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Io, malato di gioco

Il racconto di chi ha scommesso tutto ciò che aveva ai cavalli. E che grazie all’associazione “Giocatori Anonimi” sta controllando la malattia

Ven 24 Ott 2014 | di Angela Iantosca | Attualità
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Cosa significa essere malati di gioco? Cosa significa vivere ogni giorno, ogni ora, con il pensiero costante rivolto all’azzardo, alle scommesse, alle macchinette, alle lotterie, ai cavalli? Cosa significa vivere raccontando bugie per coprire questa insana passione, in grado di isolarti, annientarti e trasformarti in un drogato in cerca continuamente della sua dose?
Incontro Fabrizio in un bar e chiacchieriamo, cercando di andare a fondo, per capire le ragioni che sono alla base di quella che è una malattia e dalla quale non si guarisce, per sua stessa ammissione. Fabrizio ha 50 anni all'anagrafe, ma in realtà ne ha solo 5, perché ha da poco festeggiato i suoi primi 1825 giorni senza scommesse. Fabrizio aveva tutto: un lavoro ben remunerato, soldi, vacanze, agi. Ma nella sua testa si nascondeva un abitante segreto che lo spingeva a scommettere sempre.

«Ho cominciato a 14 anni. Prima frequentando le bische clandestine, quando non c'era ancora l'offerta "legale" di oggi. Giocavo ai videopoker. Poi, intorno ai 18 anni, ho scoperto i cavalli. Stavo sempre a Capannelle. Ho iniziato a 18 anni e ho smesso a 46».

Perché hai smesso?
«Mi ha fatto dire basta una via senza ritorno che avevo preso, un toccare ripetutamente un fondo che non mi permetteva di riemergere. Tra il vivere e il non vivere ho scelto di vivere!».

Grazie a chi hai cominciato a riemergere?
«Grazie all’associazione Giocatori Anonimi che funziona come gli Alcolisti Anonimi: è formata solo da persone che sono malate di gioco, ma che decidono di aprirsi, confrontarsi, confessarsi. Proprio parlare è uno dei primi passi da compiere verso una “redenzione”, perché i giocatori sono bugiardi. Inventi di tutto pur di non farti scoprire. Dici che sei in un altro posto e invece sei lì che butti via i tuoi soldi. Lavori per ottenere ciò che ti serve per giocare. Sei felice quando vinci, ma solo perché puoi scommettere di nuovo. Che poi, in realtà, il giocatore compulsivo vuole perdere. Allora, io lavoravo tutto il giorno, andavo a prendere i soldi che mi spettavano per andarli subito a giocare. Mi è capitato di vincere anche 70mila euro in un giorno, ma di uscire da Capannelle senza un euro in tasca. Perché lo scopo era perdere: quindi con la somma vinta in tasca, tornavo a scommettere…».

Fabrizio è uno dei moltissimi che fa parte dell’Associazione che in Italia conta più di 80 gruppi. 
«La cosa fondamentale è parlare e condividere. Solo quando cominci a parlare significa che puoi davvero affrontare il problema. E ti rendi conto che il gioco è la punta dell’iceberg di un problema enorme, mai affrontato, che affonda le radici dentro di noi. Solo lavorandoci giorno per giorno, sono riuscito a buttar via tutto il negativo che era dentro di me».

Eppure, nonostante la terapia di gruppo, Fabrizio è consapevole che da quella malattia non si guarisce.
«Impari ad affrontarla, a capire cosa fare, grazie al percorso dei 12 passi sui quali si fonda il cammino dei giocatori anonimi».

Quanto c'entra secondo te nella diffusione del gioco il facile accesso delle slot machine?
«Ti posso dire, da libero cittadino, che è normale che il proliferare di più punti vendita favorisca i giocatori compulsivi, ma ti dico pure che nessuno mi ha mai puntato la pistola alla tempia, obbligandomi a giocare».

Quali sono i sintomi o le manifestazioni esterne?
«Il giocatore compulsivo si muove con una maschera, non sempre si manifestano dei sintomi. Perché io, per esempio, intercettavo le telefonate della banca, toglievo il cellulare a mia moglie, spegnevo il cellulare quando tornavo a casa. Anticipavo qualsiasi mossa potesse scoprirmi. Certo, ad un occhio attento, non sfugge che il giocatore a casa si mostra apatico, non ha voglia di fare niente, sta sempre sul divano e nega sempre ogni cosa. Ma una cosa importante da dire è che il percorso  di guarigione richiede anche un coinvolgimento dei familiari. L'Associazione, infatti, prevede pure questo. I familiari si incontrano e discutono e cercano di capire anche i loro errori. A volte, per comodità, si fa finta di non vedere».

Se ti guardi indietro? 
«Non possiamo guardarci indietro. Guardiamo solo avanti. E lavoriamo su noi stessi giorno per giorno. Ma non cambierei nessuna giornata negativa di oggi con la più felice di ieri!». 

 


 

ASSOCIAZIONE GIOCATORI ANONIMI

Giocatori Anonimi è un’associazione di uomini e donne che mettono in comune la loro esperienza, forza e speranza al fine di risolvere il loro problema comune e aiutare altri a recuperarsi dal gioco compulsivo. L’unico requisito per divenirne membri è il desiderio di smettere di giocare. L’Associazione è nata in Italia nel 1999. A Roma ci sono 8 gruppi. 
Info:  www.giocatorianonimi.org - 338-1271215 - info@giocatorianonimi.org


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