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Occhio alla face...bufala

Il web brulica di falsi annunci che i social amplificano in modo esponenziale

Ven 29 Ago 2014 | di Maurizio Targa | Media
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È fuori discussione che i social network, Facebook in particolare, siano i dominatori incontrastati del nostro secolo. Ritrovare vecchi commilitoni o compagni delle elementari, pubblicare le foto della vacanza in Sardegna, condividere ricordi e opinioni sulla propria città o semplicemente tenersi in contatto con gli amici, sembra ormai impossibile senza il supporto del web-aggregatore fondato da Mark Zuckerberg. Una chicca tecnologica e una miniera di risorse: dai gruppi alle chat sino alla ricerca di persone, col vantaggio, non indifferente, di essere completamente gratis.
Peccato che la pacchia stia per finire. Dal mese prossimo, infatti, Facebook sarà a pagamento. Come recita uno dei messaggi virali più diffusi, “Vista la mole dei suoi utenti, i creatori non riescono più a star dietro alle richieste e stanno rischiando la bancarotta. Se vorrete continuare a tenere attivo il vostro account, dovrete pagare un abbonamento. Ma se copi e incolli questo messaggio sulla tua bacheca l’icona diventa blu (??) e Facebook per te sarà gratis, altrimenti il tuo account verrà cancellato”. Sicuramente la tentazione di condividere verrà a tutti, nessuno sarà disposto a vedersi oscurato. Perché Facebook è l'alter ego virtuale del telefonino: non l'abbiamo avuto per decenni e campavamo felici, oggi senza saremmo perduti. Tornando all’abbonamento per Face, non sprecate tempo nel cercare la data dell'articolo per capire qual è esattamente questo fantomatico mese prossimo. Perché Facebook sarà sempre a pagamento a partire dal mese prossimo, così come nelle vecchie drogherie era visibile il cartello “Lo sconto si farà a partire da domani”: un domani che non sarebbe arrivato mai. In poche parole, la notizia su Facebook è totalmente falsa. E questa è solo una delle tante (ma proprio tante) bufale associate al famoso social network. 

Ad ognuno la sua sòla
Ce ne sono di tutti i tipi. Le più gettonate, oltre a quella sopra citata, riguardano la possibilità di scoprirne funzioni nascoste (“Sono segrete, attenzione! Le diciamo solo a te... e ai cinquanta amici che devi invitare prima di ottenere la Verità”), di verificare chi visita il nostro profilo, di aggiungere musica alla nostra pagina. 
Altro genere sono le petizioni, assolutamente fasulle, che hanno il solo scopo di accumulare fans. Alcune assurde  (“Basta al canone Rai!”,  “Stop al bollo auto!”), come se fossero sufficienti due o tremila “mi piace” per cambiare leggi e – soprattutto – far tracollare contabilità di amministrazioni. Altre ancora, più odiose, che vertono su argomenti toccanti come bambini malati o animali maltrattati, facendo leva sulla pietà delle persone con fotografie strappacuore. Anche in questo caso, magari bastasse diventare fan del bimbo picchiato, per aiutarlo! 
Di gran moda poi gli invii di foto dai titoli suadenti (belle ragazze vestite in modo succinto) o inquietanti (“Guarda che disgrazia è capitata a Paolo Bonolis”, tanto per dire); annunci e immagini parzialmente oscurati che stimolano la curiosità del ricevente. C’è l’invito, per leggere tutto, a diventare fan dell'applicazione. Un paio di click dopo si capisce ancora ben poco, in compenso si è involontariamente trasmesso un invito per l'applicazione bidone a tutti, ma proprio tutti, i nostri amici. È nato sullo stesso Facebook un gruppo, stavolta vero, volto a smascherare tutte queste leggende ('Le bufale su Facebook: non cascateci').

Perché ci crediamo
È facile giudicare quando si esamina un appello col senno di poi, ossia quando lo si ritrova in un elenco in cui è già classificato come bufala o giù di lì. La cosa è ben diversa quando la stessa informazione compare su un giornale, in un telegiornale, o ci arriva nella posta di internet mandataci da un amico. In questi casi – come ben spiega il portale di Paolo Attivissimo, giornalista informatico e studioso di bufale sul web (www.attivissimo.net) –, scatta il principio d'autorità: la notizia arriva da una persona di cui ci fidiamo o da una fonte autorevole, e non attiviamo il nostro spirito critico, accettandola automaticamente. Inoltre, molti di questi appelli fanno leva sui sentimenti o sui pregiudizi: due aspetti della psicologia umana che notoriamente annebbiano la parte razionale del nostro modo di pensare. Di conseguenza, abboccare a una bufala non è sintomo di stupidità o di scarso intelletto: è una normale reazione umana.
Lo stimolo irresistibile a diffondere un appello ricevuto deriva poi da un altro fattore: il piacere di far sapere. La bufala si presenta in genere come un'informazione importante, che pochi sanno: ricevendola e inoltrandola, crediamo di entrare a far parte di una cerchia elitaria di "coloro che sanno", e scatta la voglia irresistibile di farci belli con amici e colleghi, ostentando le nostre nuove conoscenze.

Cui prodest?
Ovvero, a chi giova tutto ciò? A generare traffico, ad aggiungere “mi piace” a pagine che lucrano dai vostri clic, per esempio. E, nel caso di bufale sviluppate tramite passaparola con mail, a raccogliere indirizzi: grazie all'inesperienza degli utenti, le catene viaggiano con centinaia d’indirizzi al seguito e gli spammer (i pubblicitari-spazzatura di internet), usano questi elenchi per convogliare la loro assillante pubblicità più o meno pornografica, virus e compagnia bella. Se partecipate a una catena di Sant'Antonio, anche il vostro indirizzo finirà nelle liste degli spammer. Questi messaggi diventano spesso enormi per l’effetto-valanga, ciò significa tempo per scaricarli, e il tempo è denaro per chi si collega a internet con il telefono o il tablet. In altre parole, spedire catene di Sant'Antonio costa, sia a chi le riceve oltre che a chi le manda. E le bufale fanno male, e tanto, spiega sempre Attivissimo. Quelle che denigrano prodotti, parlando di sostanze tossiche presenti nei detersivi, indumenti, profumi o categorie più disparate, danneggiano le aziende che li producono e inevitabilmente i loro lavoratori. 
Diffondere una panzana vi farà poi fare la figura degli ingenui, che abboccano a qualsiasi storia senza prendersi la briga di verificarla o di chiedersi se sia plausibile. Fatto ancor più grave, le catene spedite dal luogo di lavoro possono costare il posto! 
Spesso infatti i programmi di mailing aggiungono automaticamente in coda a ogni messaggio il nome del mittente e quello dell'azienda o dell'istituto presso il quale si lavora. Il risultato è che una catena spedita dall’interno di un’amministrazione può sembrare "autenticata" dall'azienda/istituto, che difficilmente gradisce che il proprio nome venga abusato da un dipendente e associato a una notizia farlocca. Morale: verificate sempre e non bevetevi le bufale!   

 


 

Perché “Catena di S. Antonio”?

Secondo uno dei più autorevoli siti dedicati alle leggende metropolitane, il Centro per la Raccolta delle Voci e delle Leggende Contemporanee, il termine deriva da una tradizione molto diffusa a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso: si riceveva una lettera che iniziava con "Recita tre Ave Maria a Sant'Antonio" e proseguiva descrivendo le fortune capitate a chi l'aveva ricopiata e distribuita a parenti e amici, e le disgrazie che avevano invece colpito chi ne aveva interrotto la diffusione. All'epoca la catena si diffondeva ricopiandola a mano e per posta, poi si è gradatamente tecnologizzata. Con l'avvento delle fotocopiatrici è scomparsa la copiatura manuale, con l'arrivo di Internet è cessata anche la spedizione postale, soppiantata dalla più efficiente (e meno costosa) distribuzione via e-mail.


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