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Maria Stefanelli: la prima testimone di ’ndrangheta al nord

Il coraggio di dire no, di denunciare i familiari, di inseguire il sogno di una vita normale

Ven 28 Nov 2014 | di Angela Iantosca | Attualità

Ha deciso di parlare, perché denunciare nelle aule di tribunale non è sufficiente. Ha deciso che la sua storia la doveva mettere nero su bianco, far sapere a tutti ciò che accade e continua ad accadere. E lo doveva fare soprattutto per lei, sua figlia, per la quale un giorno ha voluto lasciare il suo passato e avventurarsi in un nuovo futuro, fatto di speranza e amore.
Maria Stefanelli è la prima testimone di ’ndrangheta del Nord Italia, una donna nata e cresciuta in una famiglia di ’ndrangheta e poi diventata moglie di un uomo di ’ndrangheta. Una vita segnata, fatta di violenze, abbrutimento, illegalità, dalla quale ha trovato il coraggio di fuggire.
La incontro a Milano, in un luogo che abbiamo concordato la sera prima. So che lei arriverà in auto da una località che ignoro. So solo che ha viaggiato a lungo. Eppure la gioia di essere lì e di trascorrere una giornata diversa non le fa sentire minimamente la stanchezza.
Ci fermiamo in un bar a chiacchierare. Con noi Manuela Mareso, la giornalista che l’ha aiutata nella stesura del libro “Loro mi cercano ancora”, nel quale racconta la sua storia. 

«Sono nata in Calabria, ad Oppido Mamertina, il paese che tutti conoscono per gli inchini delle statue delle Madonne davanti alle case dei boss. Lì avevamo un esercizio commerciale che un giorno, non so ancora perché, o forse sì, ci viene bruciato. È così che perdiamo tutto e quando ho 9 anni, con i miei fratelli e mia madre, vado via da lì, per ricominciare in Liguria, dove i miei fratelli “lavorano”. Non saprei dire cosa fanno, so solo che la nostra è una vita da indigenti e che da quel momento per me è cominciato l’inferno: le botte, le violenze di mio zio, l’assenza dell’amore di mia madre, la scuola che non riesco a finire, i doveri di “femmina” e quella famiglia che non comprendo, alla quale sento di non appartenere».

Cosa significa crescere in una famiglia di ’ndrangheta?
«Non ne hai consapevolezza vivendola dall’interno. Ma vedi cose, vivi situazioni, senti discorsi che un bambino non dovrebbe mai sentire. Sei obbligato a vedere cose che ti bruciano l’infanzia, sentendo il dovere poi di obbedire. Perché chi cresce in una famiglia di ’ndrangheta sa e vede tutto. Quante donne potrebbero parlare, potrebbero ribellarsi, gridare e dire basta. Le più forti siamo noi, noi donne, che dobbiamo prendere i nostri figli e denunciare. La ’ndrangheta è come un cancro, una metastasi, ti uccide, ma si può curare. Ti uccide lentamente. Ma noi donne siamo una risorsa, siamo più forti. Noi possiamo salvare i figli, salvando noi stesse e ritrovando quella infanzia che ci hanno rubato».

La tua infanzia è stata durissima. Poi è arrivato il matrimonio.
«Quando ho conosciuto Ciccio (Marando – ndr) pensavo di poter coronare il sogno del principe azzurro che ti libera dal dolore. Non sapevo di finire dalla padella alla brace. Ciccio era in affari con i miei fratelli, che per questo vollero la nostra unione. Quando ci siamo sposati, lui era in carcere: ci siamo sposati con la polizia e lui era in manette. E dal primo giorno del matrimonio ho capito che nella mia vita non sarebbe cambiato niente, anzi. Ho cominciato a fare su e giù tra le carceri. Ero solo uno strumento per i suoi porci comodi. Poi, per fortuna, sono rimasta incinta di una bambina e lì ho creduto che qualcosa cambiasse. Invece no: usava la mia gravidanza per nascondere sotto la mia pancia quello che non voleva venisse trovato dalla polizia ai posti di blocco…». 

Un incubo che diventa un inferno, quando Ciccio la picchia con tale violenza da farle perdere il secondo bambino che aspettava, al quarto mese di gravidanza.
«Non si fidava di me, mi teneva sotto controllo. E un giorno, per farmi capire chi comandava, mi ha dato una bella lezione. Mi ha portato in montagna, vicino Platì (in provincia di Reggio Calabria – ndr), dove abitavamo in quel momento, e mi ha massacrata di botte. Aspettavo un bambino. Un maschio. Quando mi ha fatto lasciare inerme davanti alla porta di casa, ho sentito qualcosa tra le gambe. Era sangue. Era mio figlio. Credo di essere morta in quel momento. La forza, da allora, me l’ha data solo la presenza di mia figlia. Da quel momento ho solo pensato che dovevo salvarla da tutto questo».

Ma per fare quei nomi, per denunciare padre, madre, fratelli, quanta forza ci vuole? Quella della disperazione. Perché Maria, come tutte le donne, lo sa che non si può parlare. Che non è permesso sottrarsi, neanche immaginare di farlo, dalla famiglia alla quale si appartiene.
«La forza ti viene quando ti aggrappi, capisci le cose, capisci che sei in pericolo. Che non è giusta quella vita. Mi sono trovata ad un bivio: o la morte o la vita. Io ho scelto la vita. E questo l’ho fatto dopo la morte di mio fratello e mio zio, quando ho dovuto prendere una decisione definitiva, anche per salvare la vita di mia figlia, per darle un futuro, una dignità. Dopo la morte di Ciccio, che per me è stata liberatoria, ho trovato il coraggio. Con la scusa di dover denunciare i soprusi del mio datore di lavoro, sono entrata dai Carabinieri. Credo che il maresciallo mi stesse aspettando. La mia famiglia e quella di Ciccio da anni riempiva le pagine dei giornali. Tutti sapevano. Dietro di noi avevamo una striscia continua di sangue. Quando mi dicono che io sarei stata la prossima, decido che è ora di cominciare a testimoniare. Era il 5 febbraio del 1998. Di fatto si trattava di scegliere se vivere o morire. Semplicemente. Da mesi ormai mi trascinavo logorata dal pensiero di essere uccisa. È così che ho cominciato a parlare. Sono diventata una teste importante all’interno di un procedimento penale che ha portato in carcere molte persone, il processo Minotauro, che si è svolto a Torino, perché la mia famiglia operava nel territorio piemontese e ligure». 

Maria ha scelto da che parte stare e ne ha pagato le conseguenze, perché da allora vive in località protetta con il timore di essere raggiunta e uccisa, ma ora, nonostante tutto è libera.
«Ho deciso di dire basta, come vorrei lo facessero tutte le donne di ’ndrangheta, che sanno, sono complici. Devono trovare la forza e farlo per i loro figli. Non è semplice vivere in un non luogo con una falsa identità. Ma ora sono libera, libera, libera di camminare senza dover sottostare ai loro ordini. E ogni giorno posso scegliere in che direzione andare».    

 


 

LORO MI CERCANO ANCORA

“Loro mi cercano ancora” è il libro scritto da Maria Stefanelli, con Manuela Mareso, direttore di “Narcomafie”. Pubblicato da Mondadori a settembre, racconta la storia della prima donna testimone di giustizia contro la ’ndrangheta al Nord. Originaria di Oppido Mamertina (Rc), Maria Stefanelli all’età di 9 anni emigra in condizioni di povertà drammatiche dalla Calabria alla Liguria, dove la sua famiglia controllerà il narcotraffico e sarà protagonista di illeciti di varia natura. Morto il padre, la madre si risposa con il fratello di questi, Antonino, zio dal quale verrà abusata sessualmente. Conosce e sposa Francesco Marando, del quale crede di innamorarsi per liberarsi dalla sua famiglia, ma al fianco di quest’uomo condurrà una vita infernale. Quando Ciccio viene ucciso, braccata dai Marando, che ritengono gli Stefanelli autori dell’omicidio del loro familiare, decide di denunciare, cominciando una vita sotto protezione. 
Ancora oggi vive nella paura e nella solitudine a cui la vita sotto protezione la costringe.


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