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John Woo: “Il mio Titanic alla Melville”

Il regista di “mission impossible”: Dagli action movie ad un film romantico

Ven 29 Ago 2014 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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John Woo è un mito. Un'icona, uno di quei registi che, pur essendosi dedicato al cinema commerciale, ha saputo dare un'impronta unica alla sua arte. Tanto che ha di fatto inaugurato un genere, i film "alla John Woo". Della definizione i critici abusano spesso: basta che ci sia un action, parecchie pistole, retorica mista a ironia, una buona mano alla regia ed ecco che uno tra lui e Johnnie To viene sicuramente scomodato per un paragone. Spesso, senza motivo: i maestri risultano inarrivabili. Amato in Asia come negli Stati Uniti, noto nel mondo per aver domato Tom Cruise in “Mission Impossible”, lo incontriamo all'ultimo festival di Cannes. Vicino alla figlia, emozionato come raramente lo avevamo visto.

John, come mai la vediamo così emotivamente coinvolto da questo nuovo progetto? Così importante da volerne parlare qui a Cannes, anche se non è ancora possibile vederlo (uscirà a ottobre in Cina).
«Perché tutti mi vedono solo come un regista di film di genere, di action e sparatutto. Ora, invece, avranno da me un grande film romantico, drammatico, in cui si tratteranno tutti i grandi temi della vita e della storia. La morte, la guerra, l'amore, il destino, le tragedie collettive e personali. Durerà quattro ore - era impossibile sintetizzarlo di più - e mi sta costando molto. Non tanto nel budget o nella fatica della creazione del set o del montaggio, ma perché mi coinvolge emotivamente in maniera molto profonda».

Proprio lei che ci ha insegnato a non aver paura di nulla, sembra quasi intimorito dal suo “The Crossing”.
«Non mi vergogno a dirlo, posso affermare con la massima sincerità che il carico di emozioni che mi porta questa storia ha fatto sì che ogni giorno, dietro la macchina da presa, piangevo. Trasportato dalla storia, da ciò che aveva in sé. Spero davvero di restituire tutto ciò anche agli spettatori, io, noi ce l'abbiamo messa tutta». 

Ce lo racconta?
«La storia è basata sulla tragedia, realmente accaduta, della nave “Taiping” che nel gennaio 1949, durante il tragitto tra la Cina e Taiwan, speronò una carboniera. Morirono 1.500 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Il centro della storia è animata dalle vicissitudini di tre coppie travolte dagli eventi. Alcuni lo definiscono il mio “Titanic”. Può essere un'etichetta affascinante da affibbiare a questa opera, ma ci sono diversità formali, contenutistiche e strutturali molto forti tra i due film. Ciò non toglie che il lungometraggio di Cameron sia un capolavoro. E poi questo è costato "solo" 50 milioni di dollari. 
Però se vuoi un'etichetta, io direi che è il mio Melville». 

Posso permettermi di essere indiscreto? Lei è sparito per un po'. Questo cambiamento cinematografico nasce da una svolta nella sua vita?
«Sì. Non amo parlare di certe cose, ma circa due anni fa non sono stato bene. Ho vissuto un periodo difficile, non facilmente interpretabile: quando si lavora come faccio io, fai fatica ad abituarti a un inquilino tanto scomodo nella tua vita. Io l'ho contrastato proprio con “The Crossing”: questo progetto mi ha dato voglia e coraggio di vivere, di combattere, di godermi ciò che ho. (Lo dice sorridendo a Zhang Ziyi, diva asiatica amatissima che sarà il centro del racconto, ndr). Questo film è un momento importante della mia vita. Direi fondamentale».

Quindi tutto questo è una rottura rispetto al passato? Non rivedremo più il Woo di “Mission Impossible”?
«Non siamo blocchi di granito. Siamo complessi e da qualsiasi parte guardiamo, o veniamo visti, cambiamo. Rimango lo stesso, solo che ho espresso ciò che normalmente non vi ho mostrato. Tornerò anche lì, come tornerò qui: il cinema, voi italiani lo insegnate, dà mille opportunità, e tu puoi offrirne altrettante a lui. L'elemento del gioco non scomparirà mai, così come la mia professionalità. Tornerò negli Stati Uniti, nonostante girare in Asia abbia qualcosa di speciale. Hollywood è un'altra cosa. Voglio essere tutto. Come tutti, d'altronde, no? Di sicuro, però, so che ora mi riposerò un po'. Nel complesso “The Crossing” mi ha preso quasi quattro anni. Tanti per chi ha già vissuto la maggior parte della sua vita».

Facendo un bilancio, cosa la rende più felice?
«La famiglia. Ho qui accanto mia figlia, che peraltro qui ha recitato per me (la guarda, con pudore e orgoglio, abbassa un po' la voce, poi prosegue - ndr). è stata straordinaria e ora possiamo dire che ci capiamo di più. Un regalo che basta a farmi dire che questo lavoro, per me, è un successo. Non c'è nulla di più prezioso e forse anche questo cerco di esprimere nel film. Cinematograficamente, mi rende felice l'essere riuscito a realizzare i miei sogni, le mie visioni. Ed aver avuto nei momenti più importanti, come questo, attori straordinari che non si sono mai risparmiati. Quando vedrete questo Titanic cinese (forse si è arreso alla definizione, utile al marketing, ndr), sentirete cosa vuol dire la parola "passione". Per il proprio lavoro, per qualcun altro, per il cinema appunto. C'è un valore prezioso che osservo sempre: la bellezza del lavorare insieme. Nel vero senso della parola: non fianco a fianco, non allo stesso progetto. Ma insieme, guardando il mondo allo stesso modo, sentendo ciò che hai attorno come e con gli altri. Per qualche settimana sei un qualcosa che va oltre l’individualità e la collettività. L'ultimo giorno di set io ho pianto. Come negli altri giorni. Ma quella volta non per “The Crossing”, ma per ringraziare tutti questi uomini e donne che mi hanno dato così tanto». 

 


 

DALLA CINA AD HOLLYWOOD

John Woo nasce nel 1946 a Canton. Si trasferisce presto a Honk Kong. Entra a lavorare nel Cathay Film Studio, come supervisore alla sceneggiatura, per poi fare l'assistente regista. Nel 1973 gira “The young dragons”. Poi diventa una star a Hollywood con “Broken Arrow”, “Face Off”, “Mission Impossible”. Nicholas Cage, John Travolta, Tom Cruise, Ben Affleck, Tony Leung, sono alcune delle star che ha portato nell'Olimpo del cinema di genere.


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