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La strage dei congiuntivi

“Se io sarei...”, la lingua italiana, sempre più bistrattata, protagonista di un noir

Mer 07 Gen 2015 | di Chiara Luce | Attualità
Foto di 9

Me lo ricordo ancora quel programma nato sulla tv pubblica. Si chiamava “Parola mia”. A condurlo Luciano Rispoli affiancato dal professor Beccaria. Mia madre ce lo faceva vedere tutti i giorni, perché, proprio nell'ottica del servizio pubblico, insegnava a parlare nel modo corretto. Il momento che preferivo era quello del tema: in poco tempo, controllando l'emozione, gli studenti in gara dovevano elaborare un testo che fosse sintetico, ma pieno di significati, originale e, soprattutto, senza errori di grammatica. Per anni ci ha fatto compagnia. Poi è arrivato “Per un pungo di libri”, che la domenica pomeriggio, prima di ricominciare la settimana scolastica, ci vedeva fare a gara per scoprire chi conosceva più autori, più titoli e più testi! Forse vi sto annoiando, ma per fortuna non sto parlando di programmi della preistoria. Ma della buona tv che si preoccupa di nutrire le menti e di salvare la lingua italiana, patrimonio mondiale, capace di “nascondere” dentro di sé lingue ormai morte, come il latino e il greco, rivitalizzandole nella sua straordinaria attualità. Un patrimonio, forse, in via di estinzione: basta camminare per strada per sentire quanti errori vengono commessi ogni giorno, dall’uso errato degli avverbi, delle avversative, senza parlare dei congiuntivi e dei condizionali... Voi direte: ma è un problema di chi non studia, non di tutti. Eh no! è una vera e propria malattia virale. Dall'indagine internazionale All-Ocse (Adult Literacy and Life Skill) del 2006, emerge che 21 laureati su 100, in Italia, non riescono ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagina scritta; non sanno produrre un testo minimamente complesso che sia comprensibile e corretto. Per fortuna un laureato italiano su due raggiunge il massimo livello. Ma è una minoranza, come ci dimostra un episodio di qualche anno fa: a Roma, al termine del concorso per l'accesso alla magistratura, preso d'assalto da 4000 candidati, in gara per 380 posti, 58 posti rimasero scoperti. Il motivo? Moltissimi candidati, tutti ovviamente laureati, hanno presentato prove irricevibili sul piano puramente linguistico! E allora la domanda sorge spontanea: dove andremo a finire con la lingua? Chi la proteggerà dal decadimento? Certo gli sms non aiutano: gli short message, sempre più, spingono a comprimere le parole e allora invece di “perché” si scrive “xché”, invece di “che” si scrive sempre più “ke”. Ma il punto è che i giovani ormai sono convinti che quello sia il modo corretto di scrivere! Soluzioni possibili? Leggere, leggere, leggere. E voi adulti, parlate un italiano corretto! Occhio ai congiuntivi e ai condizionali senza senso. Occhio alle s e alle z (quanti orrori si leggono). Occhio alle espressioni “a me mi”... Guai a dire “se io sarei”... E poi, non accettate che qualcuno dica: ma sì, ormai si usa così, il congiuntivo non è più di moda! Cerchiamo di essere un po' più puristi, anche a rischio di essere pedanti, perché, come dice il linguista Tullio De Mauro, “per il futuro economico del nostro Paese migliorare l'italiano degli imprenditori, dei professionisti, dei politici, è perfino più vitale e urgente che migliorare i salari dei dipendenti”.

 



Tutti i numeri di una catastrofe

Dei 47.000 vocaboli che potremmo usare, sono 6.500 le parole del vocabolario di base e solo 2.000 quelle del nostro lessico fondamentale, ovvero quelle (cosa, roba, dare, dire, fare, mangiare...) che utilizziamo nel 90% dei nostri discorsi. La questione dunque, non riguarda solo il congiuntivo. Anche perché un Paese che legge poco e che parla peggio non può che poi pensare male, se è vero che la lingua è espressione del pensiero.


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