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Italiane in Afghanistan

Le immagini e le voci delle nostre soldatesse da un fronte dimenticato

Ven 24 Ott 2014 | di Romina Vinci | Attualità
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Se chiedi loro di elencarti i vantaggi di indossare la divisa, al primo posto mettono il fatto che, al mattino, non devono perdere mezz’ora davanti al guardaroba per decidere quale capo sfoggiare. Ti confesseranno, inoltre, di esser state colte in flagrante, in aeroporto, in possesso di “materiale infiammabile”, ed altro non era che solvente per le unghie, ma di esser state per questo derise dai colleghi uomini: “perché queste cose succedono soltanto a voi!”.  
Già, le donne. Quando hanno deciso di indossare la divisa hanno fatto un patto con loro stesse: “mai perdere la femminilità”. Ed allora eccole, le quote rosa dell’Esercito, soldatesse che hanno deciso di prestare giuramento di fedeltà alla patria e che portano il tricolore in alto, al di fuori dei confini nazionali.  Cinque di loro le abbiamo incontrate in Afghanistan, nella base di Camp Arena di Herat, abbiamo trascorso una settimana intensa, seguendole negli spostamenti ed osservandole al lavoro. Ne abbiamo raccolto le ansie, le inquietudini, ed anche gli insegnamenti di vita. 

IL SOGNO DELL’ABITO BIANCO 
Tenente Ilenia Mattiacci 
è una donna dal forte carisma e con le stellette graduate sul petto. Paracadutista, motociclista, ama la caccia e le immersioni: è il tenente Ilenia Mattiacci, 30 anni, in forza al Quarto Reggimento Carri di Persano (Salerno), unità appartenente alla Brigata Garibaldi, con sede a Caserta. Trent’anni compiuti da poco, Ilenia ha iniziato la sua carriera da soldato semplice, nove anni fa. «In realtà il mio obiettivo era quello di entrare in polizia – confida sghignazzando –, ma poi ho vissuto l’esperienza delle Olimpiadi Invernali di Torino, con la Folgore, e lì ho capito che la mia strada era nell’Esercito». 
Alla sua seconda esperienza in Afghanistan, oggi il tenente Mattiacci opera ad Herat, ricoprendo il ruolo di “gender advisor”, una sorta di consigliere a supporto del Comandante per quanto concerne i temi della “prospettiva di genere”.  Un tema, quest’ultimo, che la colpisce molto: «Pensiamo che all’epoca del governo dei talebani le donne non avevano accesso alle scuole, potevano soltanto studiare a casa, di nascosto, quasi fossero colpevoli del peggiore dei crimini». Oggi la situazione è molto cambiata, l’università di Herat, ad esempio, vanta all’incirca 11mila studenti, di cui una buona fetta sono donne. «è così che si scrive il futuro», afferma.
In Italia, ad aspettarla, c’è suo marito, Riccardo Barcelloni, caporalmaggiore capo in forza alla Folgore. Vivere con un soldato è dura, esserlo entrambi – forse – un po’ meno: «L’intesa è totale, sappiamo quali sono i sacrifici richiesti da questo lavoro e li accettiamo». E c’è una “pratica” da sbrigare, quando rientrerà in Italia, al momento, infatti, hanno celebrato soltanto le nozze civili, alle quali lei si è presentata sfoggiando un vestito rosso corto. «La prossima primavera ci sposeremo in chiesa – confida Ilenia – e, qui nella base di Herat, è partito già il toto-scommesse su chi, tra i due, indosserà la divisa». Per ora è in vantaggio il fronte dell’uniforme da cerimonia per entrambi, ma Ilenia non pare essere dello stesso avviso: «Da che mondo è mondo beh… la sposa è in bianco!».

UNA DIVISA CUCITA AL CORPO 
Primo Caporal Maggiore Concetta Granozio
La guardi e pensi che lei questo mestiere ce l’abbia dentro, che sia una di quelli che nascono con la divisa cucita al corpo, per intenderci.  Concetta Granozio, 29 anni,  di  Pontecagnano Faiano (SA), primo caporal maggiore della Brigata Garibaldi, è alla sua terza missione in Afghanistan. Come pilota mezzi cingolati, fa parte del reggimento di manovra e si sente perfettamente a suo agio quando percorre le strade sconnesse della provincia di Herat, alla  guida di mezzi dal peso – almeno – di cinque tonnellate. «Il proverbio “donne al volante pericolo costante” qui in Afghanistan non vale, i colleghi si fidano di me!».  Battute a parte Concetta, in verità, si trova ad assolvere uno tra i compiti più delicati di questo teatro operativo: rilevare la possibile minaccia di ordigni improvvisati, posti sul ciglio della strada, pronti ad esplodere al passaggio dei convogli militari. è questa ancor oggi la minaccia più grande per le nostre truppe sul suolo afghano.   
«La paura quando ti sparano addosso? Quella c’è, è inevitabile, però si affronta, ti fai forza, mantieni il sangue freddo e rispondi al fuoco”. Chiamata ad  indicare un luogo per lei è simbolo dell’Afghanistan,  sceglie la Cop Snow “Buji”, al confine sud della valle del Gulistan, nella quale ha operato nei primi mesi del 2011. Un piccolo avamposto sul greto di un fiume, lungo 40 metri e largo 15. Il primo caporal maggiore Granozio  ricorda quella base sprovvista di tutto, non c’erano delle vere e proprie strutture adibite a servizi igienici e cucina, i viveri venivano lanciati dagli elicotteri dall’alto,  e per i bisogni usava la “water-bag”, un sacchetto che conteneva un piccolo kit igienico e, una volta usato, andava chiuso e poi bruciato. “E’ molto più comodo e igienico del bagno alla turca”, assicura.  Racconta anche degli attacchi subiti, e di quanto fosse stato difficile, per lei, montare sulla garitta nella quale, pochi mesi prima, aveva perso la vita l’alpino Matteo Miotto: “Era lui che mi dava forza – confida - è come se in quei momenti stesse lì, vicino a me”.

AFGHANISTAN, SIAMO IN ONDA! 
Capitano Silvia Greco
“Le donne in divisa? Sono un valore aggiunto, hanno una marcia in più!” Sguardo fiero, busto retto e petto in fuori, il capitano  Silvia Greco non ha dubbi: “Sono passati 14 anni dall’ingresso delle quote rosa nelle Forze Armate, l’Italia  è arrivata in ritardo rispetto alle altre nazioni, ma abbiamo fatto passi da giganti, ed ora siamo all’avanguardia”. Salentina di origini, 36 anni, il capitano Greco è un ufficiale di fanteria in forza al 28° Reggimento Pavia. Nel 2012, a Shindand, era al comando di un dispositivo  multinazionale composto da italiani, americani, afghani, una settantina di persone in totale.  
Ma come si riflette l’attitudine al comando sulla vita privata?  “Quando svesto l’uniforme io sono una ragazza come tutte le altre, certo, il carattere forte rimane, e non mi faccio scrupoli a manifestare la mia opinione”. Spesso il comando viene inteso come autorità, Silvia invece preferisce parlare di autorevolezza: “Il rispetto è dato dall’esempio che riesci a dare”.
A metà agosto  il capitano Greco è tornato in Afghanistan, e questa volta ad Herat, dove è a capo di Radio Bayan West, la FM che trasmette dalla base di Camp Arena ed è la più ascoltata nell’ovest dell’Afghanistan. “La radio è uno dei mezzi comunicativi più efficaci in questo Paese, tenuto conto anche dell’alto tasso di analfabetismo. Grazie ad essa riusciamo ad arrivare alla popolazione, a far capire perché siamo qui a spiegare che la nostra missione è quella di garantire la sicurezza degli afghani». Ma non si tratta di un servizio autoreferenziale, anzi. Una programmazione di sei ore al giorno, fascia mattutina e pomeridiana, in lingua dari e pashtun, la radio trasmette notizie locali, report e musica. Vi lavorano un team di giornalisti afghani insieme ai tecnici del 28° Reggimento Pavia. «Siamo una dozzina in tutto, io sono l’unica donna ed ho trovato un ambiente molto disteso - racconta Silvia con entusiasmo -,  abbiamo anche un servizio di segreteria telefonica a disposizione degli ascoltatori per esprimere le loro preferenze, noi mandiamo in onda il messaggio registrato e accontentiamo i brani». 

È QUI CHE FAI I CONTI CON LE TUE PAURE E LE TUE ANSIE 
Caporal Maggiore Francesca Mirabile
La passione per le forze armate l’accompagna sin da quando era bambina: «Ho sempre amato la divisa, mio padre è nell’esercito, vedevo la fierezza del suo essere maresciallo e contavo di eguagliarlo».  Oggi, a 27 anni, Francesca Mirabile può dire di aver mantenuto fede alla sua promessa. Palermitana, occhi neri e sguardo vispo, è un caporal maggiore con mansione mortaista nel 1° reggimento bersaglieri della Brigata Garibaldi.
«Venire in Afghanistan è stato l'apice dei miei sacrifici e sforzi. È qui che metti alla prova tutto quello che hai imparato. è qui che conosci ancora di più te stesso e ti imbatti sui tuoi limiti. è qui che fai i conti con le paure e le ansie». Francesca è alla sua prima esperienza in un teatro operativo: «è questo il tassello che completa la vita militare di ognuno di noi».  Fa parte della QRF (Quick Reaction Force), un’unità impiegata per far fronte a qualsiasi esigenza si manifesti fuori la base, e sta scoprendo l’Afghanistan poco a poco. «Durante le uscite  ho visto un mondo nuovo e mi sono resa conto che non è poi tanto arretrato come pensavo».
Francesca sente il peso della divisa, sa che deve mostrare quanto vale, soprattutto in quanto donna, ma questo non la spaventa e considera i suoi commilitoni una seconda famiglia: «I colleghi uomini qui sono diventati come dei fratelli maggiori, mi sento protetta con loro».  Eppure il pensiero è costantemente rivolto ai suoi cari che l’aspettano in Sicilia: «Mio padre al lavoro parla sempre di me, è orgoglioso di sua figlia. Anche mia mamma lo è, ha sempre appoggiato le mie decisioni. Quando ci sentiamo al telefono la sera, spesso sento che è preoccupata, ma le dico di essere serena, perché io lo sono». 

NEL MIO CUORE IL CIELO DELL’AFGHANISTAN 
Primo Caporal Maggiore Laura Orani 
Quando il Boing 767 conquista il suolo  dopo sette ore di volo, il primo caporal maggiore Laura Orani, seduta in seconda fila in un aereo senza oblò, porta lo sguardo all’insù e si fa un segno della croce. Tornare dopo tanto tempo nella sua amata terra natia, la Sardegna, fa un certo effetto. Ha sognato questo momento, tante volte in passato, eppure, adesso che è ufficialmente atterrata in Italia, un velo di nostalgia cinge i suoi occhi.  Nella sua mente passano veloci come istantanee di una polaroid i sei mesi trascorsi alla base Camp Arena di Herat e poi quelli del 2011, nell’avamposto di Bala Boluk, e poi ancora, quelli del 2009, a Farah. Diciotto mesi in un posto sono tanti, te lo fanno entrare nel cuore e nell’anima. «Mi porto dentro il cielo stellato dell’Afghanistan», confida Laura con un pizzico di commozione.
Laura Orani, 33 anni, si è arruolata nove anni fa nella Brigata Sassari, «è il sogno di ogni sardo che ama la divisa».  Le prime due missioni in Afghanistan le ha condotte come fuciliere, per poi entrare a far parte del FET (Female Engagement Team), occupandosi di sviluppare politiche di genere. «In Afghanistan c’è una mentalità patriarcale, le donne hanno difficilmente accesso ai ruoli importanti, nelle aree rurali non è ancora riconosciuto il diritto allo studio. Noi cerchiamo di stabilire ponti con le associazioni civili e le cariche del governo.  C’è ancora tanto da lavorare – afferma la Orani -,  però la voglia di cambiamento è tangibile e questo ci fa ben sperare». 
Laura è rimasta colpita dalla storia di Filoza Wahidi, una donna che ha avuto un matrimonio combinato con un talebano. «è stata succube del marito per tanto tempo, poi è riuscita a portarlo dalla sua parte, lui ha abbandonato la politica talebana ed ora la segue nelle sue attività. Insieme i due gestiscono un’associazione sportiva di cricket al femminile e - assicura Laura - lui rispetta sua moglie». 
Ma non sempre il lieto fine è all’orizzonte:  «Non dimenticherò mai lo sguardo spaurito di una ragazza, madre di tre figli e moglie di un tossicodipendente che gli aveva reciso naso e bocca». Ricorda la sofferenza di quegli incontri: «Bastava che alzavo il braccio accidentalmente e lei subito si ritraeva. Fa male vedere una donna così, non è giusto».
Un’altra cruda esperienza per Laura è stata la visita all’ospedale pediatrico di Herat: «I sorrisi e i pianti di quei bambini, gli odori, mi hanno segnato parecchio. Mi ricorderò di loro quando sarò mamma, ho più di un insegnamento da dare a mio figlio».       


 
NUOVE CONQUISTE
Nell’ovest dell’Afghanistan, nella provincia di Herat, l’esercito italiano, da oltre dieci anni lavora sodo per aumentare il livello di sicurezza della popolazione.  E se l’affluenza alle elezioni presidenziali della scorsa primavera ha rappresentato un banco di prova importante per tutto il paese (sette milioni gli afghani alle urne), è proprio nella provincia di Herat che si è registrato il maggior numero di votanti in assoluto: il 58%, contro il 31% del 2009. Un dato ancor più importante se si pensa che ben il 44% delle donne ha esercitato il diritto al voto, sfidando divieti e minacce.


 
SIMA, LA VEDOVA COLONNELLO 
Il colonnello Sima Pajam è una donna minuta, ma acuta come poche, dotata di un temperamento da far invidia a chiunque. è la direttrice del carcere femminile di Herat, una struttura che ospita 170 donne, la maggior parte delle quali vittime di violenze familiari (alcune di loro hanno ucciso i mariti o altri uomini che hanno tentato di violentarle). Nella sua struttura lei le fa studiare, apprendere un mestiere, le informa sui propri diritti. Il colonnello Pajam ha perso suo marito in un attentato terroristico, ha allevato i suoi figli da sola, non perdendosi mai d’animo. 

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