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Dallo shock alla scoperta del dono

Un padre in carriera racconta la sua rinascita grazie al suo meraviglioso figlio Francesco

Mer 07 Gen 2015 | di Daniela Carmosino | Attualità
Foto di 4

Dario Fani, lei è un sociologo esperto in comunicazione e un formatore. Lavora come consulente per la Fonda-zione Fatebenefratelli. Da gennaio, potrà dire d’essere anche uno scrittore. Quale, fra questi ruoli, vive oggi con più soddisfazione?
«Quello di papà!».

Lo sospettavo. Non a caso, il suo romanzo è l’appassionante storia di un rapporto tra padre e figlio. Un figlio nato fra grandi difficoltà, vero? 
«Sì, quelli che ho scelto di raccontare sono i primi tre mesi di vita con Francesco. Tre mesi complicatissimi, trascorsi fra incubatrici, sonde, saponi disinfettanti, calzari, guanti e luci artificiali. Pensare che abbiamo aspettato un bambino per anni, non arrivava e stavamo perdendo le speranze: poi, quando è arrivato, è nato troppo presto! Il nostro Francesco… non ha fatto in tempo ad aprire gli occhi sul mondo che è stato messo in un’incubatrice». 

Ci racconti meglio.
«A me piace raccontarla così: mio figlio è nato con qualche mese di anticipo e con un cromosoma in più, che ha pensato di sistemare al numero 21. Il termine medico che lo caratterizza, infatti, è Trisomia 21, ma tutti la conoscono come sindrome di Down». 

Certo, non dev’esser stato facile sentirsi dare una notizia del genere…
«Al principio è stato uno shock. Ho provato paura, rabbia. Poi, però, ho capito una cosa fondamentale: la sindrome di Down non è una malattia». 

Che intende dire?
«è semplice: basta considerarla come una particolare condizione genetica. In un certo senso, è come avere i capelli ricci o la pelle chiarissima. Niente di più e niente di meno. Almeno per come la vivo io oggi».

Perché nel libro ha scelto di concentrarsi solo sui primi tre mesi di vita di suo figlio? 
«Perché sono stati quelli determinanti per il futuro. è in quei tre mesi che è maturata la decisione più importante, come sarebbe stata la nostra vita, da quel momento in poi: una tragedia o un’avventura? Beh, un giorno stavo lì, in piedi, di fronte all’incubatrice. Non potendo fare altro, ho cominciato a parlare con Francesco attraverso quel vetro opaco che ci separava. A parlare con lui e a ragionare con me stesso. Ecco, il libro racconta proprio del mio percorso di trasformazione avvenuto durante questo emozionato, spero emozionante, dialogo con mio figlio, un dialogo rabbioso e commosso, a volte spietato, a volte tenerissimo. Ma, di giorno in giorno, sempre più fiducioso nella possibilità di farcela. Insieme».

Certo, suo figlio le stava cambiando la vita. Dario, che vita era, la sua, prima di Francesco?
«è proprio questo il punto. Prima di mio figlio ero un uomo di velocità e di successo. Progettavo e raggiungevo rapidamente i miei obiettivi, nel lavoro e nello sport. Frequentavo gente affermata e considerata vincente. Il dolore, per me, era solo l'espressione tangibile della sconfitta e dell'impotenza, lo detestavo e lo evitavo in ogni modo. Ora, cosa c’entrava questo bambino con la mia vita? Non lo capivo, non lo accettavo, non lo sentivo mio. Dentro di me lo colpevolizzavo per essersi mostrato un perdente fin dal primo giorno di vita, l'opposto di suo padre! Se si pensa che, fino ad allora, non avevo mai scambiato due parole con un disabile...». 

Quand’è che ha cominciato a cambiare idea, e perché?
«Ancora non lo sapevo, ma mio figlio mi stava immettendo in un mondo nuovo. Ho imparato a osservare, a capire, cose che prima neanche vedevo. Le sue difficoltà, soprattutto agli inizi, mi hanno insegnato la modestia, il rispetto per le difficoltà degli altri. Oggi, grazie a lui, non fuggo più di fronte al dolore, il mio o quello degli altri: ed è la più grande conquista della mia vita. Intendo dire che, se è vero che io ho messo al mondo Francesco, è lui, però, che, attraverso una prova tanto impegnativa, mi ha fatto nascere a una nuova vita. Una vita più lenta, certo, che non corre cieca verso sempre nuovi traguardi, ma sa anche fermarsi per osservare, per tendere la mano a chi è meno veloce. Una vita che lascia il tempo per capire e per amare, insomma. Una vita, mi piace dire, pienamente umana. Amare richiede più coraggio di vincere, perché ci espone costantemente alla sofferenza: però, ne vale la pena. Di più, una vita privata, del tempo per amare, oggi non riesco a capire che senso possa avere senza…».  

Insomma, la “condizione genetica” di Francesco, per lei, non solo non sarebbe una malattia, ma  è addirittura un dono...
«Lo è stato, sì, per me lo è stato davvero. Il dono più grande, in quarant'anni di vita. Diventare padre di una creatura fragile mi ha costretto ad appropriarmi di una ricchezza d'umanità che – citando le parole di un libricino importante – non mi sarà mai più tolta». 

Nel romanzo si percepisce che il dialogo con se stesso o con Francesco nasconde un sommesso, continuo dialogo con il lettore, con il mondo fuori. Cos’è, dunque, che l’ha spinta a render pubblica questa storia, il desiderio di condividere con gli altri quanto ha imparato?
«Sì, è così. Volevo raccontare e condividere la mia gioia per esser rinato, in un certo senso, al mondo e alla vita. è in questa prospettiva, e non in quella del dolore, che ho voluto raccontare questo  meraviglioso viaggio».  

Il titolo adesso. Cosa significa “Ti seguirò fuori dall'acqua?”.
«Non le piace?»

Molto, però sono curiosa di sapere cosa nasconde. E poi: perché, in copertina, vedo un pesciolino rosso. Cosa c'entrano l’acqua e un pesciolino con la sua storia? 
«Il titolo è, in realtà, una felice intuizione di Mariagrazia Mazzitelli, la direttrice editoriale della Salani, una persona di straordinaria sensibilità. Me lo propose appena terminato di leggere il manoscritto e io me ne sono innamorato subito. Sul significato, però, non voglio svelare di più: credo che sia bello e opportuno che ognuno arrivi da solo a scoprire il perché del titolo. Leggendo il libro».  

Si è mai chiesto se sia giusto o saggio far nascere un bambino in una particolare condizione genetica?
«Non so se sia giusto o saggio, so solo che noi abbiamo compiuto una scelta, facendoci guidare dall’amore e non dalla paura. Vede, io credo che le scelte dettate dal timore del futuro, del cambiamento, sono quelle che reprimono e deprimono il naturale corso della vita. Quando, invece, agiamo spinti dall’amore, dal coraggio, dalla fiducia nella vita, la vita stessa, per così dire, si realizza, si compie. Il coraggio, in fondo, non è una buona sintesi di fiducia, ottimismo e amore?».

Lei parla spesso di coraggio. Quanto ne vede, in giro? 
«Poco. La nostra è una società bloccata: impaurita. Proviamo disagio, timore o persino ribrezzo di fronte al dolore, alla malattia, alla vecchiaia, alla debolezza, alla fragilità. Ci fa paura riconoscerci umani, insomma. E quindi imperfetti. E non capiamo che, solo andando avanti tutti insieme, ciascuno accettando e amando il proprio grado di  imperfezione e in eguale maniera quello dell'altro – nessuno, in quanto umano, ne è privo – solo così potremmo, paradossalmente, riuscire a costruire una società perfetta».

Bisogna riconoscere che lei ha avuto coraggio anche nel raccontare la storia della sua trasformazione. Deve essere stato un considerevole impegno emotivo, che nel libro si coglie molto bene: ci sono passaggi di grande tenerezza, ma anche di scioccante sincerità.
«La ringrazio, ma – me lo lasci dire – è il vivere, giorno dopo giorno, le difficoltà, come pure i momenti di gioia e le soddisfazioni, che racconto nel mio libro: è questo il vero coraggio. Ed è quello che dimostra, ancora oggi e ancor meglio di me, mia moglie».

Forse, allora, meriterebbe d’esser ringraziata…
«Certo che voglio ringraziarla. Per il suo tenace coraggio, sì, ma, soprattutto, per avermi dato Francesco».  


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