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Gioele Dix: Dio non citofona

L’ironia e la profondità di un attore ricco di talento, psicoanalista mancato

Ven 29 Ago 2014 | di Giuseppe Stabile - zonastabile@ioacquaesapone.it | Zona Stabile
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Attraverso i suoi personaggi, libri e spettacoli Gioele Dix da tanti anni riesce nella difficile impresa di aiutarci a riflettere con ironia. Guardandolo negli occhi, se ne percepisce subito la profondità dell’anima e lo sguardo attento su tutto ciò che lo circonda.

Come hai sviluppato la tua notevole sensibilità umana e culturale?
«Da bambino mi sono costruito attraverso un grande mondo di fantasia. Osservavo molto, giocavo spesso da solo, ma facevo anche sport. È stata fondamentale la mia caratteristica di lavorare molto con il pensiero».

Che bambino sei stato?
«Figlio unico, ero solitario, ho vissuto in un mio universo parallelo e avevo una forte timidezza, forse un po’ patologica. Ero tanto chiuso, ma avevo un bel mondo interiore e molta autonomia. I miei genitori mi hanno spronato a leggere molti libri fin da piccolo, anche se soffrivo per la loro scelta di non avere la televisione in casa». 

Eliminare la televisione può sembrare eccessivo, ma i contenuti trasmessi spesso sono dannosi per i bambini.
«La tv è un pezzo di realtà e non va demonizzata. Dovremmo cercare di tenere attivi i nostri figli su tante altre cose, aiutandoli ad avere alternative interessanti. Però non è facile, anche perché la tv è un po’ ipnotica e diventa un aiuto per i genitori. È una tragedia se la tv diventa l’unico mezzo di interpretazione e rapporto con la realtà, ma può essere utile se sappiamo usare bene il progresso e la tecnologia».

Come si è trasformato da adulto il tuo rapporto con i bambini?
«Professionalmente ho iniziato facendo teatro per i più piccoli: i primi applausi li ho ricevuti da loro! Gli applausi dei bimbi sono diversi, si riconoscono subito, con le loro mani piccole: un rumore non scrosciante, ma molto bello e tenero! Il pubblico dei bambini è particolare, perché bisogna arrivare a sfidare la loro credulità: per un attore è un grande esercizio. Fuori dal palcoscenico, sono molto curioso quando sono a contatto con i bimbi, ma li tratto un po’ come gli adulti: alcuni mi attraggono molto, mentre verso altri sono respingente».

La tua esperienza come padre?
«Mia figlia Marta è nata quando ero molto giovane e purtroppo, dopo solo sei anni, mi sono separato. Nonostante tutto, con lei ho avuto un bel rapporto, è cresciuta con una buona considerazione di me e ultimamente abbiamo anche vissuto insieme. E mi ha donato la gioia di essere nonno! Credo sia importante avere almeno un figlio, è una forma di maturazione, come uno specchio. Comunque, dobbiamo essere consapevoli che ogni bambino ha i propri condizionamenti inconsci, derivati dalle problematiche familiari e dell’educazione ricevuta».

Appassionato di psicologia?
«Il mio sogno era fare lo psicanalista ma poi, contravvenendo anche alle aspettative della mia famiglia che mi voleva avvocato, ho fatto prevalere la mia grande passione per la recitazione. È come se avessi rinunciato alla mia tendenza a razionalizzare tutto per esprimere una mia vocazione più spirituale».

Nei tuoi spettacoli emerge spesso l’attenzione al Sacro e la cultura ebraica dalla quale provieni.
«Fin da ragazzo ho sempre avuto la consapevolezza e la convinzione dell’esistenza di Dio. Però siamo noi che dobbiamo cercarlo, non è Lui che ci citofona. Dio dona un senso all’esistenza, è un valore fondamentale a cui fare sempre riferimento. Invece, molti considerano Dio come una consolazione o motivo di rinuncia a se stessi. Due cose non ho mai messo in discussione: la presenza di Dio e il tifo per l’Inter». 

Come valuti i rapporti religiosi tra l’Ebraismo e il Cristianesimo?
«Non c’è contraddizione, sono parenti stretti: il primo è l’antenato dell’altro. Abbiamo molti valori comuni e negli ultimi anni ho trovato sempre maggiori motivi di unione. In generale, è ovvio che ognuno possa aggiustarsi le cose come vuole o credere ai vari racconti che ci tramandano, come la Creazione della Bibbia, piuttosto che altre idee su come si nasce, si cresce e si muore. Però, resta fondamentale sapere che siamo in un grande progetto; per questo vorrei imparare ad essere più assiduo in un aspetto molto importante come quello della preghiera».

 


 

Attore e scrittore

David Ottolenghi, vero nome di Gioele Dix, nasce a Milano il 3 gennaio 1956. Figlio unico di una famiglia ebraica, dopo la maturità classica rinuncia agli studi di psicanalisi per dedicarsi con alterni successi al teatro, sua autentica passione. Nel 1988 partecipa ad un programma di Rai2 e raggiunge la notorietà come solista comico, soprattutto nei panni del famoso “Automobilista incazzato”. Da quel momento esprime il suo talento anche come autore e regista di grandi classici, oltre che come attore di cinema e fiction televisive: in primavera ha recitato al fianco di Luca Zingaretti nella miniserie di Rai 1 “Il giudice meschino”. Tra i suoi libri, citiamo “La Bibbia ha (quasi) sempre ragione” (Mondadori, 2003) e il recente “Quando tutto questo sarà finito. Storia della mia famiglia perseguitata dalle leggi razziali” (Mondadori, 2014).


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