Un concentrato di zuccheri che quelle creature non hanno mai assimilato in vita loro e che li porterà ad avere un diabete istantaneo. L'homo turisticus deve schernire qualsiasi monumento, facendosi improbabili foto sotto le statue, mimando espressioni e gesti che siano in sintonia con l'opera d'arte. In questo senso l'italiano all'estero diventa egli stesso un'attrazione, al pari del David di Donatello o della Pietà di Michelangelo.
L'homo turisticus lo si riconosce anche ad occhi chiusi: il suo tono di voce è sempre più alto di tutti, le risate si sprecano, si diverte e fa amicizia con tutti gli italiani che incontra. Anche colui che fino al giorno prima era un collega di lavoro conosciuto solo di vista, un'entità da tenere alla larga perché brutto, antipatico e anche un po' maleodorante, incontrato per caso in ferie diventa il suo migliore amico. Ma il turista italiano ha una particolarità che nessun altro turista, da qualsiasi parte del mondo provenga, possiede: non abbandona mai il proprio simile alle difficoltà. È pronto a dividere il cibo, i soldi, anche gli averi pur di non lasciare un connazionale nel pantano. È questo che ci rende orgogliosi di essere italiani, seppur con tutti i difetti. 


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