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Gino Strada: Semplicemente un chirurgo

20 anni di emergency, la ong che opera nei territori di guerra

Mer 23 Lug 2014 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Vent’anni fa nasceva l’associazione umanitaria Emergency. Insieme alla quantità delle vite salvate, negli anni, è cresciuta anche la notorietà del suo Direttore, Gino Strada, un medico sempre dalla parte degli ultimi.  

Come iniziò il suo impegno umanitario?
«Sono semplicemente un chirurgo che, nello svolgimento del proprio lavoro, si è trovato ad affrontare situazioni molto difficili, capitando in luoghi dove c’era disperato bisogno di un medico. Era evidente che c’era la possibilità di dare una mano, se ne avessi avuta voglia. Così è iniziato tutto, senza nessuna liturgia, voglia di donarsi agli altri o spirito di sacrificio. Mi sono impegnato a svolgere al meglio il mio lavoro nei luoghi dove serviva di più».

È soddisfatto di come ha messo in pratica la sua vocazione di medico? 
«Sì e sono particolarmente orgoglioso di non aver mai preso un soldo per una visita medica. Ho lavorato dapprima nei nostri ospedali pubblici, vivendo del mio stipendio, ma confrontandomi anche con i tanti condizionamenti e interessi economici presenti nelle strutture. Sentivo la necessità di esprimere al meglio le mie capacità, senza lottare con dei medici affannati a diventare primari o ad operare qualcuno che forse non ne ha neanche bisogno. Dopo varie esperienze con la Croce Rossa, decisi nel 1994, insieme a mia moglie e ad alcuni amici, di fondare Emergency: da quel momento, ho messo a disposizione la mia professionalità per curare migliaia di vittime civili durante le guerre.

Questa scelta così radicale le è costata molte rinunce? E l’ha aiutata a crescere interiormente?
«Non è stato semplice decidere, ma nella vita è necessario fare delle scelte nette, impegnandosi fino in fondo per raggiungere gradualmente dei risultati. Per vivere nove mesi l’anno in zone di guerra ho dovuto necessariamente rinunciare a molte cose che noi occidentali diamo per scontate, oltre che ridurre drasticamente la quantità di tempo trascorso con i miei familiari. Però ho ricevuto molto altro, anche se non esistono termometri per misurare la crescita interiore. Sono sicuro di aver fatto, insieme a mia moglie e ad altri, molte cose di buon senso: tornando indietro le rifarei, forse meglio, evitando gli errori commessi. Una lezione ho imparato: qualsiasi cosa si faccia, o si fa veramente bene o è meglio non farla».

Da bambino cosa sognava di fare? 
«Avevo altre idee, avrei voluto fare il musicista e lo scrittore. La mia infanzia la ricordo bella, come quella di chi è cresciuto con una famiglia, avendo la possibilità di mangiare e andare a scuola. Purtroppo, il mondo è pieno di disuguaglianze, con miliardi di poveri che vivono in condizioni che non permettono di sviluppare la persona umana e i suoi diritti. Però ognuno nel suo piccolo, non deve mai arrendersi e può dare una mano per cambiare le cose.

Cosa prova nel festeggiare i venti anni di impegno con Emergency?
«All’inizio non potevamo immaginare come si sarebbe sviluppata la nostra attività, però oggi non è retorico festeggiare un’associazione che in un ventennio ha curato, bene e con passione, circa sei milioni di malati, costruendo ospedali e formando personale locale in sedici Nazioni. Credo sia un buon “Made in Italy” da promuovere e supportare. Gli italiani hanno dato un grande esempio di civiltà, sostenendo le attività di Emergency e condividendo i nostri principi».

Com’è il mondo che vorreste?
«Vorremmo un Pianeta basato su giustizia sociale, solidarietà, rispetto reciproco e dialogo, oltre che su un’equa distribuzione delle risorse, con il diritto per tutti a cure mediche gratuite e di elevata qualità. È necessario un sistema politico che lavori per il bene comune, privilegiando nel proprio agire i bisogni dei meno abbienti e dei gruppi sociali più deboli. Inoltre, ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli Stati. Ho vissuto personalmente l’orrore di tante guerre, dichiarate per varie ragioni: mi sono trovato sempre e in ogni luogo davanti al massacro di tanti civili e moltissimi bambini. La guerra, di qualsiasi tipo, è sempre sbagliata: anche la nostra Costituzione la ripudia, ma i politici fanno finta di non saperlo».

Come aiutare i giovani a credere in un futuro migliore? 
«Offrendo delle testimonianze positive e assicurando loro una crescita culturale. Quanto poco si fa per la cultura in tanti Paesi, come il nostro, che si dicono civilizzati! C’è sempre la possibilità di cambiare le cose, come è successo, ad esempio, con i grandi risultati che abbiamo ottenuto contro la diffusione e l’utilizzo delle terribili mine anti-uomo».

Cosa pensa della crisi che stiamo vivendo e che ricaduta ha sulle donazioni alla vostra associazione?
«Negli ultimi anni abbiamo riscontrato un aumento del numero dei donatori, anche se l’ammontare delle singole offerte è più basso. Questo significa che gli italiani sono sempre generosi, anche quando si trovano in difficoltà. Quella che definiamo crisi, dovrebbe essere chiamata diversamente: è l’ingiustizia sociale che si allarga ulteriormente. Il nostro sistema sta crollando e chissà cosa ci sarà dopo: speriamo nel meglio, ma non ci sono molte ragioni per essere ottimisti». 

Vari esperti denunciano che molte associazioni e istituzioni internazionali sono diventate strumenti di potere e grandi raccoglitori di soldi usati per finanziarsi più che per portare vera solidarietà. Qual è la sua esperienza?
«Purtroppo questa tendenza è reale. Certi comportamenti fanno male al cuore, ma sono problemi di queste strutture e di chi li sostiene. Naturalmente, ci sono molte associazioni che s’impegnano onestamente: per esempio, chi aiuta Emergency sa esattamente dove vanno a finire i soldi». 

I mass media come affrontano i temi della povertà e della solidarietà?
«I mass media non hanno un grande interesse per la sofferenza di tante persone nel mondo e verso l’impegno nella solidarietà. Purtroppo i media sono più focalizzati sul gossip che sulle cose serie. Ad esempio, sono molto grato alla Rai e alla Nazionale Cantanti per la Partita del Cuore giocata quest’anno a favore di Emergency; però tanti giornalisti, invece che interessarsi di cosa abbiamo fatto in questi venti anni, preferiscono parlare di quale attore o cantante scende in campo! Per me tutto questo è avvilente, mentre per tanti altri il gossip merita il titolo principale di un giornale».

Il suo impegno per chi soffre ha una radice spirituale?
«Non sono mai stato credente e nei tanti anni trascorsi nelle sale anatomiche non ho mai visto l’anima. Però credo profondamente nella forza dell’amore, che secondo me non c’entra nulla con la religione».
 



Un medico al fronte

Gino Strada nasce a Sesto San Giovanni (MI) il 21 aprile 1948. Si laurea in Medicina e comincia a lavorare in alcuni ospedali italiani, specializzandosi in diverse università straniere e operando come chirurgo della Croce Rossa in zone di guerra. Nel 1994, fonda Emergency con altri colleghi e la moglie Teresa, che diventa presidente. La Ong, attiva nell’assicurare cure mediche ai civili vittime della guerra in varie parti del mondo, dal 2006 opera anche in Italia. Nel 2009, quando muore la moglie, il ruolo di Presidente viene assunto dalla figlia Cecilia. Gino Strada ha pubblicato due libri editi da Feltrinelli: ”Buskashì. Viaggio dentro la guerra” (2008) e “Pappagalli verdi - Cronache di un chirurgo di guerra” (2010).
 



Emergency Italia

Palermo, Marghera e Polistena: sono questi i luoghi in cui Emergency ha deciso di aprire un poliambulatorio. In Sicilia nel 2006, in Veneto nel 2010 e in Calabria nel luglio 2013. Non siamo in Africa, non siamo in un Paese in guerra, eppure Strada ha aperto delle sedi anche nel nostro Paese, perché in Italia la salute non è un diritto per tutti. Noi siamo stati a Polistena, dove il poliambulatorio si trova all'interno di un bene confiscato. Ad accoglierci Andrea, un bergamasco trapiantato in Calabria, di professione infermiere. Nella sala d'attesa chi lavora nei campi della Piana, quegli indigenti venuti qui in cerca di fortuna, ma che hanno trovato le dure regole del caporalato. Sono soprattutto stranieri quelli che si rivolgono al poliambulatorio. Mentre sono tanti gli italiani che ora si recano nelle sedi di Marghera e Palermo. Recentemente anche Praia a Mare, in provincia di Cosenza, dopo la chiusura dell'ospedale e l'aumento dei decessi dovuti alla troppa strada da fare per raggiungere il nosocomio più vicino, ha chiesto l'apertura di un centro di primo soccorso che possa servire un’area abitata da 60mila abitanti.

 


 

BAMBINI PRIME VITTIME DELLE MINE

Sembrano giocattoli e invece sono mine. Hanno la forma di pappagalli verdi, progettati apposta per attirare i bambini. La maggior parte di loro, infatti, riporta lesioni, perdita degli arti, della vista o dell’udito con la conseguente inabilità permanente. Ed è proprio questo l’obiettivo: mutilare loro e il futuro dei Paesi in cui vivono. Contro le mine, da sempre, si batte Emergency che, con il suo impegno, nel 1997 è riuscita a far approvare dal Parlamento italiano la legge 347 che proibisce la fabbricazione, lo stoccaggio, la vendita, l'esportazione e il possesso di mine. Lo scorso giugno anche gli Usa hanno aderito alla convenzione di Ottawa (sottoscritta da 160 Paesi) che proibisce l’uso, l’immagazzinamento, la produzione e il trasferimento di mine antiuomo. Il numero di persone uccise dalle mine anti-uomo è diminuito a meno di 4.000 nel 2012, secondo il gruppo di monitoraggio Landmine Monitor.

 


 

Partita del cuore 

Quest’anno la Nazionale Cantanti ha organizzato la tradizionale Partita del Cuore a favore di Emergency, in occasione del ventesimo anniversario della sua fondazione. L’evento, trasmesso in diretta da Rai Uno il 19 maggio dallo stadio di Firenze, ha permesso la raccolta di oltre 1,5 milioni di euro. «I fondi raccolti – ha dichiarato Gino Strada – saranno utilizzati per la costruzione di un ospedale di cardiochirurgia in Sudan e anche in Italia per aprire un nuovo poliambulatorio. Ormai anche nel nostro Paese la povertà dilaga e molte persone non possono più permettersi di curarsi. Tra le tante possibilità abbiamo scelto Castel Volturno dove già da anni operiamo con una unità mobile».



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