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Ken Follet: scrittore da record

150 milioni di copie vendute, amante della lettura e appassionato de Il Gattopardo

Ven 30 Gen 2015 | di Matteo Brandi | Interviste Esclusive
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“La caduta dei giganti”, “I pilastri della terra”, “Sulle ali delle aquile”, “Il terzo gemello” sono alcuni dei bestseller firmati Ken Follet, l’uomo da 150 milioni di copie vendute nel mondo. Insomma un mago della penna. Di recente ha sfornato la sua ultima fatica, “I giorni dell’eternità” (Mondadori) che conclude la trilogia dedicata al Novecento e che, ovviamente, è già un successo. Si tratta di un romanzo raccontato attraverso le vicende di cinque famiglie (una gallese, una americana, una tedesca, una russa e una inglese) che vivono a ridosso di grandi eventi storici segnati da personaggi del secolo recente, da Nixon ai Kennedy, da Martin Luther King ai Beatles. Dunque la fantasia e la realtà si fondono per dare vita a un Babel letterario, visto con gli occhi dello scrittore britannico che per l’occasione ha chiesto l’aiuto di otto studiosi. 

Ha impiegato diversi anni per studiare il passato e concludere la trilogia “The Century”. Che cosa ha imparato?
«Nonostante le terribili guerre, i genocidi e le carestie del XX secolo, possiamo dire che oggi viviamo in mondo migliore. Mio nonno a 13 anni lavorava in miniera, io sono stato un bambino fortunato, come molti altri: sono riuscito ad andare a scuola. Le donne hanno ottenuto il diritto di voto rispetto a un secolo fa, siamo più liberi e più abbienti in quasi tutto il mondo. Nonostante il momento di crisi, il mondo è migliore. La mia è una visione positiva e ottimistica del futuro».

Nel libro incontriamo diversi personaggi storici. Qual è il suo preferito?
«Marthin Luther King. Ammiro la sua capacità di elevarsi moralmente. Quando nel 1963 in Alabama furono uccise quattro bambine a causa di una bomba innescata da alcuni membri del Ku Klux Klan, nel corso del funerale dichiarò che non si sarebbe dovuta perdere la fiducia nei confronti dei fratelli bianchi. Nonostante il mondo deprecasse questa atroce vicenda, lui aveva la capacità di distinguersi».

Il problema del razzismo sembra essere radicato in molti paesi occidentali. Pensiamo ai fatti recenti di Ferguson.
«Cinquant’anni fa non avrebbe interessato nessuno la vicenda di un poliziotto bianco che uccide un nero. Oggi invece questa storia è diventata da copertina. È questa la differenza, nel senso che c’è ancora lo stesso problema di cinquant’anni fa, i neri non vengono trattati come dovrebbero, però se ne parla. In Europa per esempio stiamo vivendo un periodo di recessione e, si sa, in questi momenti a vincere sono i partiti estremisti che dichiarano apertamente di odiare gli stranieri. Purtroppo sembra sia difficile imparare da ciò che la storia ci ha insegnato».

Nel suo affresco storico l’Italia è assente, nonostante il fascismo sia una nostra creatura. È stata una scelta narrativa?
«Certamente. La mia discriminante è stata solo tecnica: non si può includere tutto e un libro può arrivare al massimo a mille pagine. Mi sono concentrato sui quei drammi che sembravano più concilianti coi miei personaggi. Molti elementi drammatici e storici non sono stati inseriti nel romanzo anche se avrei voluto farlo. Per esempio mi attraeva molto la storia del Sudafrica e di Mandala».

Segue dei riti per scrivere? 
«Non seguo dei riti. Non ho una penna, una tastiera speciale o una sedia particolare su cui mi siedo. Scrivo ovunque, ho iniziato come giornalista e quindi mi adatto a qualsiasi condizione. Diciamo che il mio metodo è quello di pianificare bene il lavoro: ho un’idea e la scrivo, penso a due o tre paragrafi, poi a ciò che è successo prima e cosa succederà dopo. Chi farà che cosa; costruisco un canovaccio e un riassunto del romanzo di una settantina di pagine, descrivo i personaggi e poi incomincio dal primo capitolo. Facile no?».

Cosa bolle in pentola?
«Ritorno a Kingsbridge, la città immaginaria de “I pilastri della Terra”, durante il regno di Elisabetta I d’Inghilterra, allora in molti la volevano morta. Fu lei a fondare il primo sistema di servizi segreti della storia: la sorpresa è che la maggior parte delle caratteristiche che contrassegnano lo spionaggio attuale erano già presenti allora. Esistevano gli hacker che utilizzavano l’inchiostro invisibile per esempio. Sarà un romanzo spy ambientato nel XVI secolo».

Una curiosità: legge i libri dei colleghi? 
«Leggo molto. Sono attratto dagli autori del XIX secolo come Balzac, Dickens, Jane Austen o Flaubert. Adoro “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Non riesco proprio a leggere Tolkien».

Che cosa le è piaciuto de “Il Gattopardo”?
«Ha un linguaggio ricco, lo considero uno dei classici della letteratura mondiale, l’ho letto due volte, l’ho trovato meraviglioso e mi ha colpito profondamente. Spesso mi attraggono quei libri che non riuscirei mai a scrivere. “Il Gattopardo” è uno di questi». 

Sappiamo che ammira Martin Luther King. Di Papa Francesco  invece che cosa ne pensa?
«Questo Papa si è reso conto dei danni perpetrati dalla chiesa in decenni di conservatorismo, ne ha preso coscienza e sta mandando dei segnali positivi con spirito di compassione. Ci ha anche scioccato: nessuno si sarebbe aspettato che sull’omosessualità potesse dire: “Chi sono io per giudicare queste persone?”». 

 


 

COME AGATHA CHRISTIE

Kenneth Martin Follet è nato a Cardiff nel 1949. Scrittore britannico di fama internazionale, alcuni dei suoi libri hanno raggiunto la prima posizione del New York Times best-seller list, tra cui “Il Codice Rebecca”, “Mondo senza fine”, “La caduta dei giganti”. Due dei suoi romanzi, “I pilastri della Terra” e “La cruna dell’ago” sono stati inseriti nella lista dei 101 best-seller più venduti di tutti i tempi, rispettivamente al 64° e all'89º posto. Ha venduto più di 150 milioni di copie nel mondo ed è uno dei più ricchi e famosi giallisti britannici della storia, dopo Agatha Christie.


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