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La vita lunga non è questione di Dna

Una nuova ricerca sfata il dogma secondo cui è tutto scritto e predeterminato nel genoma

Mer 07 Gen 2015 | di Francesco Buda | Attualità
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Il cibo, lo sport, i soldi, le medicine, lo studio, lo stile di vita, la campagna... La caccia all'elisir di lunga vita non smette di affascinare gente comune e scienziati. Questi ultimi da tempo cercano il segreto della longevità nel genoma, quel complesso libro racchiuso in ciascuna cellula, nei geni che portano le informazioni (le “lettere”) che servono ad organizzare e far funzionare il nostro organismo. Un codice senz'altro importante per la nostra vita. Ma pensare che tutto sia già scritto  dentro quel puzzle, tra l'altro ancora molto misterioso per l'uomo, è una riduzione, un dogma che non regge più. Ce lo racconta un'altra recentissima scoperta sulle persone più anziane del mondo. 

SORPRESA: IL MITICO GENE NON C'È   
Ebbene sì, il “segreto” per campare anche oltre 100 anni non risiede in un qualche speciale e fantasmagorico gene né in qualche variante rara del Dna. È la conclusione suggerita da uno studio di un gruppo di ricerca della Stanford University e dell'Università della California di Los Angeles,  pubblicata sulla rivista scientifica internazionale PLoS One. Per quattro anni hanno studiato il genoma di 17 ultracentenari di tutto il mondo, con età media di 112 anni, alla ricerca del gene responsabile di tanta longevità. E non lo hanno trovato. Anzi, curiosamente, una delle vegliarde osservate, che aveva spento 110 candeline, presentava persino un'anomalia genica che disturba il cuore e che nei giovani risulta come la principale causa di morte improvvisa. Questi risultati hanno lasciato con un palmo di naso i ricercatori. Confermano che l'essere umano non è riducibile alla semplice sommatoria dei propri geni. 

SE LA SCIENZA HA I SUOI DOGMI...
La persona è molto di più. Del resto lo stesso universo genetico che abbiamo dentro, in ognuna delle nostre cellule, è ancora abbondantemente un mistero. Basti pensare che si è riusciti a “capire” a cosa servano solo circa l'1,5% di tutti i nostri geni. È quel che gli esperti chiamano Dna non codificante. Il resto non si sa. E allora nella scienza si è pensato bene di ribattezzare come “geni spazzatura” il restante 98,5% di questo enorme, sofisticatissimo, corredo. Come dire: ciò che non riesco a comprendere è robaccia inutile, senza alcun ruolo. Nessuna astrazione e ipotesi teologica o superstizione è arrivata a tanto. Poi nel 2007, con il progetto Encode, (Encyclopedia of Dna Elements) si è scoperto che, al contrario, il “Dna spazzatura” è un vero e proprio regista del codice genetico umano, riconoscendo una funzione ad almeno l'80% del nostro genoma.

LA CACCIA AL GENE 
Dal secolo scorso fioccano periodicamente studi per trovare nel Dna gli interruttori che accendono o spengono tanti modi di essere delle persone, si cerca lì anche il gene delle emozioni, il gene delle malattie fisiche e mentali, persino il gene della creatività, della timidezza o dell'innamoramento. Non si contano più queste ipotesi e le conseguenti investigazioni di laboratorio, che a dispetto di certe sicurezze (tutte da dimostrare) riservano delusioni fino a ribaltare il dogma di partenza. 
Fermo restando l'importanza della genetica,  appare limitato e persino fuorviante l'approccio di cercare nel Dna la “verità” e l'essenza di come siamo fatti e di come funzioniamo. Un'idea moderna, parte dell'immaginario collettivo, ma non per questo corretta. Sotto sotto, questa visione si basa sulla convinzione o sospetto che dentro abbiamo una sorta di predeterminazione meccanicistica, data una volta per sempre. 

QUESTIONE DI ESPRESSIONI
Non è forse qualcosa di molto simile alla predestinazione? E invece certa scienza più cerca lì, nei geni, e più scopre che non è tutto lì. Anzi, emerge sempre più che i geni a loro volta risentono nella loro espressione di fattori esterni. 
Sì, in gergo si parla proprio di espressione dei geni. Come per le persone. E su quella espressione incidono fattori esterni. Gli esperti la chiamano epigenetica, al di sopra dei geni. Dunque, seppure un gene si esprime influenzando l'organismo e la persona o se varia la propria espressione, cosa lo fa esprimere o non esprimere bene? C'è altro fuori dai geni, epigenetico appunto. Si è visto in altre ricerche che i traumi e persino le depressioni (l'opposto dell'espressione) si tramandano da una generazione all'altra. Cioè, che l'ereditarietà è molto più complessa e ampia di quella legata al corpo. Insomma, il vissuto si tramanda. E si è persino visto che le esperienze della persona possono modificarne il funzionamento dei neuroni, agendo sui geni, non solo reprimendone ma anche favorendone l’espressione. 
Dunque il negativo si può riparare, grazie a quella che viene definita plasticità sinaptica. 
E benché Dna e geni siano fondamentali, da soli non bastano a comprendere l'immensità dell'essere umano, la complessità e la meraviglia della vita della persona. Praticamente, non c'è forse alcun continente al mondo che non abbia conosciuto guerre, massacri e genocidi. Oggi scientificamente si constata che però laddove ci sono cure amorevoli e serenità, i piccoli vengono su meglio. Sembrerà banale, ma è l'amore che nutre, è l'amore che ripara e anima l'esistenza. Invece di cercare chissà quale fattore biochimico che allunga la vita, mi sa che è arrivata l'ora di cercare cosa dà vita agli anni. 
Tutti parlano di amore, parola tra le più abusate. Significa che tutti ne abbiamo bisogno, anche se non ce ne rendiamo conto. 


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