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Bambini a metà

Esce in libreria il nuovo saggio di Angela Iantosca sui figli della ’ndrangheta

Mer 07 Gen 2015 | di Stefano Carugno | Attualità
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A gennaio esce in libreria il secondo saggio della nostra Angela Iantosca “Bambini a metà – I figli della ’ndrangheta” (Perrone Editore). Questa volta, dopo aver affrontato il tema delle donne della 'ndrangheta, del loro ruolo all’interno di una delle organizzazioni mafiose più potenti al mondo, si concentra sui figli. 

Cosa ti ha spinto in questa direzione?
«Durante la stesura di “Onora la madre” (Rubbettino Editore – ndr), mi sono imbattuta nella proposta del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria di allontanare dalle famiglie d’origine i bambini, laddove si evidenzi una conclamata mafiosità. A quel punto ho contattato il Presidente del Tribunale, il Dottor Roberto Di Bella e con lui mi sono confrontata a lungo su questo provvedimento, compreso nella sua complessità meglio dalla stampa estera che da quella italiana. In Italia si è parlato di deportazione, in realtà l’idea è tutt’altra: permettere a quei minori, nati e cresciuti in un contesto mafioso e per i quali è evidente il rischio di proseguire la “tradizione” di famiglia, di conoscere un mondo altro dal loro, di conoscere la bellezza, la libertà di amare, la libertà di camminare senza paura, la libertà dai propri cognomi a volte troppo pesanti».

Dalle tue ricerche cosa è emerso?
«Che sono tanti, troppi, i minori coinvolti in fatti delittuosi. Che sono bambini a cui viene strappata l’infanzia, che a 10 anni sanno già sparare, che troppo presto cominciano a comprendere il linguaggio della malavita. Mi sono imbattuta in vicende del passato, ma anche di un periodo recentissimo, che raccontano di bambini-boss, in grado di chiedere il pizzo, di minacciare le vittime, di uccidere per 20 euro. Sono storie che ci parlano di bambini privati dei loro diritti, della serenità, della normalità. Bambini soldato che per non impazzire diventano dei monoliti privi di emozioni. Grazie al Tribunale qualcuno di loro ha cominciato un percorso diverso, che gli sta permettendo di vedere che la verità non è quella che è stata mostrata loro dalle famiglie d’origine».

Quanto è complesso questo processo?
«Il cammino è lungo e in salita. Siamo solo all’inizio. Ma questa è la direzione giusta, se si pensa di voler sconfiggere le mafie. È necessario lavorare nelle scuole, alle elementari, perché spesso i bambini delle scuole medie sono già persi e irrecuperabili. Credo, purtroppo, che il problema venga sottovalutato e che si pensi sia un problema solo calabrese. In realtà non è così. Ce lo dicono le indagini: la ’ndrangheta è ovunque. C’è quella più legata alla terra, ai “valori” antichi. E c’è quella che manda all’Università i propri figli, per occupare i luoghi di potere. Ma la base culturale è la stessa. Ed è quella che dobbiamo sradicare».

Qual è stato l’incontro che ti ha colpito di più?
«Quello con Libero, il primo ragazzo per il quale il tribunale ha avviato questo processo. Figlio di un uomo ucciso dalla ndrangheta, appartenente ad una famiglia potentissima della Locride e lui stesso destinato a diventare un capo, per un anno ha frequentato una comunità al di fuori della Calabria ed è cambiato. Ora dipende tutto da lui cosa fare da grande. Ma già la possibilità di essere stato posto davanti ad un bivio è un successo».

Quali sono i limiti di questo processo?
«I 18 anni. Arrivati alla maggiore età, questi ragazzi vengono abbandonati a se stessi. Non c’è un progetto che coinvolga anche il mondo del lavoro. Una volta terminato il percorso tornano nelle loro case. Ed è facile immaginare che riprenderanno le loro antiche attività. Ciò che dobbiamo fare, quindi, e che deve fare lo Stato è proprio questo: strapparli del tutto al loro passato, alle loro terre e alle loro attività. Investire sulla legalità e offrire un futuro diverso».   

 


 

GIORNALISTA E SCRITTRICE

Angela Iantosca è nata a Latina nel 1978. Laureata in Storia Romana a La Sapienza, dal 2003 svolge attività di giornalista e collabora con la nostra testata “Acqua&Sapone”. 
Inviata de “La Vita in Diretta” (RaiUno), nel 2013 ha pubblicato il suo primo libro, “Onora la madre - storie di ’ndrangheta al femminile” (Rubbettino editore). 


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