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Le auto saranno riciclabili al 100%

Sempre nuove soluzioni davvero ecologiche grazie alle piante

Ven 24 Ott 2014 | di Caroline Susan Payne | Ambiente
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Grazie alla Natura si avvicina il traguardo di avere automobili riciclabili al 100% una volta terminato il loro ciclo d’uso. Una prospettiva semplicemente impensabile fino a qualche anno fa. A parte le necessarie componenti metalliche, comunque sempre riutilizzabili, abbiamo visto negli scorsi numeri di Acqua & Sapone come sempre di più le componenti delle auto del futuro verranno costruite a partire da determinate materie organiche: si va dalla gomma per pneumatici ricavata dalle essenze erbacee alle fibre di carbonio ricavate dalle piante (in particolare il lino) per costruire carrozzerie, passando per il biodiesel ottenuto dalle alghe. Ecco l’aggiornamento di queste rivoluzionarie innovazioni tecnologiche.

ERBA MEDICA E RESINA DI PINO NELLE BATTERIE
Le auto elettriche e quelle ibride (cioè che hanno un doppio motore, uno a combustione ed uno elettrico) stanno ormai prendendo piede in tutto il mondo. La loro diffusione, necessaria anche per abbattere l’inquinamento atmosferico, finora è stata frenata soprattutto dall’elevato costo delle batterie agli ioni di litio che le fanno funzionare. Il litio è un materiale relativamente abbondante a livello globale, ma non è ancora chiaro quanto ne sia commercialmente estraibile a causa dell’enorme domanda che si sta determinando in tutto il mondo. Di conseguenza, visto che si tratta di un materiale interamente riciclabile (se ne perde solo una piccolissima parte nelle fasi di riutilizzo), va recuperato il più possibile. Ma quest’ultimo passaggio è attualmente molto difficoltoso, perché questo tipo di batterie contengono altri materiali che invece sono rari e difficilmente sostituibili e richiedono grandi input energetici per essere estratti nelle apposite miniere. Inoltre, il riciclaggio di queste batterie oggi è quasi impossibile, a causa della presenza di sostanze chimiche particolarmente tossiche. Per far fronte a questi problemi, i ricercatori del Ångström Laboratory dell’Università di Uppsala (Svezia), guidati dal Prof. Daniel Brandell, hanno sviluppato un nuovo concetto di batteria, usando semi di erba medica (detti alfa-alfa) e resina di pino. Non si tratta della prima batteria che utilizza componenti organiche, ma questa è stata pensata e messa a punto proprio per essere riciclata. 
La tecnica si basa sul recupero di materiale biologico rinnovabile con un contenuto energetico corrispondente a quella delle batterie attuali. Infatti, questi biomateriali organici rinnovabili permettono il riciclaggio degli ioni di litio, attraverso l’uso di alcool etilico (etanolo) e acqua. Gli scienziati infatti hanno dimostrato che il litio estratto da una batteria esaurita può essere riutilizzato ed è in grado di erogare fino al 99% dell’energia iniziale. Ma il loro obiettivo è il 100%. Inutile sottolineare che questo tipo di batterie con il tempo sono destinate a divenire estremamente economiche, rendendo così molto conveniente anche il costo delle auto elettriche. 
Sara l’ennesima scoperta acquistata da qualcuno e poi lasciata ammuffire in un cassetto per non disturbare le lobby del settore automobilistico? Staremo a vedere, anche perché questa tecnica è utilissima per lo stoccaggio dell’energia elettrica ricavata dalle fonti rinnovabili. La cosa dunque si fa molto interessante.

DOPO LO PNEUMATICO ALL’ERBA TARASSACO ARRIVA QUELLO DI RISO
Su Acqua & Sapone di gennaio abbiamo visto come la tedesca Continental, un colosso mondiale nella fabbricazione dei pneumatici, abbia messo a punto un prodotto ottenuto da estratti di tarassaco (meglio conosciuto come “dente di leone”), comunissima erba che cresce spontanea in tutta Europa e in molte altre parti del mondo. Ora gli rispondono altri due colossi del settore, l’americana Good Year e l’italiana Pirelli, che stanno mettendo a punto degli pneumatici, soprattutto per facilitarne il recupero, a base di pula di riso, la buccia che viene scartata. Il nuovo battistrada così concepito utilizza la cenere ricavata dalla combustione proprio della pula (la combustione è a tutti gli effetti un’energia rinnovabile da biomassa). Questo tipo di cenere ha un’alta concentrazione di silice la quale, una volta aggiunta alla gomma, aumenta la solidità e la resistenza al rotolamento del pneumatico, oltre a renderlo più aderente alla strada. Queste caratteristiche permettono anche di abbassare il consumo di carburante del veicolo. E trattandosi di materie naturali, il riciclo di tali pneumatici diventa così molto più facile, evitando in tal modo che vengano bruciati. Così potremo respirare aria più pulita e forse anche dire finalmente addio alle scene che spesso vediamo in tv nella “Terra dei Fuochi”.

ITALIA LEADER NEI COPERTONI “VERDI” 
Ormai i produttori di copertoni per veicoli si stanno attrezzando per produrre gomme "verdi". Pionieri nel campo sono gli italiani della Novamont, che già dal 2007 ha inventato uno pneumatico fatto con un materiale derivato dal mais (il MaterB, quello delle buste biodegradabili). L'additivo sostituisce per il 50% il nero carbonio e la silice dei tradizionali pneumatici, riducendo il rumore, l'attrito e quindi le emissioni di CO2, oltre a far risparmiare carburante e battistrada. Oltre ai casi di Pirelli, Continental e Good Year citati nell'articolo di apertura, eccone altri. Michelin ha realizzato un composto totalmente biodegradabile (Bio Butterfly) per pneumatici senza composti chimici derivati dal petrolio, utilizzando una sostanza che proviene dalla fermentazione dell’alcol. La Bridgestone ha creato un copertone riciclabile al 100%, senza camera d’aria e realizzato in una resina termoplastica. La giapponese Yokohama propone un pneumatico a base di caucciù naturale e un altro a base di succo d’agrumi.




Dal riciclo dei rifiuti195mila posti di lavoro in Italia entro il 2020

I nuovi dati confermano: diminuendo il ricorso alla discarica e riciclando, l’occupazione vola. Specialmente In Sardegna, Sicilia e in tutto il Sud

Il riciclo dei rifiuti urbani può costituire una delle principali attività per creare occupazione nel futuro a breve termine. La rivista Acqua & Sapone lo afferma da anni, dati alla mano. Ora altri numeri ufficiali contenuti nel Rapporto “WAS 2014” (Wast Strategy – Strategia per i Rifiuti) confermano e rafforzano ulteriormente il concetto.  “Solo diminuendo il ricorso alla discarica e implementando il riciclo dei rifiuti urbani nei prossimi anni si creerebbero fino a 195mila nuovi posti di lavoro”, spiegano gli autori del report pubblicato nelle settimane scorse. Spiegano, inoltre, che anche secondo le stime più prudenziali – quelle che invece di avere come riferimento la direttiva Ue prendono in considerazione uno sviluppo ‘business as usual’ – si otterrebbe comunque una riduzione di quasi 4 milioni di tonnellate di rifiuti in discarica e un aumento di occupazione pari a 89mila nuovi posti di lavoro, per lo più nel Sud e nelle Isole. «In un quadro complessivo di questo genere, enormi sono le ricadute pratiche - afferma Alessandro Marangoni, docente alla Bocconi di Milano ed amministratore delegato della società Althesys, specializzata nella ricerca e consulenza in ambito energetico e ambientale -. Il dato generale - aggiunge l’esperto - ci parla di un vantaggio economico complessivo che può arrivare a sfiorare i 16 miliardi di euro: nel dettaglio, si tratta di 10,8 miliardi di giro d’affari sviluppati dalla filiera (raccolta differenziata, trasporto, selezione, compostaggio, ecc.) e fino a 5 miliardi per le infrastrutture (impianti di selezione, compostaggio, ecc.). Anche mantenendo una previsione più prudenziale, il giro d’affari movimentato entro i prossimi sei anni è di circa 8 miliardi di euro». Nonostante le numerose procedure di infrazione, l’Italia continua a non applicare la legge comunitaria. Tutto ciò era ed è realizzabile ora, se solo fossero state rispettate le normative europee che imponevano il raggiungimento del 65% della raccolta differenziata entro il 2012 (prorogato al 31/12/2013 e poi a fine 2014...). È delle scorse settimane l’ipotesi di legge che consente di trasferire i rifiuti indifferenziati da una regione all’altra per farli smaltire nei termoinceneritori del Nord, anziché riciclarli.              

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