acquaesapone Bambini
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

La forza ce líha data il nostro bimbo

Straniera e sola, volevo abortire. Ma, con il giusto aiuto morale e materiale, Daniel Ť nato ed ora Ť la nostra gioia

Ven 28 Nov 2014 | di Patrizia Lupo | Bambini
Foto di 2

Ho deciso di lasciare la mia terra dopo aver tanto studiato e raggiunto il sogno di  una vita: la laurea. Non mi offriva però quello che desideravo. Lavoravo per il mio Paese per uno stipendio da fame,  senza nessuna possibilità di costruirmi un futuro. Ho fatto le valigie e sono venuta in Italia. Non avevo il permesso di soggiorno e un’amica mi avrebbe ospitato per i primi giorni, poi avrei dovuto fare da me. Ho iniziato a lavorare  come donna delle pulizie. Dopo un anno avevo imparato bene l’italiano e lavoravo come badante presso una signora anziana. Uscivo per Roma da sola o con delle amiche, molti ragazzi si avvicinavano per fare amicizia, ma a me non piaceva dare confidenza, perché capivo che non avevano intenzioni serie. Sentivo tanta solitudine e alla fine accettai di uscire con un uomo italiano, che mi sembrava serio e lavoratore. Tra noi le cose andavano bene e dopo un po’ di tempo mi portò anche a conoscere la sua famiglia. Tutto scorreva in un modo sereno per questo, quando mi accorsi di essere incinta, la reazione di lui mi ferì tanto. Sparì e non si fece più sentire, non rispondeva più nemmeno al telefono. Ho pianto tanto. Dovevo far finta di niente, perché non volevo che la signora per cui lavoravo si accorgesse della gravidanza e mi mandasse via. Stavo in nero e avevo sentito di altre donne che erano state licenziate per questo motivo. Presi la decisione di abortire. Che altro avrei potuto fare? Mi recai in un centro per stranieri. Pensavo che lì avrebbero saputo dirmi come fare. Parlai con una volontaria, le dissi perché volevo abortire e, sentendo forse il mio dolore per qualcosa che mai avrei pensato di fare in vita mia, mi suggerirono di rivolgermi al Segretariato Sociale per la Vita, un’associazione che si occupa di aiutare madri in difficoltà come me. Ero confusa, incerta, addolorata. Parlai con una delle loro operatrici, le dissi tutto e sentivo che lei mi capiva. Più parlavo e più si scioglieva dentro di me qualcosa. Ricevetti parole di speranza che mi invitavano a lottare per me e per il mio bambino. Sentivo che non ero più sola, che qualcuno mi avrebbe accompagnato in questo nuovo viaggio, che mi avrebbe portato ad accogliere mio figlio. Gli aiuti che mi offrirono furono importanti: un sostegno economico per 18 mesi, che mi sarebbe servito per le spese del bambino; assistenza sanitaria, generi di prima necessità per neonato e, se mi avessero mandato via dal lavoro, un posto in una casa famiglia per gestanti, dove sarei potuta rimanere anche qualche mese dopo la nascita del bambino. Scoprii che c’era anche la possibilità di regolarizzare per un anno la mia situazione in Italia, con un permesso di soggiorno per maternità. Al lavoro dissi della gravidanza, ma non mi mandarono via. La forza di andare avanti la ricevevo dal mio bambino, che ormai sentivo muoversi e scalciare dentro di me, e dalla fede in Dio a cui mi ero aggrappata. Il padre si ripresentò a poche settimane dalla nascita del bambino. Si scusò dicendomi che aveva avuto paura di diventare padre, pensava che lo avessi fatto apposta per incastrarlo.  Volevo un padre per il mio bambino e anche se mi aveva ferita e delusa accettai che lui mi stesse vicino. Con la nascita di Daniel poi tutto è cambiato e il nostro sogno è stato coronato dal matrimonio. Ora siamo una famiglia unita. Adesso prego per tutti i bambini e quelle persone che sanno dare una mano nel momento del bisogno.


Condividi su: