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A Natale si ride, si balla, si pensa

Tra verità scomode, storie pazzesche e proletariato

Ven 28 Nov 2014 | di Boris Sollazzo | Attualità
Foto di 7

Scordatevi i cinepanettoni o i blockbuster americani con musiche natalizie. Non li troverete qui, perché è quello di cui parleranno tutti. Noi proviamo a offrirvi una controguida, forse poco natalizia, ma sicuramente affascinante e diversa. Dall’amore di Fincher alla commedia di Bogdanovich, passando per Loach.
Siamo sicuri che non rimarrete delusi. Non da loro, almeno.

L’amore bugiardo
Il libro di Gyllian Flynn, in Italia edito da Rizzoli, è stato un best seller. Non è difficile da immaginare, visto che la scrittrice di Kansas City ha saputo, soprattutto nella prima parte di quelle pagine intense e potenti, (de)scritte in prima persona, ricostruire e allo stesso tempo demolire il senso stesso dell’amore e della coppia. E un racconto così chiaro e allo stesso tempo contraddittorio, così esemplare e allo stesso tempo particolare, poteva prenderlo in mano solo David Fincher. “L’amore bugiardo” è un thriller, ma anche un dramma sentimentale, è l’ossessiva ricerca della verità per trovarsi a combattere con la finzione. Due giovani in carriera, belli e irresistibili (Ben Affleck e Rosamund Pike), condannati alla felicità. Dalla loro voglia di apparire, di sembrare perfetti. Perdono, progressivamente, tutto. Lavoro, habitat, amore, vita. Per un’ora pensi di vedere un bel noir, poi ti ritrovi dentro i gorghi di un rapporto che potrebbe essere il tuo, nel cuore e nella testa di un uomo accusato di aver ucciso la moglie e che è costretto a toccare con mano quanto fossero davvero fatti l’uno per l’altra. “Gone Girl - L’amore bugiardo“ è tutto ciò che sappiamo, ma fingiamo di ignorare sulla felicità e sull’amore. E non ci piacerà neanche un po’.

Storie Pazzesche
Segnatevi questo nome, Damiàn Szifron. Sì, perché con un budget non particolarmente alto, lo spunto del gustoso “Amazing Stories”, televisivo targato Spielberg e risalente agli anni ’80, e ottimi attori ci ha regalato non uno, ma ben sei film. Pardon, episodi. Comici e violenti, a volte demenziali e altre persino sconvolgenti.
Perché “Storie pazzesche” è un raffinato gioco al massacro, tutto incentrato sul tema e la realizzazione della vendetta, uno dei motori sociali ed emotivi più efficaci del nostro pianeta. Ogni rivalsa qui descritta prende spunto da situazioni particolarissime, eppure il regista ha la capacità di renderle familiari, vicine e forse per questo più folli. Sa, Szifron, maneggiare con intelligenza ed efficacia il cinema di genere: il kitsch è vicino a trovate da cinema d’autore, il pulp va a braccetto con il melodramma, l’horror un po’ eccessivo con la farsa. In questo senso la colonna sonora del grande Gustavo Santaolalla, dove note drammatiche lasciano il posto persino a “Flashdance”, è perfetta. A questo mix di generi e spunti, aggiungete il meglio degli attori argentini, Darìn su tutti, e avete un ritratto pazzo, ma proprio per questo fedele, di questo nostro pazzo mondo bastardo.

She’s funny that way
Se li chiamano maestri del cinema, un motivo ci sarà. Prendete Peter Bogdanovich, uno senza il quale non avremmo avuto quel periodo meraviglioso e irripetibile che è la New Hollywood, ma anche uno che dal ritorno del cinismo degli studios è stato schiacciato non facendo più, di fatto, cinema. Poi torna, dopo decenni. Con una commedia classica e allo stesso tempo originalissima. E sembra non aver mai smesso. Sembra un po’ antica, a leggerne la trama e a gustarsi i primi minuti, poi senti che la sua modernità è tutta nel voler essere se stessa. Bogdanovich ti fa sorridere per tutto il film, sa essere sexy ed emozionante, vibrante e bello, nell’immagine come nella scrittura. Il pretesto dell’intervista alla nuova diva, un tempo escort (ma lei si definisce “musa”) è la spinta verso una finta biografia, rutilante, sensuale, divertente, ingenua, dolce, lucida, persino cinica. Ha tutto quello che il cinema dovrebbe avere, compresa Imogen Poots, soavemente imperfetta, e un cast di apparizioni da applausi. Perché a Bogdanovich nessuno potrebbe dire di no. E noi ci ritroviamo tra le mani un gioiello, scritto per un altro e che lui ha fatto diventare l’anello mancante tra Lubitsch e Woody Allen.

Pride
Ci sono quei film che sono come un piatto di pasta. Se gli ingredienti sono buoni, la pastasciutta di ottima qualità e non sbagli il tempo di cottura, anche se sei un cuoco medio farai un ottimo piatto. è proprio quello che è successo a Matthew Warchus, non certo un fenomeno, a cui però sono “bastati” attori eccellenti – il solito, meraviglioso Bill Nighy, quel monumento che è Imelda Staunton – e un soggetto di granito per portare a casa la pagnotta. Come resistere, infatti, a un film lavorista in cui scioperanti di provincia vengono sostenuti e aiutati da un gruppo di gay? Due minoranze vittime di pregiudizi, anche tra loro. Che si cercano, si odiano, imparano a volersi bene e rischiano lo sgambetto a ogni momento. L’integrazione dovuta dalla necessità e dal mondo sempre più precario e cattivo, li rende fratelli, costruendo tra loro un clima speciale, di scoperta dell’altro e di sé. La storia va avanti da sola, anche perché è vera, e pur conoscendo ogni momento quello che inevitabilmente succederà dopo, ti fai cullare da una favola che ha il pregio di essere accaduta. All’esigente Quinzaine di Cannes hanno applaudito a scena aperta. Forse anche troppo, per il valore artistico dell’opera. Ma “Pride” non va giudicato da critici o esperti, ma con il cuore. E guardandolo con quell’organo che usiamo sempre meno spesso, merita il massimo dei voti più uno.

Jimmy’s Hall
Ken Loach. Sono sufficienti otto lettere per recensire un lungometraggio che, come spesso gli accade ultimamente, porta il maestro del cinema della (e sulla) ingiustizia sociale nel passato. Qui siamo nel 1921, sull’orlo di una guerra civile. E Jimmy Gralton, in Irlanda, ha messo su quella che potremmo chiamare una scuola di vita. Là si può ballare, fare pugilato, disegnare, leggere, imparare a scrivere. In poche parole, rendere le persone più felici, consapevoli, colte e attive. Basta questo per avere contro una Chiesa ottusa e amica del potere, è sufficiente tutto ciò per tacciarlo di comunismo e costringerlo alla fuga, all’esilio negli Stati Uniti. Eppure la maggior parte degli uomini e delle donne che andavano nella hall di Jimmy, a ballare e crescere come persone, erano ottimi cristiani che la domenica non perdevano mai la messa. Ma, si sa, la libertà di idee e la condivisione a conservatori e potenti fanno paura. E quel centro sociale ante litteram anche di più. Noi, con Loach, siamo lì al ritorno di Jimmy, quando i giovani del paese, conoscendo il suo mito, rivogliono quel luogo. Lui, pur sapendo di condannarsi, lo riaprirà. E Ken, come sempre, sa raccontarci la realtà dagli occhi di un romantico cantore della povera gente. Ne ricorda come sempre i miracoli, a volte le meschinità e spesso la loro eccezionale normalità, il loro eroismo quasi inevitabile. 

Perché se i proletari di tutto il mondo non possono unirsi, che almeno ballino.

 


 

I magnifici sette (in sala)

 L’amore bugiardo: con Seven David Fincher ci disse, portandoci dentro l’inferno, che forse ognuno di noi potrebbe essere un assassino. Ora, semplicemente, mette in dubbio ogni nostra certezza sull’amore.

Il ragazzo invisibile: a Gabriele Salvatores dovrebbero fare una statua. L’Oscar non basta. Grazie a lui il cinema italiano e i suoi produttori vanno dove non immaginerebbero neanche. E lo fanno alla grande.

Mommy: Xavier Dolan è nato nel 1989. Negli ultimi cinque anni ha fatto cinque film. Tutti belli peraltro. Questo, però, è allo stesso tempo il più furbo, il più maturo, il più trascinante. Niente male per un 25enne.

She’s funny that way: Peter Bogdanovich. Se non sapete chi è, se non sapete cos’ha fatto, recuperatelo. Poi andate in sala a innamorarvi di Imogen Poots, ma pure di Owen Wilson. Che meraviglia i grandi maestri.

Jimmy’s Hall: Ken Loach, dopo un periodo – a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 – troppo ideologico, è tornato tra la gente. Beve e balla con loro, ride e ama. Jimmy Gralton è il suo nuovo eroe vero e normale. Applausi.

Pride: Gay e operai, insieme, non perderanno mai. Nelle manifestazioni potrebbero cantarlo questo coro. Inventato ora, sull’ispirazione di una delle favole vere più belle che la storia del lavoro ci abbia regalato.

Storie pazzesche: sei film in uno. E al massimo lo pagherete meno di dieci euro. Il meglio del cinema argentino e di genere, tra vendetta, follia e persino risate. Szifron, segnatevi questo nome, mi raccomando.

 


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