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La crisi svuota le culle

Mancano all’appello 60mila neonati rispetto al 2008, a rischio anche la scuola. Tengono le nascite degli stranieri

Mer 07 Gen 2015 | di Claudio Cantelmo | Soldi
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Non è un paese per bambini. Amara parafrasi del fortunato film dei fratelli Coen, il titolo rischia purtroppo di divenire un’impietosa fotografia dell’Italia di domani, le cui culle, complice la morsa della crisi, restano sempre più tristi e vuote.
Un recente studio del Censis rileva infatti come nel 2013 si sia registrata una riduzione delle nascite del 3,7% rispetto all’anno precedente, con un calo del tasso di natalità da 9 a 8,5 nati per mille abitanti. Siamo così passati dai 576.659 bambini del 2008 ai 514.308 del 2013: mai così pochi in Italia. Il fenomeno, secondo i recalcitranti genitori, ha una sola causa: per l’83% di essi va ricercato nella crisi, e la percentuale supera il 90% ascoltando i giovani fino a 34 anni. 

Vuote presto anche le aule
Fino a sei anni fa, anno 2008, il numero complessivo delle nascite era stabile con tendenza alla crescita, grazie soprattutto al consistente apporto dei figli di immigrati nelle regioni settentrionali e, in misura minore, di quelle centrali. Proprio in quel 2008 si è toccato il massimo dei fiocchi rosa e azzurri, con le già ricordate oltre 570mila nascite: sono proprio quelli i bambini che hanno debuttato in prima elementare lo scorso settembre. La baby invasione è però destinata a spegnersi, infatti da allora è cominciata la decrescita: circa 10mila nati in meno nel 2009, altri 11mila in meno nel 2010, ancora sotto di 19mila nel 2011 e, per finire, calo di ulteriori 11mila nel 2012, per un saldo negativo complessivo di oltre 60mila neonati del 2013, quando il numero dei neonati è stato il più basso da due secoli a questa parte.
E inevitabilmente tutto ciò avrà un effetto sulle classi attivate e sugli organici della scuola primaria da qui a cinque anni: gradualmente andranno alla chiusura circa 2.500 classi, mentre il personale docente subirà una riduzione che si stima di almeno 3.700 unità. Nel prossimo quinquennio si troveranno con circa 10mila alunni in meno le regioni del nord ovest, 11mila in meno sia al centro che nel nord est, per non parlare del calo di quasi 15mila alunni al sud e di circa 6mila nelle isole maggiori.

Povertà crescente
La frenata culturale andrà poi di pari passo con quella economica: un milione e 434mila (il 3,8% del totale dei minori) sono gli under 18, dichiarati da una recente indagine, in povertà assoluta e privi del necessario per vivere un vita quotidiana dignitosa. Fanno davvero male i dati diffusi lo scorso dicembre da Save the Children, tratti dal "5° Atlante dell'Infanzia (a rischio) in Italia", che ha messo sotto lente la realtà infantile italiana. Le città e le metropoli sono l'habitat prevalente dei nostri bambini: il 37% di essi - 3 milioni e 700mila - si concentra nel 16,6% del territorio nazionale, cioè nei grandi centri urbani o nelle aree circostanti. Città, però, più matrigne che materne, invase di macchine e pericolose (tanto che solo il 6,4% di bambini gioca libero per strada) e spesso prive di spazi per garantire lo svago dei più piccoli: solo un bambino su quattro gioca nei cortili e meno di 4 su 10 nei giardini, con significative differenze territoriali.

Niente sport e libri
E la povertà dei minori non è solo materiale: tre milioni 200mila bambini e ragazzi tra 6 e 17 anni (il 47,9% del gruppo di età) non hanno letto un libro nel 2013 e circa 4 milioni (il 60,8%) non hanno visitato una mostra o un museo. Non viaggia né si apre a nuovi mondi e persone il 51,6% di under 18, che vive in famiglie che non possono permettersi nemmeno una settimana di ferie l'anno lontano da casa. Lo sport è poi il grande assente dei pomeriggi del 53,7% degli adolescenti tricolori (15-18 anni), che non fa alcuna attività motoria continuativa. Pomeriggi non occupati neanche da attività scolastiche, dato che, nella migliore delle ipotesi, il tempo pieno c'è solo nel 50% delle scuole elementari e medie di alcune regioni, con picchi in negativo in regioni come Campania (con il 6,5% delle scuole primarie a tempo pieno) e Calabria.

Urge intervenire
Le raccomandazioni di “Save the Children” sono esplicite: è necessario e urgente varare un piano nazionale di contrasto della povertà minorile che preveda, tra l'altro, l'estensione della cosiddetta nuova social card, ora sperimentata solo in poche città, a tutte le famiglie in povertà assoluta con minori, semplificando i criteri di accesso e rafforzando le misure di accompagnamento e valutazione. Allo stesso tempo, vanno previsti interventi mirati per le aree più svantaggiate sul piano dei servizi per l'infanzia e l'adolescenza e delle opportunità educative. Per le periferie urbane più carenti, raccomanda l’associazione, sarebbe opportuno attivare “aree ad alta densità educativa”, sul modello francese delle Zones d'Education Prioritaires, all'interno delle quali garantire un forte rafforzamento delle offerte educative, scolastiche ed extrascolastiche, valorizzando le risorse locali e mobilitando fondi europei.

Fratellini d’Ytalja
Ma c’è un ma. Se sul fronte tricolore doc calano le nascite, i nati da genitori entrambi stranieri sono ancora aumentati e rappresentano il 15% del totale dei nuovi nati, e tengono anche quelle dalle coppie che contino almeno un genitore d’origine forestiera. Anche in questo caso le nascite sono in aumento, seppur con un ritmo meno sostenuto: in media 5mila nati in più nel 2009 e nel 2010, quasi la metà dell’incremento registrato nel 2008.  La diminuzione – riprendendo l’analisi Censis – è dunque imputabile esclusivamente al crollo delle nascite di bambini da genitori entrambi italiani. E se il fatto che a Milano il cognome Rossi (1° per diffusione) sia insidiato da Hu (2°), e il classico Villa sia stato superato da Chen, non desta più ebetoidi stupori o infingarde inquietudini, è giusto interrogarsi sui veri motivi per cui le culle tricolori doc restino sempre più spesso disabitate: è stata persa l’abitudine al sacrificio?      

 



Madri over 40

Le donne italiane fanno sempre meno figli e sempre più tardi: più del 6% dei nuovi nati ha una madre con almeno 40 anni, mentre i nati da mamme di età inferiore a 25 anni risultano solo l’11% del totale. Una donna italiana, in media, ha 1,41 figli, rispetto ai 2,23 delle straniere: era questa la media tricolore di un secolo fa. 

 



Italiani a rischio estinzione

Fred Pearce, giornalista scientifico inglese, in un libro del 2010 "Il pianeta del futuro: dal baby boom al crollo demografico" aveva messo sotto lente la situazione demografica mondiale e anche del nostro Paese, perché il tasso di natalità italiano è davvero basso, quantificando in appena 8 milioni gli italiani “doc” nel non lontanissimo 2100. Una vera catastrofe. Ma i dati registrati negli ultimi 3 anni sono addirittura peggiori delle aspettative di Pearce: pertanto, con questi tassi di natalità la quasi totale estinzione degli italiani 'doc' appare inevitabile ed imminent: roba di una manciata di generazioni. E tutto ciò non per colpa certo degli stranieri che, anzi, sono una delle soluzioni a questo problema, infatti aumentano i figli nati da un genitore italiano e da uno straniero. Colpa della crisi economica si dice. Ma si tratta anche e soprattutto di una crisi culturale di fiducia verso se stessi, la società e il futuro in genere. In più aumenta vertiginosamente il tasso di infertilità, per cui le coppie che potrebbero non li fanno e quelle che vorrebbero non riescono. A causa soprattutto dell'aumento dell'età media nella donna che ha il massimo potenziale riproduttivo intorno ai venti anni e poi cala fortemente dopo i 30. 


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