acquaesapone Bambini
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

La vita non è come la pensiamo noi

Una donna malata di tumore mi ha fatto riflettere e un'amica che voleva abortire come me mi ha detto da chi farmi aiutare

Gio 28 Ago 2014 | di Patrizia Lupo | Bambini
Foto di 2

Quando ho lasciato il mio Paese, avevo in mente solo una cosa: lavorare, lavorare, lavorare per poter tornare a casa e rivedere mio figlio. Mi ricordo ancora quel giorno in cui siamo partiti, lasciandoci alle spalle tutto, con la morte nel cuore perché non volevamo lasciarlo. I primi anni in Italia sono stati duri. Mio marito mi dava tanta forza, coraggio per resistere e andare avanti. Insieme sopportavamo privazioni e sacrifici, umiliazioni. Giorno dopo giorno siamo riusciti a sistemarci e a trovare un’occupazione stabile: lui faceva i pavimenti, io l'operaia in una piccola fabbrica. Riuscivamo a mettere insieme i soldi per l’affitto e a mandare qualche cosa a casa. Così quando mi sono accorta di essere incinta di una bimba, anche se la fabbrica chiudeva, abbiamo deciso di accoglierla. Passati 18 mesi, le mestruazioni ritardavano, mi sono preoccupata e ho fatto il test: quando ho visto quella lineetta diventare sempre più rosa non ci volevo credere di essere di nuovo incinta. Mio marito cercava di tranquillizzarmi, ma sentivo che era agitato anche lui. Speravamo che fosse un errore, ma anche le analisi del sangue davano lo stesso risultato: incinta. Più lo leggevo e più saliva l’angoscia e la disperazione. Come avremmo fatto? Mio marito la pensava come me: ci dicevamo che l’unica cosa da fare era l’aborto. Noi volevamo bene ai nostri figli e ci dispiaceva fare questa cosa. Ma con il solo stipendio di mio marito – pensavamo - non ce l’avremmo fatta. Questa gravidanza non ci voleva e se avessi potuto avrei abortito anche il giorno stesso! Già mi stavo informando per farlo, volevo sbrigarmi, togliermi di mezzo il problema e basta. Ero arrabbiata, tanto, con me stessa perché non ci ero stata attenta. Se c’è una cosa che ho imparato da questa esperienza è che le cose vanno non come vogliamo noi e forse c’è qualcuno che da lassù le guida. È così che proprio in quei giorni bui, mentre stavo decidendo della vita o la morte di mio figlio, ho conosciuto per caso una signora della mia stessa età, malata di tumore. Mi raccontò delle cure pesanti che doveva fare, dei tanti giorni in ospedale. Mi fece riflettere e cominciai a pensare che i nostri problemi a confronto dei suoi non erano niente. Cominciai a dubitare della decisione di abortire. Sempre “per caso”, qualche giorno dopo, incontrai una conoscente, mamma come me di un bambino. Mi confidai con lei, e lei mi parlò della sua esperienza, anche lei come me voleva abortire. Mi raccontò di un centro, il Segretariato Sociale per la Vita, dove aiutano mamme in difficoltà e di un aiuto  economico, il Progetto Gemma, che le hanno dato per un anno e mezzo, anche con generi di necessità per il figlio. Mi diede il telefono e mi disse: «Chiama, chiama, vedrai che aiuteranno anche te». Mio marito non mi disse di no. Telefonai a mia sorella, lei che sa tutto di noi, e mi disse di provare ad andare e di tenere il bambino. Il cuore finalmente si sciolse e sentii di volere questo figlio. La speranza diventò realtà. Dagli operatori del Segretariato ho avuto la conferma che potevo avere questo aiuto e che non saremmo stati soli ad affrontare questa nuova responsabilità. E così ho lasciato tutte le mie paure di avere un altro figlio. 


Condividi su: