acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Richard Gere: Non do nulla per scontato

65 anni e un nuovo film sugli homeless. parla di pace e di responsabilità

Ven 29 Ago 2014 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 9

Jeans, camicia e capelli bianchi, occhiali da vista (da perfetto intellettuale). Arriva al Giffoni Film Festival con suo figlio Homer, di 14 anni. Ha affittato per una settimana uno yacht per trascorrere qualche giorno di vacanza sulla Costiera amalfitana.

Cominciamo dall’ultimo film in cui è protagonista, “Time out of mind”, in cui veste i panni di un homeless.
«Quando ho avuto la sceneggiatura, ho cominciato a riflettere su come potevo rappresentare in modo onesto il mondo. Avevo contatti con un’associazione, l’unica a New York che si occupa della cura di queste persone, e ho studiato per mostrare, oltre a cosa succede a chi diventa homeless, anche il viaggio interiore e personale». 

Cosa sta accadendo all’industria cinematografica?
«Siamo in una fase di fortissima transizione nell’industria dei film. Ultimamente sto girando film in 20-25 giorni. I budget sono molto bassi e bisogna essere motivatissimi, diretti e veloci. È cambiata molto l’industria. Tutti i film che ho interpretato fino al secolo scorso sono stati fatti negli Studios. Quando ho cominciato era la metà degli anni Settanta e si facevano film più intimisti. Ora si producono più film adrenalinici, d’azione. Intanto, canali via cavo come Showtime ed HBO dispongono di budget tali da realizzare prodotti di grande livello. Magari un giorno produrranno anche film: sarebbero i benvenuti, perché non esiste alcuna distinzione tra piccolo e grande schermo. Il cinema, invece, ha budget minori. Le produzioni come HBO hanno le proprie risorse, non hanno le stesse difficoltà a reperire fondi e non c'è certo penuria di talenti». 

Come sceglie un film?
«Non vi è una separazione tra le scelte di vita e il lavoro. Non scelgo mai qualcosa in cui non vi siano motivazioni. Ovviamente mi è capitato di fare scelte sbagliate, ma cerco di fare tutto con consapevolezza e convinzione».

E' un momento storico difficile, Israele e Palestina in guerra, la Russia ai ferri corti con l’Ucraina. Cosa pensa lei che è a favore della pace e si è spesso schierato in questo senso anche contro l’America?
«Il mio maestro zen in Giappone mi disse tempo fa che lui non prendeva una decisione finché non abbassava il numero dei suoi respiri a 7. Questo per dire che l’essere umano tende a reagire in maniera impulsiva alle cose, perché  è legato al momento, all’occasione, alla superficie e non alla profondità. Per questo la reazione immediata è quella violenta.
Invece ognuno dovrebbe trovare dentro di sé questo equilibrio e questa connessione con il mondo. Se noi riuscissimo ad essere ciò che noi siamo per natura, creature di gentilezza, i problemi al 99% non esisterebbero. Io avevo un amico, una volta, che stava per avere un figlio ed era studente del Dalai Lama, a cui chiese: «Come faccio a insegnare questi valori a mio figlio?». E lui rispose: «Insegnagli a rispettare la vita dell’insetto. Se fai questo sei in armonia».

Come usa il suo talento per le buone cause nel mondo?
«All’inizio sei solo un attore. Vuoi diventare un attore, lo diventi e cerchi di essere creativo e dare un senso a quello che fai. Poi, può succedere che diventi anche famoso. Se succede, la gente fa domande e ascolta le tue risposte. E più vai avanti e più ti poni il problema della responsabilità di ciò che dici, una sensazione che non ti abbandona più. Io ho 65 anni e vedo mio figlio, a 14 anni, che si pone quelle domande che non ti abbandonano mai nella vita: come faccio a dare un senso alla vita? Cosa mi rende felice? Proprio attraverso queste domande diamo un senso alla nostra vita e diamo un senso ad ogni respiro che facciamo». 

Come ha iniziato a fare l’attore?
«Frequentavo l’Università, Facoltà di Filosofia, ma studiavo anche teatro. Quando ci fu un’audizione, decisi di partecipare e fui preso. Da quel momento ho cominciato a lavorare e non ho più smesso. Quello che è interessante è che tutto ciò che ho imparato durante la carriera, o la filosofia, essere sensibile all’arte, alla pittura, alla fotografia e tutto ciò che mi è capitato nella vita l’ho messo nella recitazione, perché questo significa fare l’attore. L’attore è una spugna, un filtro, deve recepire tutto e restituirlo con senso di responsabilità al pubblico».

Commedia o dramma?
«All’inizio della carriera credevo di essere portato per il dramma, più che per la commedia. Poi mentre stavamo cominciando le riprese di “Pretty woman”, il regista del film, Garry Marshall, vide che forse stavo mettendoci troppa energia e mi disse di rilassarmi, di essere naturale. Ho capito allora che la responsabilità dell’attore è quella di restituire l’immagine di un essere umano. Il pubblico si accorge se le interpretazioni non sono spontanee, ma affettate…».

Lei ha recitato anche in un film di Akira Kurosawa, “Rapsodia in agosto”: che ricordi ha?
«Avevo 28, 29 anni e a New York c'era una sua retrospettiva. Lo incontrai lì, e ricordo che ebbi l'impressione che fosse un uomo enorme, una montagna che mi sovrastava. Molti anni dopo un mio amico mi disse: “Ho una foto del vostro incontro, te la mando”. Quando la vidi mi resi conto che eravamo alti esattamente lo stesso. Se mi era sembrato così imponente è perché lo avevo guardato con gli occhi del cuore e, da quella prospettiva, per me lui era un gigante... Quando mi ha chiamato per “Rapsodia in agosto” (uscito nel 1991 - ndr) fu uno degli onori più grandi!».

Che consigli dà a chi vuole fare l’attore?
«Il mio primo consiglio è di fare altro, ma se questa è l’ossessione che non ti abbandona mai, ti dico vai e insegui il tuo sogno. Ma senza dimenticare che è un mondo duro. La tua pelle deve essere dura, ma questo non significa diventare una persona peggiore. Io che lavoro da tanti anni non do mai niente per scontato: cerco sempre di meritare questo successo». 

Ha interpretato Lancillotto nel “Primo cavaliere”, esempio di valori positivi. Oggi, invece, vediamo molti film con molte scene di violenza e sesso. Come si può fare per andare in una direzione diversa?
«Io toglierei solo la violenza e lascerei il sesso! Anche se spero che il sesso vada sempre di pari passo con l’amore! La verità, per quanto riguarda i film pieni di violenza, è che sono fatti per un mercato che li chiede. La risposta è nel pubblico».   

 


 

40 ANNI DI CARRIERA

Nato il 31 agosto del 1949, il padre, Homer George Gere, era un agente d'assicurazioni per la Nationwide Insurance Company e la madre, Doris Ann Tiffany, era una casalinga. Inizia la carriera di attore nel 1973, quando viene scritturato per la rappresentazione teatrale di “Grease”. Nel 1975 esordisce sul grande schermo con il film “Rapporto al capo della polizia”; due anni dopo è magistrale nel film “In cerca di Mr. Goodbar”. La fama arriva con “American Gigolo”, “Ufficiale Gentiluomo”, “Pretty woman”, “Schegge di paura”, “Chicago”, “Autumn in New York”, “Se scappi, ti sposo”. Sposato con Cindy Crawford dal 1991 al 1995, nel 2002 ha sposato l’attrice Carey Lowell, dalla quale ha avuto nel 2000 Homer James Jigme Gere. Si sono separati nel 2013.    


Condividi su:
Galleria Immagini