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Dacia Maraini: Bisogna parlare

Chi non prende una posizione, chi non si oppone alla violenza, complice

Mer 07 Gen 2015 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Il primo sapore che ha conosciuto è quello del viaggio. Un viaggio cominciato all’età di due anni quando salì sul transatlantico Conte Verde per raggiungere il Giappone, in compagnia del padre. E poi i viaggi vissuti al fianco del compagno Alberto Moravia, dell’amico fraterno Pasolini e della Callas. 

Si parla sempre più di violenza sulle donne. Ma non è una questione che riguarda solo noi “femmine”.
«È importante che gli uomini prendano coscienza. La violenza non è né di un genere né dell’altro. Ma è violenza e chi non si oppone, chi non prende una posizione, è complice comunque. Per questo è molto importante che i ragazzi, prima di tutto, sentano la violenza contro le donne come qualcosa che non gli appartiene».

Da dove nasce tutta questa violenza?
«Dal concetto del possesso inteso come base di una struttura familiare. Un concetto antichissimo, non dei giorni nostri, per questo ancora più difficile da sradicare. Nella Bibbia, per esempio, si accetta il principio di proprietà e di vendetta. Cosa che è stata fatta esplodere da Gesù quando ha detto che siamo tutti uguali: la cosa più rivoluzionaria che sia mai successa, perché Gesù dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso”! La violenza nasce dalla negazione di tutto questo, nasce dall’idea che l’amore dà la legittimazione della proprietà. Pensare “amo mio marito e quindi è mio” è sbagliato. Dire “amo mio figlio e quindi è mio” è sbagliato. Eppure è una idea che appartiene a molti, a prescindere dall’estrazione sociale e culturale».

L’amore non è possesso.
«Assolutamente no! E questo non è un problema che riguarda solo il rapporto tra uomo e donna, ma anche quello tra madri e figli. Spesso si sentono storie di donne che si suicidano con i bambini. Cosa inaccettabile, ma che parte dall’idea del possesso. Eppure bisogna capire che ogni persona, anche un neonato, non ti appartiene. Ti viene affidato, ma non è tuo. Se quella persona è una proprietà, significa che diventa un oggetto».

Come comincia la violenza?
«Quasi tutti i casi di violenza cominciano così: una coppia si ama, poi lui comincia a fare terra bruciata intorno, lui manifesta la sua natura violenta. Poi lei dice di andar via e questa cosa mette in crisi il concetto di proprietà e spinge l’abbandonato a diventare un assassino. E questo significa che non dai all’altro la libertà di decidere. L’idea è questa: “Sei mia perché ti ho sposato. Se tu vai via io metto in crisi la mia identità di uomo e allora io ti uccido”. Per fortuna molti uomini non si identificano con questa cultura». 

L’emancipazione della donna può essere stata determinante nell’incremento della violenza?
«Un tempo, quando la donna stava a casa, era tutto più semplice. Quando le donne sono entrate nelle professioni, si è creata paura negli uomini più deboli. Perché gli uomini sereni non hanno paura delle donne che diventano libere e autonome. Chi si identifica con il concetto del possesso diventa violento. Pensiamo allo stupro: non esiste in natura, ma viene usato come arma di guerra contro il nemico. Non ha nulla a che vedere con la sessualità».

Può essere considerata una forma di tutela l’uso di veli o del burka? O agli estremi chi va in giro senza veli e chi va coperto completamente annulla se stesso, la propria identità?
«Quando vedo una donna che non esiste più, completamente nascosta dietro il nero, il principio che si evidenzia è quello della totale negazione del corpo umano. Ora il corpo umano esiste, non si può dire che non esista… anche noi ci copriamo per andare in chiesa, io sono per il coprirsi e il non ammiccare. Ma un conto è coprirsi il capo, il corpo, e un conto è nascondersi totalmente ed eliminare la propria persona. Sono stata recentemente in Nigeria, dove ero stata negli anni Settanta. È un paese povero e le donne avevano i copricapo colorati: erano coperte, ma aperte. I mercati erano in mano alle donne. Commerciavano, facevano tutto. Ci sono tornata e sono rimasta sconvolta. Le vedi strisciare lungo i muri, vestite di nero. Io non posso dire che questo va bene. Non penso sia una esaltazione del corpo femminile. Mi sembra un modo di dire che le donne non esistono. Equivale a coloro che le denudano per lucrarci. È la stessa forma di censura». 

Cosa si può fare contro la violenza sulle donne?
«Farne un tema di consapevolezza. Quando non si parla, il problema non esiste. In Sicilia non si parlava della mafia, perché era un tabù, e quello è stato il momento in cui la mafia ha prodotto i suoi danni peggiori. Dal momento in cui si è cominciato a discutere, parlare, è nato il pool antimafia ed è nata una coscienza civile più forte...».

Perché le donne non parlano? 
«Spesso non parlano perché nessuno le ascolta».    


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