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Andrea Zorzi: Zorro, la leggenda

L’ex campione olimpico in tour per i Mondiali femminili, per la prima volta in Italia

Ven 29 Ago 2014 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Per la prima volta quest’anno i Mondiali di volley femminili si disputeranno in Italia. A promuoverli, a modo suo, Andrea Zorzi, in arte Zorro, in tour da tempo con uno spettacolo teatrale che andrà a toccare le sei città italiane scelte per ospitare i Mondiali, in programma dal 23 settembre al 12 ottobre: Roma, Trieste, Verona, Modena, Bari e Milano.

Cominciamo da “La leggenda del pallavolista volante”: che legame c’è tra sport e teatro?
«Teatro e sport sono due mondi che dicono spesso di volersi conoscere meglio. Che potrebbero avere molti punti di contatto e che poi, per questioni storiche, si rifugiano nei loro territori e si guardano con un po’ di sospetto, forse perché pensano di appartenere a due ambiti diversi. A parole dicono di cercarsi, nei fatti lo sportivo ritiene che il corpo, la prestazione siano i propri terreni principali, mentre la cultura si chiude in se stessa. Io ho avuto l’occasione nella mia vita di salire sul palcoscenico più volte. Mia moglie nasce nel mondo dello sport, ma è una coreografa. E da anni sta cercando di capire come la ginnastica si possa avvicinare al mondo della danza. Questa mia esperienza più legata alla narrazione nasce da due cari amici che hanno un piccolo teatro a Firenze. L’idea è quella di raccontare lo sport con un linguaggio teatrale. Prima abbiamo pensato ad un reading e alla fine è uscito un copione molto più interessante. Sta funzionando benissimo».

Come è raccontarsi?
«Raccontarsi non è facile, già solo per il rischio di autocelebrarsi. Per questo abbiamo deciso di evitare l’io e di preferire i racconti della squadra, anche perché la pallavolo è uno sport in cui l’individuo ha un ruolo limitato. Ciò che conta è il gruppo. Questo abbiamo deciso di fare sul palco. Inoltre, attraverso la narrazione, si evidenzia come siamo persone normali, nonostante i successi olimpici: io, per esempio, ero un po’ troppo alto, avevo difficoltà con le ragazze ed avevo troppi brufoli. La scoperta dello spettatore è questa: quando un atleta ha successo, si pensa che il passato sia perfetto, sia quello di una persona predestinata. Noi, invece, eravamo dei semplici ragazzi comuni».

Che tipo di percorso è stato il tuo?
«Un percorso inaspettato, anche a causa dei tanti limiti fisici. Ma abbiamo superato tutto, proprio lavorando in gruppo. Nello spettacolo lo raccontiamo. E vogliamo che sia un viaggio insieme dal quale si comprende che la fortuna conta, ma conta anche l’impegno, contano gli allenamenti».

I Mondiali femminili per la prima volta si disputeranno in Italia. Che speranze? 
«Sul piano dei pronostici, dobbiamo stare cauti. Ci arriviamo con un po’ di fatica. Abbiamo avuto un cambio di allenatore all’ultimo momento. Diciamo che non partiamo da favoriti. E non punterei neanche sul fatto di giocare in casa: può essere una benzina, ma può essere anche una cosa negativa, perché si percepisce di più la pressione. Ma, nello stesso tempo, la pallavolo femminile è più imprevedibile di quella maschile… Quindi: staremo a vedere!».

L’appellativo di Zorro, come è nato?
«C’erano tanti Andrea in squadra e il mio cognome si avvicina a Zorro… e Zorro lascia il segno!».

Sei considerato una leggenda, ma ti sei ritirato presto. Perché questa scelta?
«Ognuno ha la libertà di scegliere il modo migliore di scendere dal treno, perché comunque bisogna scendere. Per gli sportivi e le modelle è così: l’atleta, volente o nolente, può arrivare a 40 anni, ma nel mezzo del cammin si deve fermare. E deve fare altro. Una sfida, perché fino al momento dell’addio hai passato la maggior parte delle tue giornate dentro una palestra. Inoltre, ti devi mettere a fare qualcosa per il quale il passato non ti è utile. A volte sì, come nel mio caso, che ho cominciato a fare il giornalista sportivo. Comunque devi ripartire da zero. Io ho smesso a 33 anni per un motivo banale e drammatico: non sopportavo l’idea di perdere. E per un atleta è la cosa peggiore».

Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera?
«A me piacerebbe che la scelta della disciplina non fosse qualcosa di complesso come in Italia. I giovani dovrebbero poter provare più sport prima di scegliere. La regola è che ti piacciono gli sport in cui sei un po’ bravo. In Italia tutti vogliono fare il calciatore per diventare ricchi. Ma solo in pochissime discipline e in pochi casi potranno fare dello sport la loro attività personale. Quindi la cosa migliore è fare sport con impegno e concentrazione».

Perché hai scelto la pallavolo?
«Era lo sport più vicino casa ed io ero molto alto». 

Credi sia cambiato lo sport?
«Gli sport cambiano con la società. Subiscono dei cambiamenti tecnici interni dati da cambio tecnico, sportivo. Per esempio la pallavolo dei miei tempi è diversa da oggi. Gli sport in generale, oggi più di ieri, potrebbero essere utili contro la virtualizzazione della nostra vita. E lo sport aiuta a viverla la vita, a guardare al concreto. È una grande opportunità. E grazie allo sport i giovani possono anche imparare cosa significa vincere e perdere. Ma lo sport io lo consiglio soprattutto ai grandi che non dovrebbero fare arrivare ai giovani solo il messaggio che lo sport vale se diventi ricco e famoso. Lo sport non deve essere solo quello competitivo». 

Vittorie e sconfitte.
«Sono più a disagio nel raccontare le vittorie delle sconfitte, ma tra le due c’è una grande differenza: la vittoria è leggera e passa via, la sconfitta rimane lì, come un peso, anche dopo 20 anni». 

 


 

Dal gioco giocato a quello raccontato

Nato a Noale (Ve) il 29 luglio del 1965, pallavolista, 2 volte campione del mondo (1990, 1994) e 3 volte campione europeo (1989, 1993, 1995), ha partecipato a 3 Olimpiadi (Seoul, Barcellona ed Atlanta) conquistando la medaglia d’argento ad Atlanta nel 1996. Con i club ha vinto: 2 scudetti, 2 Coppe Italia, 4 Coppe delle Coppe, 3 Supercoppe Europee, 3 Campionati Mondiali, 1 Coppa Campioni. Si è ritirato nel 1998. Ha seguito il progetto Kataklò, la compagnia di danza formata da ex atleti olimpici che si esibisce in tutto il mondo. Collabora con Sky Sport, Radio24, con il sito web del Sole24ore e Al Jazeera Sport. Fino a settembre è in scena con Beatrice Visibelli con lo spettacolo “La leggenda del pallavolista volante”.


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