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Sabina Guzzanti: «Faccio nomi e cognomi»

La pasionaria del cinema civile non ha paura di parlare

Gio 25 Set 2014 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 9

Sabina Guzzanti ci ha deliziato con la tv delle donne, ha proseguito con imitazioni geniali e dissacranti, poi, dopo la censura di “Raiot”, è diventata una pasionaria del cinema civile e di denuncia: se si esclude il suo film più bello, “Le ragioni dell'aragosta”, i suoi documentari pamphlet si sono occupati delle ferite aperte della nostra Italia: la libertà d'informazione (“Viva Zapatero!”), la corruzione e il cinismo del potere (“Draquila”), ora la mafia (“La trattativa”, in sala dal 2 ottobre). Non vuole più far ridere, ma inchiodare chi lo merita, secondo lei, alle proprie responsabilità. Lo capiamo dalle dichiarazioni raccolte al Festival di Venezia.

Come nasce “La trattativa”?
«Con la mia intervista a Massimo Ciancimino, il figlio di Vito – il Sindaco del “sacco di Palermo”, dell'abusivismo compulsivo dei suoi anni da assessore e da Primo Cittadino -, raccolta per “Draquila”. Io i film li scrivo al montaggio, quando faccio le interviste mi dilungo, perché voglio sapere, scoprire, capire e avere più materiale possibile. Da quel lungo dialogo ho avuto molti spunti, che sono arrivati fin qua. Ho scoperto, ascoltandolo, di sapere pochissimo dell'argomento. E che, peraltro, non ero l'unica».

Come mai questa impostazione così atipica e teatrale?
«L'idea di non basarsi sul repertorio e su una forma di documentario classico, che peraltro mai ho percorso, né sulla ricostruzione fiction, nasce guardando un lavoro di Elio Petri, “Tre ipotesi sulla morte di Pinelli”, un corto. Da lì arriva la formula dichiarata in quel film da Gianmaria Volonté e qui da me, quella che comincia con “siamo un gruppo di lavoratori dello spettacolo...”. Da lì ho deciso di dichiarare apertamente la messa in scena degli attori. Era la cosa più giusta, perché si comprendesse senza dubbi la natura del nostro impegno civile e il punto di vista di chi narra. E ha risolto molti problemi precedenti: vent'anni da narrare, la divisione tra buoni e cattivi, la mancanza di un protagonista».

Ormai è una regista a tempo pieno. In tv, a imitare i potenti, la vedremo più? Qui si concede qualche secondo nei panni di Silvio Berlusconi.
«L’ho fatta quest'imitazione solo perché non potevo avere quello vero. Ma non ho voglia di ripercorrere vecchie strade, non mi va più di tornare a quel momento della mia vita e della mia carriera».

L'impressione è che lei senta l'urgenza e la necessità di fare i suoi film, per cambiare le cose.
«Di sicuro cerco argomenti che ritengo non abbastanza approfonditi. O in nessun modo: questo della trattativa tra Stato e Mafia, per esempio, non è mai diventato occasione politica. Ricordate commissioni parlamentari in proposito? Però non credo in una rivoluzione che si possa fare con il cinema. Credo però che nell'informare criticamente le grandi masse, questo mezzo espressivo e visivo sia utile e decisivo. Non sono una che vuole parlare alle élite».

E per quale motivo non è diventata centrale nel dibattito pubblico?
«Perché, siamo sinceri, la classe dirigente attuale è figlia di quel periodo, di quella trattativa. Sono abbastanza contraria all'etica delle “poche mele marce”. Cerco invece di mostrare la coalizzazione di forze oscure che hanno impresso un corso diverso alla nostra democrazia. L'Italia prima delle stragi è profondamente diversa da quella venuta dopo. Ora abbiamo una cultura dominante profondamente mafiosa, che ci ha trasformato in ciò che siamo, abituati ad abbozzare e a sentirci perdenti. Il tutto si deve a come è cambiata la riflessione intellettuale, i valori, persino la tv».

Cosa intende con il “prima era diverso”?
«Negli anni Settanta c’era una dialettica diversa, un’opposizione molto forte. Non c’era solo il democristiano che rubava, ma gli intellettuali che ci mettevano la faccia e gli studenti che protestavano. E tutto ciò rendeva più fertile il terreno su cui cresceva la società».

La lavorazione de “La trattativa” è durata quattro anni. C'entra anche l'attendibilità “discontinua” di Ciancimino jr, smentito su molte delle sue rivelazioni dagli stessi che gli avevano creduto?
«Sì, in effetti, su quel punto ho avuto una battuta d’arresto. Infatti ho trattato Massimo Ciancimino in modo satirico, proprio per smentire la credibilità eccessiva che alcuni media gli hanno attribuito, trattandolo, loro, come un eroe. Bisogna dire, però, che ci sono anche suoi documenti riscontrati come autentici e non si capisce perchè non avrei dovuto utilizzarli. O forse pensate che certe sue affermazioni non si debbano usare? La campagna mediatica contro i pentiti c’è sempre stata, mi pare. O no?»

Dove vuole arrivare con quest'opera?
«Il mio film è un antidoto al qualunquismo e non mi tiro indietro: faccio nomi e cognomi. Non mi interessa creare indignazione, ma un meccanismo virtuoso, in cui ragionamento e fiducia possano superare l'impotenza collettiva attuale».

Cosa risponde a chi l'attacca sull'attendibilità del suo film?
«Che è straverificato e inattaccabile. I fatti sono realmente accaduti, quelli che racconto e metto in scena sono in atti giudiziari e testimonianze. La ricostruzione è di finzione, non certo il contenuto».

Però lei, per esempio, dice che Claudio Martelli fu “cacciato” come ministro. In realtà si dimise
«Parlo di Tangentopoli nel mio film, ma tutto è molto sintetico e ci può essere qualche semplificazione comunicativa, ma nel contenuto. Martelli si è dimesso dopo e grazie alla soffiata di uno della P2. Una faccenda controversa e ho pensato di raccontarla».

 


 

Dal comico al politico 

Sabina Guzzanti nasce il 25 luglio del 1963 a Roma, dove si diploma presso l'Accademia di Arte Drammatica. Figlia maggiore di un autorevole commentatore politico e giornalista, il celebre Paolo Guzzanti, è la sorella di altri due grandi artisti, che sono Corrado e Caterina Guzzanti. 
In televisione ha saputo creare personaggi memorabili con una capacità di mimesi pazzesca che sfociava, poi, nella parodia satirica più feroce. L'esordio vero e proprio si può far risalire al 1988 quando ha modo di partecipare al programma "La TV delle ragazze", per poi imporsi in una serie di programmi dello stesso tipo (come, ad esempio, "Scusate l'interruzione", "Tunnel" e "Avanzi"). Le sue imitazioni di Massimo D'Alema e di Silvio Berlusconi sono diventate dei veri e propri tormentoni anche ne “L'ottavo nano” e in “Pippo Chennedy Show”. La sua storia con il piccolo schermo finisce con la censura violenta del governo berlusconiano sul suo “Raiot”, per l'opposizione legale di Mediaset poi ritenuta ingiustificata dalla giustizia.
Al cinema fa più fatica, prima come attrice poi come regista. 
Catastrofico il debutto di finzione, con “Bimba - è clonata una stella”. Se la cava molto meglio con documentari e docufiction, che la fanno diventare una sorta di pasionaria lanciata contro il Potere. è un simbolo della sinistra anti-berlusconiana.


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