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AAA Acqua svendesi

La casta rilancia la privatizzazione contro la volontà popolare. I referendum erano chiari: acqua bene comune, non merce

Gio 27 Nov 2014 | di Francesco Buda e Roberto Lessio | Acqua
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Proprio non ce la fanno a rispettare le persone, le comunità e le leggi. La casta politico-affaristica sta portando nuovamente sotto il controllo di pochi privati la gestione delle risorse idriche italiane, ritrasformandole in merce su cui lucrare. È la privatizzazione bocciata sonoramente dagli italiani coi referendum del giugno 2011 (1,4 milioni di firme, mai successo prima nella storia italiana) e prima ancora nel 2007, con un disegno di legge d'iniziativa popolare poi affossato in Parlamento.
Governo, Camera e Senato stanno dando compimento alle grandi manovre iniziate 20 anni fa e mai interrotte, avviate dai Ds dalemisti e proseguite in modo trasversale sotto i vari governi Prodi, Berlusconi, Monti. Il primo grande esperimento fu in Toscana, a fine anni '90. Ed oggi, proprio da lì arriva il premier a capo del Governo che spinge per chiudere il cerchio, rottamando la volontà popolare, e fare largo al clan dei mercanti idrici.

TUTTO NELLE MANI DI POCHISSIMI
L'operazione si articola in un complicato taglia e cuci normativo, assai tecnico, che in buona sostanza porta a fare fuori i piccoli gestori e gli enti pubblici rappresentativi della collettività, per consegnare a una manciata di colossi del settore gli acquedotti e il malloppo. Le nuove regole sembrano disegnate addosso ai lobbisti, che da due decenni hanno preso di mira l'acqua italiana, con un meccanismo di fusioni e aggregazioni tra aziende che si risolve in un oligopolio, vale a dire il potere sul mercato in mano a pochissimi.
Un percorso che possiamo tradurre fondamentalmente in tre tappe: accorpare i servizi idrici in ambiti grandi, almeno quanto il territorio provinciale, per farli gestire da un solo soggetto; estromettere il più possibile i Comuni dalle gestioni; mettere a capo di questi ambiti grosse società quotate in borsa. Altro fatto grave: l'attuale Governo ha sconfessato anche la nuova e buona legge regionale del Lazio sul servizio idrico, impugnandola davanti la Corte Costituzionale.
Presentata dai cittadini, che hanno seguito dal vivo passo passo i lavori del Consiglio regionale e votata a denti stretti, ma all'unanimità, sotto la spinta dei cittadini stessi, la legge laziale riconosce tra l'altro l'acqua come bene comune, universale e inviolabile, sul quale non si lucra, da gestire con la partecipazione dei Consigli comunali, cittadini e lavoratori.

DEMOCRAZIA ROTTAMATA
«L'obiettivo senza dubbio è privatizzare - ci spiega Paolo Carsetti, del Forum italiano dei movimenti per l'acqua pubblica -, sebbene non manchino esempi di buona gestione da parte di soggetti pubblici. Ciò si svilupperebbe attraverso operazioni di fusione e aggregazione». Per far muovere il meccanismo, prevedono di dare qualche agognato aiutino ai Comuni, messi sotto schiaffo con il Patto di stabilità con i suoi vincoli strettissimi di spesa, che impediscono talora persino di spendere i soldi disponibili. Una stretta rigorista aggravata dai grossi tagli dei trasferimenti di fondi statali agli stessi Municipi, sempre più a corto di risorse. «Ora li incentivano a cedere le proprie quote nelle società di gestione idrica per fare cassa - spiega Carsetti -, aggirando così il referendum che ha abrogato l'obbligo alla privatizzazione di queste aziende: se vendono, gli danno la possibilità di spendere senza i vincoli del Patto di stabilità i soldi incassati cedendo le partecipazioni nelle gestioni idriche». Un privilegio che i Sindaci si sognano! Ricorda molto lo stile della Banca Mondiale coi Paesi del Sud del mondo: ti finanzio se accetti di privatizzare dando il controllo alle lobby.

COMUNI SCHIACCIATI
«Il disegno di Legge di Stabilità inoltre dice che i finanziamenti pubblici, per i servizi pubblici essenziali, devono essere dati prioritariamente ai soggetti scelti tramite gara, cioè ai privati, penalizzando fortemente le aziende dei Comuni - prosegue l'attivista -. E se proprio gli enti locali insistono nel voler gestire da sé l'acqua con proprie aziende, con la Legge di Stabilità vogliono anche imporgli il vincolo di accantonare in bilancio somme pari a quelle investite nelle aziende stesse, con l'obbligo di accantonare altrettanti fondi ogni 3 anni». Un pressing opprimente, capace di affossare le aziende più sane, non previsto per le società private. «Anzi - sottolinea Carsetti - ai colossi privati vogliono consentire a costo zero tempi più lunghi per recuperare i soldi che hanno messo nell'affare, consentendogli la proroga dell'affidamento in concessione del servizio».

I SOLITI GIOCHI, NONOSTANTE IL FLOP
Questo mentre nella storia recentissima, dopo l'ingresso di grossi privati nel settore, abbiamo visto più che altro rincari in bolletta e riduzione degli investimenti. Basti pensare che nel 2008 il Rapporto del Coviri, l'organismo di vigilanza sulle risorse idriche poi smantellato, registrava che degli investimenti previsti per curare e migliorare le reti solo il 49% erano stati effettivamente realizzati. Per non parlare dell'ultimo censimento Istat sulle acque, che rileva un diffuso peggioramento della depurazione e delle dispersioni di rete, specie nelle regioni "cavia" dove hanno sperimentato sottotraccia le prime privatizzazioni idriche con multinazionali estere (Lazio e Toscana). Questi e altri esempi mostrano che di solito vince chi propone la tariffa più alta. Basta mettersi d'accordo, fare finta di essere concorrenti e spartirsi la torta.

ASSALTO ALL’ITALIA
Quanto sta accadendo con le nuove norme significa che a prevalere sono le logiche del guadagno e del potere a tutti i costi. Non si tratta di non pagare l'acqua, ma nemmeno di lasciarla alle sole decisioni e interessi di pochissimi mercanti, trattando la collettività come mera clientela da spremere. Parlano tanto di libero mercato e concorrenza. Più d'ogni altra analisi, sono istruttive le parole degli stessi manager delle lobby. “Noi abbiamo ben precisato che sul mercato italiano siamo in grado di definire dei territori/progetti di collaborazione e altri dove i partner potrebbero condurre le proprie strategie a condizione di reprimere la concorrenza frontale eventuale”. Reprimere la concorrenza. Così si legge nelle corrispondenze tra i colossi Acea e Suez nei primi anni 2000 dalla Guardia di Finanza e finiti sul tavolo dell'Antitrust. E poi: “L'Italia è il mercato municipale dell'acqua e della purificazione con il maggior potenziale di sviluppo all'interno dell'Unione Europea nei prossimi anni, in quanto l'intervento del privato è indotto dalla legislazione. Le dimensioni del mercato cresceranno grazie ai futuri aumenti di tariffa”.
Un disegno preciso e determinato, con accordi “di cartello”, abbracciato dai politici e governanti di tutti i colori: “Evangelizzare il mercato e formare nuovi uomini in attesa delle evoluzioni”, dicono ancora quei carteggi sequestrati. I “nuovi” uomini ci sono, dentro i palazzi del potere politico-istituzionale. L'evoluzione è in arrivo, l'hanno “sbloccata” con un decreto, rottamando il popolo. Ora la “stabilizzeranno” con una legge.

BOLLETTE DECISE DALLE BANCHE
Dietro queste operazioni privatizzatrici, ci sono grandi banche d'affari attraverso i project financing. Ossia progetti improntati e complicati, spesso rischiosi giochi finanziari in cui i finanziatori (le banche) finiscono per avere potere di decisione sulle tariffe, dietro le quinte. È infatti dalle bollette che devono arrivare ai gestori, sempre e comunque, i liquidi per restituire i soldi alle banche che li finanziano. C'è poi il dirottamento di enormi capitali in paradisi fiscali (gettonatissime sono le Isole Vergini Britanniche). I milioni di utenti idrici rappresentano una rarità: sono soggetti che pagano. Avere una platea di clienti sicuri, come quelli dei servizi pubblici essenziali, è una vera cuccagna che garantisce consistenti flussi di cassa. Non solo. Questi flussi sono usualmente incassati in anticipo dai gestori e fornitori dei servizi, attraverso il giochetto dei consumi presunti e dei conguagli: intanto ti prendono i soldi in base alle loro stime, a prescindere da quanto hai consumato, e poi fanno i conti sulla base dei reali consumi. Certo, rimborsano eventualmente le somme che superano il costo dell'acqua, dell'elettricità o del gas consumati, ma intanto le società si garantiscono a costo zero un’ immensa liquidità con cui realizzare operazioni finanziarie, speculazioni e vari progetti. Si avvantaggiano di grossi anticipi di cassa. Cosa che nessun consumatore può fare. Una vera pacchia fare impresa così!


TUTTE LE ASSURDITÀ DELL’ACQUA PRIVATIZZATA
• Finta concorrenza, tutto in mano a pochi
• Italiani espropriati dell'acqua controllata da stranieri
• Acqua trasformata in merce
• Staccano l'acqua a mano armata, contro leggi, sentenze e persone
• 42,4% dei reflui non depurati con impianti secondari o avanzati
• Rischiamo multe europee
• I Tg non parlano di queste assurdità
• Soldi degli utenti italiani finiscono all'estero
• Oltre il 37% dell'acqua continua ad essere dispersa in rete
• Le bollette aumentano, l'efficienza diminuisce
• Controlli “addomesticati”
• Banche e speculatori finanziari comandano sulle bollette


LIBRO VERITÀ: NOMI E FATTI DELL’ASSALTO ALL’ACQUA ITALIANA
Nomi, cognomi, fatti e misfatti sull'assurda privatizzazione dei servizi idrici in Italia nel libro inchiesta “All'ombra dell'Acqua”, di Roberto Lessio (giornalista di Acqua&Sapone). Disponibile su internet (e-book su Amazon, cartaceo su Create Space).




20 anni di bidone dell’acqua


I furbetti del rubinetto hanno aumentato le tariffe anche del 500%. Ma peggiorano sia la depurazione che la dispersione nelle reti

di Francesco Buda


Come stanno gli acquedotti in Italia? Peggio di prima: è aumentata la dispersione nelle reti colabrodo e la depurazione è peggiorata in molte regioni. Se ne accorgono quegli italiani costretti a farsi la doccia in estate con il contagocce o quando vanno in spiaggia e trovano un mare poco invitante. A certificare la scandalosa situazione arrivano i nuovi dati ufficiali. L'Istituto Nazionale di Statistica ha appena divulgato i risultati del Censimento delle acque per uso civile, la più aggiornata ricerca che fa il quadro della situazione (dati relativi al 2012). Seppur con alcune pallide note di miglioramento, lo scenario che emerge è triste: rispetto alla precedente analisi, su dati del 2008, sono più i passi indietro che quelli in avanti. Dovrebbero essere migliorate parecchie cose, specialmente grazie alle improprie privatizzazioni con cui i servizi idrici di interi pezzi del Paese sono stati messi sotto il controllo di soggetti privati, talora stranieri (come Acea nelle province di Roma e Frosinone, o Acqualatina nell'Agro pontino). Hanno cambiato le regole, sono passati vari governi di vari colori, ma il pasticcio non cambia. A parte le tariffe, aumentate a tappeto, con rincari anche oltre il 100% ad esempio a Massa Carrara, del 300%, come a Latina o del 500% nell'Alto Calore, in Campania. Oltre alla “cresta” sul presunto servizio definita come remunerazione del capitale investito, riconosciuta illegittima dalla Corte Costituzionale e poi abrogata dal voto referendario del giugno 2011. Come illegittima è stata riconosciuta quella sorta di tangente sulla depurazione non fornita: per legge, ci hanno costretto a pagare fogne e depuratori anche se non c'erano o non funzionavano, con la promessa e con la scusa che poi avrebbero provveduto. Un raggiro di Stato applicato lungamente, poi bocciato anch'esso dai giudici costituzionali nell'ottobre 2008. Mediamente questa quota pesa il 30% in bolletta. Un bel malloppo. Lo hanno usato per fare gli interventi? Vediamo i dati.

RETI ANCORA PIÙ COLABRODO
In tutto il Paese le bollette idriche sono aumentate, talora anche in modo illegittimo come nel Lazio. è senz’altro giusto che all'acqua ed ai relativi servizi venga riconosciuto un valore. Altrimenti con quali risorse se ne può garantire l'approvvigionamento, la distribuzione, la tutela, ecc.? Ma fa rabbrividire il fatto che “nel complesso, le dispersioni delle reti comunali di distribuzione dell'acqua potabile ammontano a 3,1 miliardi di metri cubi”. Lo scrivono i curatori della ricerca Istat, che spiegano ancora: “Pertanto il 37,4% dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti finali. Si registra un peggioramento rispetto al 2008, quando le dispersioni di rete erano del 32,1%”. Eccetto Abruzzo, Puglia e Valle d'Aosta, l'emorragia è cresciuta in tutte le aree del Paese , specialmente al centro (oltre 9%) e sulle isole (ben 10% in più), ma anche nel nord-est e nord-ovest. Basterebbe questo per far dimettere buona parte dei politici e manager pubblici al potere e far licenziare i boss della lobby che ha messo le mani sui nostri acquedotti. Il dato è ancora più agghiacciante se consideriamo che le famiglie italiane rispetto a 5 anni prima consumano meno acqua, mentre nelle condotte ne viene immessa il 2,6% in più. Nel 2008 il consumo medio pro capite era di 253 litri al giorno, sceso a 241 nel 2012. Sembra assurdo: abbiamo comunque un sacco di leggi e buone regole a tutela delle risorse idriche come primaria attività per la vita e l'economia della Nazione, ci sono ormai tecnologie formidabili, vantiamo studiosi e tecnici d'eccellenza in tutti i campi, ma chi governa non è stato capace di custodire e valorizzare questo tesoro.

DEPURAZIONE FANTASMA
C'è poi lo scandalo della depurazione inesistente o fatta male. Il lettore perdonerà certi toni, ma come definire altrimenti il fatto che nel Paese del mare nostrum, della Costa Smeralda, dei paesaggi più amati al mondo, ancora il 43,5% dei reflui urbani non è depurato con trattamenti di tipo almeno secondario, se non avanzato (sistema migliore). Sono queste le tecnologie che abbattono meglio e di più i carichi inquinanti, vale a dire i depuratori che tutte le città dovrebbero avere per trattare e rendere innocui i reflui civili, ossia gli scarichi di abitazioni, alberghi, bar, ristoranti, scuole, attività turistiche, negozi e altre utenze che riversano inquinanti, costituiti prevalentemente da sostanze biodegradabili. Nel 2008, la depurazione secondaria e/o quella avanzata c'era per il 56,5% degli scarichi civili, nel 2012 è rimasta quasi la stessa crescendo di nemmeno un punto. “Al centro delle operazioni delle Forze dell'Ordine ci sono la maladepurazione, gli scarichi abusivi, i reflui fognari che confluiscono direttamente in mare e lo sversamento di petrolio”, si legge nel nuovo dossier “Mare Monstrum 2014” di Legambiente, che fa la radiografia dei reati contro il mare e le coste italiane. E i dati Istat mostrano purtroppo un calo della buona depurazione diffuso in tutte le aree del Bel Paese, in ben 11 regioni. Comprese quelle tradizionalmente più avanti come Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli e Emilia Romagna. Hanno invece migliorato la propria depurazione civile Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta, Marche, Umbria, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Tutto ciò, complessivamente, significa un danno enorme alla qualità della vita di tutti e all'economia. Come sarebbero il nostro mare e i nostri tanti e meravigliosi corsi d'acqua semplicemente depurando a dovere gli scarichi? È incalcolabile il pregiudizio causato al turismo. “Il meno efficace risulta il sistema depurativo delle Isole, che garantisce un trattamento secondario o avanzato limitatamente al 46% del suo potenziale generato”. Cioè quasi la metà dei reflui inquinanti civili non viene pulito. L’UE ha aperto l'ennesima procedura di infrazione europea, la terza (n. 2014/2059). Questo quando potenziali paradisi come Sardegna e Sicilia potrebbero campare bene con spiagge e tesori naturalistici. E nonostante il fiume di fondi europei per fogne e depurazione, disponibili ma rimasti in larga parte inutilizzati.

ALTRO CHE PRIVATIZZAZIONI!
“Da segnalare che le attività di manutenzione degli impianti, a causa di una diffusa riduzione degli investimenti nel settore idrico e, in generale, a causa della crisi economica, sono diminuite negli ultimi anni, con inevitabili conseguenze sui volumi dispersi”, scrivono i ricercatori Istat. I maggiori incrementi nelle dispersioni si sono verificati in Toscana (+10,8%) e Lazio (+9,7%), le due regioni dove centro-sinistra (capitanato dai Ds dalemiani) e centro-destra (regnante Forza Italia) insieme a due multinazionali francesi hanno sperimentato la “spartizione” del business dell'acqua con curiose procedure di aggiudicazione. Esperimento avviato nei primi anni '90, nel contesto di Tangentopoli, introducendo una maldestra privatizzazione di fatto, dando il controllo vero sulle società idriche ai consigli di amministrazione delle multinazionali francesi e poi alle banche (nel caso di Latina, ad esempio, oggi è una banca tedesca con sede in Irlanda a dettare legge anche sulle tariffe). L'analisi Istat mostra pure che in queste regioni pioniere dell'acqua mercificata anche la depurazione è peggiorata. Si sono ridotte le quote di carichi inquinanti civili trattati con impianti “buoni”, tecnicamente denominati secondari e avanzati. Sono stati 9 miliardi 459 milioni i metri cubi d'acqua per uso potabile prelevati nel 2012 in Italia. Ne sarebbero bastati molti di meno (5.906 milioni) se i governi, le Regioni, le Province, i Comuni e i gestori fossero stati efficienti e avessero curato bene le reti. Quando sentiamo parlare di siccità e crisi idriche, o quando vediamo il mare marrone, ricordiamoci questi dati e certe facce. Sono loro i maestri dei bidoni: quello è il settore da depurare.

STESSA CASTA, SOLITI BIDONI
Questo quadro ha origini antiche. Quest'anno celebriamo il predatorio ventennio, l'ultimo capitolo dell'assalto all'acqua italiana. Arrivò nel 1994 la sbandieratissima Legge Galli nell'intento di riformare e finalmente dare agli italiani regole uniformi e gestioni efficienti in questo delicato e strategico settore, tra i patrimoni più importanti del Paese. Ne sono venute fuori persino delle privatizzazioni sottobanco. Poi nel 2011 gli italiani hanno ribadito con i referendum che l'acqua è un bene comune e che non vogliono che sia trattata e gestita come una merce qualsiasi su cui lucrare a piacimento. È evidente che non bastano le regole e nemmeno i referendum. Né basta mettere dei personaggi “pubblici” anziché privati perché sia garantita una gestione sana e nell'interesse pubblico. Specialmente in un àmbito come questo, serve integrità. Questa presuppone trasparenza, ecco perché pubblichiamo certe inchieste. Speriamo sia utile almeno tirare le somme su questi ultimi 20 anni di bidone dell'acqua, figlio di una casta chiacchierona, incapace ed avida.


ALTRA PROCEDURA D’INFRAZIONE UE
IDROILLEGALITÀ DI STATO
A marzo scorso l'Unione Europea ha aperto la terza procedura di infrazione contro l'Italia per il mancato rispetto della direttiva 271 del 1991 sul trattamento delle acque reflue urbane. La cosa riguarda diversi agglomerati urbani, cominciando dalla Capitale d'Italia, e poi città come Firenze, Napoli, Bari, Pisa. “L'Italia è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in 55 aree sensibili. Ciò costituisce una violazione sistematica delle disposizioni della direttiva”, scrive l'UE mettendo in mora il nostro Paese, sottolineando che “la situazione descritta rappresenta una situazione estremamente preoccupante di non conformità generalizzata e persistente di molti agglomerati italiani”. Il 10 aprile è stata emanata la conseguente sentenza dalla Corte di Giustizia europea. A parte i danni ambientali e alla salute pubblica, tutto ciò potrà tradursi in multe per ogni giorno di ritardo nel metterci in regola e nel blocco dei fondi europei per finanziare gli interventi. In sostanza, l'UE ci mette pure i soldi, ma se li riprende se non vengono concretamente investiti nel settore fogne e depurazione.



Acqua minerale, un tesoro regalato ai privati

Un business enorme con risorse demaniali, ma solo spiccioli per le casse pubbliche

Quanto pagate per un litro di acqua minerale? In media circa 19 centesimi. Quanto lo pagano, sempre mediamente, gli imbottigliatori? Uno, al massimo 2 euro e spicci ogni mille litri.
Un business floridissimo, 2,3 miliardi di euro in un anno. I dati disponibili più recenti parlano di 12,4 miliardi di litri imbottigliati in un anno, da 156 società con 296 marchi. Del resto siamo il Paese più assetato di minerale in Europa, con consumi medi di 192 litri per abitante nel 2012 (nel 1980 erano 47). Tutto a favore di ditte private grazie ad una risorsa che appartiene al Demanio, cioè ai cittadini di oggi e di domani. Ma vanno meno delle briciole alle istituzioni, quindi ai cittadini stessi. Sono infatti irrisori i canoni di concessione che le Regioni, competenti sulla materia, chiedono alle aziende che prelevano ed imbottigliano le acque. Una lobby molto capace e potente. Basti pensare a tutta la pubblicità che fanno in tv e sugli altri media, che significa grosse somme per le sempre più malandate società editoriali. Fareste mai un'inchiesta su chi finanzia il vostro giornale o programma? Nel novembre 2006 la Conferenza Stato – Regioni aveva provato a rendere il settore meno sbilanciato verso i mercanti d'acqua. Questo importante organismo di coordinamento istituzionale previsto dalla Costituzione, aveva previsto criteri omogenei per l'intero Paese. Nella confusione e nel particolarismo territoriale da sempre politicanti, signorotti e lobbies fanno i propri comodi. La Conferenza aveva fornito linee guida per tutte le Regioni, proponendo canoni proporzionati alla superficie data in concessione e alle quantità di acqua presa. In cifre, una piccolissima compartecipazione al mega-affare: almeno 30 euro per ettaro l'anno e da uno a due euro e mezzo per ogni metro cubo imbottigliato (mille litri...). Niente da fare. La situazione feudale è rimasta pressoché invariata. Solo Lazio e Sicilia hanno introdotto un obolo commisurato ad ettari e quantità di acqua prelevata, ma alla fine dei conti si tratta comunque di spiccioli: non oltre 2 euro per mille litri e tra i 60 e i 130 euro per ettaro.
Intanto, ci continuano a dire che mancano i soldi per depuratori, acquedotti ed altri servizi. Basterebbe veramente poco per incassare qualche milione. Considerando gli attuali quantitativi di acque imbottigliate, ecco quanto entrerebbe in un solo anno nelle casse regionali se, come propone Legambiente, si chiedessero agli imbottigliatori almeno 20 euro per ogni metro cubo d’acqua: oltre 4,8 milioni in Sardegna al posto degli attuali zero euro (come Puglia, Emilia R., Umbria e Bolzano) nonostante ben 10 stabilimenti di imbottigliamento e 18 etichette; in Piemonte (13 stabilimenti) quasi 40 milioni in un anno, anziché accontentarsi di 2 milioni e 397mila euro. Nel Lazio, con 9 stabilimenti, gli incassi sarebbero oltre 3,8 milioni anziché 419mila euro. Complessivamente, l'incasso totale stimato per le tutte le Regioni sarebbe di 259 milioni di euro l'anno. Questa semplice proposta è stata avanzata pubblicamente. Governo e Regioni tacciono.

E NEGLI ACQUEDOTTI ARSENICO
Ancora non è risolto lo scandalo dell'arsenico negli acquedotti pubblici. La Commissione Europea ha messo formalmente in mora l'Italia avviando una procedura d'infrazione “per la sua incapacità di garantire che l’acqua destinata al consumo umano sia conforme alle norme europee. La contaminazione dell’acqua da arsenico e fluoro è un problema annoso in Italia, in particolare nel Lazio». Gestori ed enti non hanno saputo finora riportare nei limiti di legge questi due pericolosi veleni in 37 zone del Lazio. Questo dopo aver usufruito di 3 deroghe triennali, il massimo consentito, con la promessa di risolvere. L'ultima deroga è scaduta il 31/12/2011.





Acqua ai privati: che flop!

Persino la banca mondiale conferma il fallimento delle privatizzazioni idriche

“L’esperimento con la privatizzazione dell’acqua è fallito”. Inizia così il Rapporto redatto nelle settimane scorse dal PSIRU (Public Services International Research Unit – Unità di Ricerca Internazionale sui Servizi Pubblici) dell’Università di Greenwich, Inghilterra. Una “Business School”, che monitorizza l’andamento delle privatizzazioni dei servizi pubblici nel mondo, la cosiddetta “liberalizzazione”... come se prima quei servizi fossero stati “imprigionati”.

MILIONI DI PERSONE COME CAVIE
Era destino che prima o poi - proprio nella patria del motto “meno Stato, più mercato” – qualcuno dovesse scrivere la parola fine su quello che solo ora, con estrema chiarezza, viene indicato come un “esperimento”. E noi italiani siamo, con altri, una massa di cavie. Lo studio non parla di una “esperienza”, che può essere giudicata più o meno positiva, ma parla proprio di qualcosa che richiama le fumose alchimie di laboratorio dove qualcuno, con ampolle e provette di carattere finanziario, ha provato a cavare più denaro possibile, spacciandolo per vantaggio collettivo. Sulla pelle degli utenti.

LA BANCA MONDIALE L’HA VOLUTA, ORA AMMETTE IL FALLIMENTO
Anche se è il risultato di una ricerca universitaria a scopo divulgativo, questo documento rischia di diventare una locomotiva in corsa per tutti coloro che ancora, soprattutto nel nostro Paese, si attardano a dire che questo tipo di gestioni privatizzate sono le migliori possibili. Il primo colpo lo assesta proprio all’organismo più responsabile, a livello globale, di quell’aggressiva politica economica tesa a far accettare ai Governi di tutto il mondo la privatizzazione dei loro servizi idrici: la Banca Mondiale. Questa ha tra i suoi soci buona parte di quelle stesse banche responsabili della terribile crisi finanziaria ed economica in corso. Attraverso una propria agenzia (la PPIAF), la Banca Mondiale ha appena pubblicato un atto in cui ammette il fallimento della privatizzazione idrica, a cui ha costretto diversi Paesi poveri, concedendo prestiti solo a chi si piega ai colossi privati. “Non c’è alcuna prova di efficienza superiore del settore privato rispetto al settore pubblico”, afferma il Rapporto PSIRU, sempre citando la Banca Mondiale e sempre in riferimento all’acqua.

SOLO PERDITE PER I CITTADINI
Anzi, la ricerca dimostra che sono aumentati i problemi: si sono persi più posti di lavoro e non è affatto aumentata la produttività complessiva con la gestione dei privati. Non vi è poi alcuna prova di prezzi più bassi del servizio, né i privati hanno fatto maggiori investimenti. Dunque fanno pagare di più e non migliorano reti, depuratori, fogne, qualità dell'acqua. Cose promesse ancora oggi (anche in Italia) di cui non c’è alcun riscontro pratico.

AL CENTRO C'È LA CORRUZIONE
I ricercatori internazionali dell'Università inglese nel Rapporto rilevano anche la grave piaga della corruzione proprio nel settore idrico. è il vero problema intorno al quale “girano” tutti gli altri; problema che pesa anche sugli acquedotti italiani e qui come altrove fa “girare” un altro tipo di liquidità: quella prelevata periodicamente dalle nostre bollette. Parola di inglesi, pionieri e sbandieratori delle privatizzazioni.
Mentre andiamo in stampa è in corso il 5° Forum Mondiale dell'acqua, a Istanbul. Un incontro tra burocrati, autorità, manager, solitamente presieduto dai capi delle multinazionali che stanno espropriando l'acqua ad intere Nazioni, Italia compresa.
Chissà se ammetteranno che proprio la Capitale turca e altre città turche sono il primo tragico esempio al mondo di fallimento della privatizzazione idrica ad opera dei colossi francesi Générale des Eaux (ora Veolia) e Suez con gli inglesi di Thames Water. Gli stessi ormai alla conquista dell'Italia, a cominciare da Roma.

BOLLETTE GONFIATE SCATTA L’INCHIEST,A
Truffa aggravata e abuso d'ufficio. Questo contesta la Guardia di Finanza ad Acea Ato 5 Spa, il gestore del servizio idrico a Frosinone e provincia. «Agli utenti sono state fatte pagare delle bollette ritenute illegittime per milioni di euro», spiegano le Fiamme Gialle che precisano di aver «scoperto l’ingente danno finanziario procurato a tutti gli abitanti della provincia di Frosinone con le bollette gonfiate con tariffe illegali». In sintesi è stato accertato «che il gestore aveva illegittimamente applicato agli anni precedenti la nuova tariffa 2008, aumentata di oltre il 20% violando il limite di legge (5% annuo)». Nella zona di Firenze la Publiacqua Spa – in cui c’è anche Acea con i francesi - deve ridare 6,2 milioni di euro agli utenti, intascati attraverso le bollette per un non meglio precisato "conguaglio ai ricavi". Il Comitato di Vigilanza sulle Risorse Idriche gli ha intimato di restituirli immediatamente.
Da qualche tempo, qualcuno vuole sciogliere questo organo di controllo.

COMPRANO I GHIACCIAI E LI QUOTANO IN BORSA.
VOGLIONO FARCI ACQUA DA IMBOTTIGLIARE
Nel Rapporto dei ricercatori dell'Università inglese si legge pure che un fondo di investimento canadese, il Sextant Capital Management che ha acquistato i diritti di utilizzazione di un ghiacciaio in Islanda con l’obiettivo di ricavarne acqua da imbottigliare.
Il ghiacciaio, dopo questa operazione, è stato “rivalutato” del 900% in pochissimo tempo, fruttando enormi profitti per il fondo di investimento. La competente commissione di controllo (Ontario Securities Commission) ha “congelato” la sopravvalutazione dell’operazione, ma pare che nessuno o quasi sia intervenuto per verificare se l’operazione stessa sia moralmente accettabile o meno.
Si legge inoltre nel Rapporto, che la Enron ha promosso una “Banca dell’acqua” in California, con l’intenzione di vendere il prezioso liquido a clienti pubblici e privati con contratti a lungo termine. Ma la società che gestiva l’operazione (la Azurix) tratteneva il 20% della capacità di stoccaggio per fini di “scambio e ottimizzazione”. Vale a dire che l’acqua accumulata in riserva sarebbe stata venduta sul mercato nei periodi di siccità durante l’anno, quando la domanda supera di gran lunga l’offerta e i prezzi salgono. La Enron è quella multinazionale elettrica americana fallita per bancarotta fraudolenta nel 2002 (dirigenti condannati ad oltre 20 anni di carcere). L’operazione sull’acqua ricorda il sistema con cui la stessa Enron strozzava migliaia di utenti mandando “scientificamente” in blackout intere regioni americane: aprivano e chiudevano il passaggio di elettricità per creare fame di energia e poi alzare il prezzo della corrente.
L’operazione sull'acqua è stata ferocemente avversata dalla popolazione locale e il progetto è crollato e l’intera operazione è in fase di revisione per darne la gestione ad un soggetto pubblico.

UNA PIOVRA MANGIASOLDI
Nessuno immaginava tanta follia e per giunta in danno di intere comunità, spesso povere. Il Rapporto PSIRU dell’Università di Greenwich documenta tanti casi di privatizzazioni selvagge nel mondo: dalla Turchia alla stessa Francia dove hanno sede le due maggiori multinazionali del settore (Veolia e Suez da poco cacciate da Parigi); dalla Malesia al Sudafrica (appalti vinti con il regime razzista dell'apartheid); dal Cile all’Inghilterra, India e Sud America, ecc. ecc.. Molto spesso, tutte queste operazioni facevano capo a società residenti nei cosiddetti “paradisi fiscali”, Paesi dove si dirottano fiumi di denaro evadendo le tasse. Denari rastrellati sulle spalle dei cittadini. Il documento è su: www.psiru.org/reports/2009-03-W-companies.doc

CONTRO LEGGE E CONTRO NATURA
L’acqua da diritto universale, l'hanno declassata a “bisogno vitale”. Così hanno deciso oltre 130 Paesi al 2° Forum Mondiale sull'acqua nel 2000 all'Aja (Olanda). Da qui si è poi arrivati a considerarla principalmente un “bene economico”, il cui valore deve essere determinato sulla base del “giusto prezzo”, fissato dal mercato. Cioè: serve a tutti, ma non spetta a tutti, visto che va controllata e gestita da privati. Da qui a trasformarla in merce il passo è stato breve. Come ha fatto da noi, lo scorso agosto, il Parlamento approvando l'articolo 23 bis del decreto legge sulla competitività che privatizza i servizi pubblici, acqua compresa. Eppure, per il Patto sui Diritti Civili e Politici del 1966, ratificato da oltre 130 Stati, “ogni popolo ha diritto di disporre liberamente delle proprie ricchezze e risorse naturali”. Mentre nel 1977, alla prima grande conferenza delle Nazioni Unite sull’Acqua, i governi hanno affermato che “tutti gli esseri umani hanno il diritto di accedere all’acqua potabile”. Cosa ribadita dalle Nazioni Unite nel 1981 allorché lanciarono il “Decennio internazionale dell’acqua”. Gli Stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si dettero nel 1984 come “obiettivo 20” di una Politica per la Salute per tutti di fare in modo che “nell’anno 2000 tutte le popolazioni dispongano di un approvvigionamento soddisfacente d’acqua potabile”. Oggi, invece, i ricatti commerciali e la devozione al mercato - la stessa che ha causato l'attuale crisi planetaria - non mollano la preda: la Banca Mondiale ha dichiarato che solo i Paesi che privatizzeranno i servizi pubblici di acqua potabile e fognature potranno godere dei finanziamenti internazionali in altri settori.



NIENTE CARTELLE ESATTORIALI

Doppia bolletta in malafede: condannati. Non possono agire come lo Stato

Condannata la società dell'acqua a restituire i soldi della bolletta all'utente e a risarcirlo con 5.000 euro, oltre al pagamento delle spese di lite. È successo lo scorso febbraio a Terracina, in provincia di Latina: un cittadino si era visto recapitare due volte la richiesta di pagamento della stessa somma dalla locale azienda idrica Acqualatina, controllata dalla francese Veolia, uno dei due colossi multinazionali del settore.
Prima la normale bolletta, poi la cartella esattoriale. Il giudice ha riconosciuto le sue ragioni condannando Acqualatina Spa per aver agito “con malafede e colpa grave” ed ha pure inviato gli atti alla Procura della Repubblica, affinché verifichino eventuali reati. La cosa – agli occhi del giudice – è ancora più grave: l'azienda avrebbe emesso la cartella esattoriale illegittimamente, poiché non ha la necessaria autorizzazione ministeriale e né il titolo esecutivo, cioè il documento che rende subito esigibile un credito attraverso il pignoramento. Quello che in pratica la legge richiede a chiunque per poter agire forzosamente contro un proprio debitore che non paga. Infatti, secondo i supremi giudici della Cassazione e della Corte Costituzionale, si tratta di un rapporto tra privati, come tra qualunque creditore e debitore. Cosa ben diversa da quello tra un Ente pubblico che deve riscuotere un tributo e il contribuente (ad esempio tasse o multe dei Vigili). La sentenza sul caso Acqualatina a Terracina può portare una rivoluzione nel rapporto – sempre più scorretto e sbilanciato in sfavore della gente – tra i cittadini italiani e le ditte che in gran parte del Paese si sono accaparrate la gestione dei servizi idrici: nella loro veste di società per azioni non avrebbero diritto di inviare le cartelle esattoriali agli utenti morosi. Essendo questi ultimi ormai “clienti”, i gestori devono agire come qualunque altro fornitore che vanta un credito, cioè rivolgersi al giudice per ottenere apposito decreto ingiuntivo. In sostanza, non possono “aggredire” l'utente-cliente senza preventiva decisione del magistrato. Invece accade il contrario, con gestori idrici che addirittura staccano l'acqua con tanto di scorta armata, nonostante il Tribunale abbia detto che non possono farlo senza mandato del giudice. È come se uno per riavere i soldi che gli dobbiamo venisse quando vuole a casa nostra - senza chiedere permesso - e si prendesse i nostri beni, anziché farci causa chiedendo di condannarci al pagamento del debito. Con l'aggravante che parliamo di acqua, non di una merce come tante altre. Invece, i nuovi padroni dei nostri acquedotti - perlopiù multinazionali francesi - da un lato trattano l'oro blu come un bene mercantile e ci trattano da clienti, dall'altro però pretendono di usare la forza come compete solo allo Stato. Ma quest'ultimo è animato da scopi collettivi di superiore interesse pubblico, non dal profitto per un clan. Ora, se invece gestori privati dell'acqua possono inviare cartelle esattoriali, le aziende dei telefoni, del gas e quelle elettriche che faranno? Si metteranno a stampare cartelle esattoriali pure loro per mandarci l'ufficiale giudiziario a pignorarci il televisore o i gioielli in caso di morosità?

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