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Come può una mamma arrivare a tanto?

Tra Tribunali reali e mediatici, i gesti di alcune madri ci fanno interrogare sulla nostra natura

Mer 07 Gen 2015 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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Una madre accusata di aver assistito allo strangolamento del figlio (o di averlo strangolato) e di essersene poi sbarazzata come un giocattolo vecchio. Un'altra che ha confessato di essersi immersa nelle fredde acque della Liguria in pieno inverno per gettare tra le onde suo figlio poco più che neonato. Gli inquirenti che indagano sul primo di questi delitti hanno spiegato nei loro atti giudiziari, che "non importa il movente". E invece a noi madri, a noi lettori, a noi genitori e figli, importa soltanto questo. Forse alla giustizia basta la ricostruzione del gesto e del contesto, la raccolta delle prove, l'incastro degli indizi, lo svelamento degli alibi e delle bugie. Alla giustizia tanto basta per emettere un verdetto. A noi invece non basta, perché prima di pronunciare la sentenza su ciascuno di questi casi, vorremmo giudicare noi stessi. è per questo che siamo così morbosamente attratti dai dettagli di queste storie. La puntata speciale andata in onda su Raitre sul delitto del piccolo Loris ha registrato un picco di ascolti. Frughiamo nei verbali delle inchieste, ascoltiamo stupefatti brandelli di altrui conversazioni, ci aggrappiamo a ogni dettaglio in cerca di facili spiegazioni tranquillizzanti. Soprattutto, speriamo di leggere in queste famiglie dilaniate da tragedie al di là della comprensione, indizi di anormalità, di devianza. Perché se delitti come questi, che periodicamente testimoniano la nostra umana fragilità e l'altrettanto umana capacità di superare i limiti della morale, fossero "normali", se delitti come questi avvenissero in seno a famiglie canoniche, comuni al pari della nostra, quante nostre sicurezze verrebbero spazzate via? Vorrebbe dire che ogni mamma può commettere l’atto più insano, l’atto di togliere la vita che ha dato. Nei giorni di quei terribili delitti nella stampa e in tutti noi è prevalso lo stupore, la rabbia. Come può una mamma arrivare a tanto? Ma c’è anche chi ha ricordato il mito di Medea, il personaggio della mitologia greca, che uccide i figli avuti da Giasone. Medea è il simbolo della madre-padrone, colei che dà la vita ai figli e pertanto ne è la vera padrona. Ma è davvero così? L’amore che proviamo per i nostri figli è solo una convenzione, un vincolo volontario, cui il sangue non imprime altra forza che quella che coscientemente gli attribuiamo? Nella mia esperienza quotidiana è il contrario: prevale la capacità di tante madri di sacrificarsi per i figli molto al di là dei loro meriti. è vero che molte madri, pur non esercitando violenza fisica sui figli, scaricano su di loro ambizioni represse e frustrazioni mai curate, causando danni non piccoli. Ma questo fa parte delle nostre debolezze, dei nostri errori, del nostro essere fallibili. L’omicidio è un’altra cosa, è un’aberrazione. Per me è l’eccezione che può sì accadere in ogni tipo di ambiente e infilarsi come un tarlo nel quotidiano disordine di tante vite. Ma resta un’eccezione: è nella nostra natura amare i nostri figli sopra ogni altra cosa, anche se tutti abbiamo un livello di resistenza alle avversità, reali o psicologiche, un tetto sfondato il quale si apre all’insondabile. Ma per fortuna accade abbastanza di rado.


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