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Rupert Everett: Non sopporto Facebook

Schietto e tagliente, Rupert Everett si racconta con humour inglese e onestà

Ven 30 Gen 2015 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
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Per lavoro si cala nelle vite degli altri, ma nella realtà non farebbe a cambio della sua per nulla al mondo. Rupert Everett appare sereno e a suo agio dovunque vada, non si fa problemi sull’età e non dà conto alle dicerie, come quelle che si sono moltiplicate dopo il presunto allontanamento dalla sua (ex?) migliore amica Madonna. Tra un ruolo e l’altro ha deciso di raccontarsi in due autobiografie e intanto si gode la vita, senza saltare più da un ruolo all’altro come in passato. L’ultimo sul grande schermo risale alla commedia “Hysteria”, presentato anche al Festival Internazionale del Film di Roma. Qualunque sia l’occasione, non perde mai l’aplomb britannico che gli è servito da salvagente anche a Hollywood.

Nel suo primo libro “Bucce di banana” ha dimostrato di conoscere bene l’universo femminile. Qual è la più grande lezione che ha imparato in questi anni?  
«Il segreto per capire le donne è semplice: basta osservarle attentamente».   

L’istruzione ha giocato un ruolo fondamentale… 
«Secondo me l’università è una perdita di tempo e infatti io l’ho mollata: serve solo ad ubriacarsi e divertirsi, almeno in Inghilterra, dove segui una lezione e passi il resto del tempo a sbronzarti».  

Che rapporto ha con la tecnologia?  
«Sono convinto che sull’argomento abbia ragione “Wall E”. La tecnologia oggi ci rende stupidi e inutili: non siamo più in grado di fare nulla da soli, né fare lo spelling, né contare e non riusciamo neppure ad orientarci senza un navigatore».    

E i social media?
«Non riesco a stare dietro a questa roba, mi limito ad usare solo le e-mail, scrivo al computer e questo è tutto, ah... e poi mando sms. Non sopporto Facebook perché non succede niente di interessante, per me è noioso, non riguarda la mia generazione».

Qual è la sua filosofia di vita?
«Non dare per scontato quello che si ha e sapersi accontentare. Sono stato a Miami dopo l’uragano e ho visto persone senza bagno, mentre se noi stessimo senza acqua calda per due giorni saremmo capaci di uccidere. Abbiamo davvero un concetto distorto del benessere…».

Cosa rende lei felice, invece?
«Mi rilassa molto stare seduto senza far niente, a guardare la gente nella sala d’attesa di stazioni ferroviarie e aeroporti. Sarebbe una bella idea per un prossimo film, come il remake di “International Hotel”, con Elizabeth Taylor e Orson Wells, per restare sempre su questo tema».  

Si sente legato ad un ruolo in particolare nella sua carriera?
«Dylan Dog: quello è il mio ruolo e anche se si è sempre parlato di un seguito per “Dellamorte dellamore” con Michele Soavi ancora non se ne è fatto nulla».

Come trascorre il tempo libero?
«Ho l’impressione di lavorare ininterrottamente, anche se in realtà tra un progetto e l’altro leggo o guardo telefilm». 

A parte il cinema, in quali situazioni si sente professionalmente più a suo agio?
«Che sia nel West End di Londra o a Broadway il palcoscenico del teatro per me vuol dire tornare a casa. A volte non riesci a staccarti dal cinema, invece il palco è sempre aria pura, un posto dove ti fa sempre piacere ritrovarti».  

Come sceglie i progetti?
«Mi baso principalmente sul fatto che sia un copione ben scritto, senza criteri morali o psicologici. Il mio personaggio in “Hysteria” è ispirato ad un lord inglese realmente vissuto, aristocratico, pittore e inventore dell’epoca. Se sono ruoli eccentrici mi divertono sempre e mi rendono felice, soprattutto ora che sono meno giovane. Con una sola differenza: non ricordo più le battute come una volta». 

Ha fatto spesso ruoli in costume. Li cerca o è una coincidenza?
«Ci sono un certo ventaglio di opportunità e a volte sono simili. Sono successi, ma se potessi scegliere abbraccerei progetti il più possibile diversi tra loro, ma non è così che funziona. Mi affibbiano sempre il ruolo dell’alto borghese. Io per ora mi accontento di farmi piacere il lavoro senza paura di essere etichettato».

Nella sua carriera ha recitato inizialmente in parecchi ruoli drammatici, mentre poi è sbucata fuori l’ironia. Le appartiene per carattere?
«I tipi di ruolo cambiano quando invecchi. La commedia è divertente, ma non so se ho l’humour inglese vero e proprio. Ad esempio, quello italiano non è ironico per niente, a differenza di quello british che è più velato. Si deve stare attenti a non cadere però nella stupidità».

Anche nel suo secondo libro, “Anni svaniti”, si racconta con profonda onestà. 
«Per me è stato quasi un diario di viaggio… Ho amato il periodo speso in Francia, Italia, Germania. Alcuni dicono che il futuro è in Cina, devo andarci anch’io».

Prima di salutarla, una curiosità: che rapporti ha con Madonna?
«Non ci sentiamo più, ma siamo ancora amici».

 


 

DAL CINEMA AI LIBRI

Il britannico Rupert James Hector Everett, classe ’59, è un’icona: artista camaleontico e attore versatile, vanta una carriera trentennale. Ha esordito nel 1984 in “Another country – La scelta”, per poi inanellare collaborazioni eccellenti, da “Cronaca di una morte annunciata” di Francesco Rosi a “Cortesie per gli ospiti” con Christopher Walken. L’apice della popolarità arriva con “Il matrimonio del mio migliore amico” accanto a Julia Roberts e Cameron Diaz. Sceglie progetti molto diversi tra loro, compresi “Sai che c’è di nuovo?” con l’allora migliore amica Madonna, il fumettistico “Dellamorte Dellamore”, tratto dal romanzo di Tiziano Sclavi e “South Kensington” con Enrico Brignano. Il suo ultimo film, la commedia “Hysteria”, è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma. Ha anche scritto due libri, “Bucce di Banana” e “Anni svaniti”, pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer.


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