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Matera, la capitale della cultura

Matera, tra passato e presente, tra storia e innovazione, in attesa del 2019

Ven 30 Gen 2015 | di Claudia Bruno | Bella Italia
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Vi diranno che non esiste, non credeteci. La Basilicata è una regione capace di lasciare tracce indelebili negli animi di viandanti e viaggiatori.
Lucania, l’antica denominazione di questo territorio, che inizialmente non comprendeva la provincia di Matera, conferisce ancora il nome ai suoi abitanti, i lucani, gente riservata e accogliente, silenziosa e di buon senso, senza soluzione di continuità con il paesaggio intorno. Campi larghi e zone lunari, colline che si fanno montagne, calanchi di luci abbaglianti e foreste d’ombra, case di pietra, chiese rupestri. Non a caso l’etimologia del toponimo Lucania, ancora preferito dalla popolazione rispetto a quello di Basilicata, adottato più tardi, si porta dietro le fattezze di una terra luminosa (dal greco leucos, e dal sanscrito luc) di boschi (dal latino lucus) e di lupi (dal greco lykos), meta fin dall’antichità di popolazioni provenienti da altri territori, come i Lyki, popolazione dell'Anatolia che in tempi remoti si sarebbe stabilita nella valle del fiume Basento. Da queste parti le lancette si muovono di un moto diverso, seguono un ritmo proprio, rallentano, talvolta si spostano grammi indietro. E in pochi attimi si torna bambini, si ha l’impressione di poter vedere cos’è che conta davvero. Qui, l’essenziale non è invisibile agli occhi. 

Matera, microcosmo delle fiabe
Matera è un colpo al cuore, arrivarci alle quattordici di un giorno di agosto o dopo una nevicata invernale vi lascerà in diversi modi disarmati. Per vivere “i sassi” e calarvi nella città vecchia, dovrete scendere dal bus o lasciare l’automobile nella parte nuova e procedere a piedi per lunghe scalinate, scivolose nella stagione fredda, aride e roventi d’estate. Il bianco vi accecherà, in ogni caso. E una volta alzati gli occhi da terra potrete verificare voi stessi: sarete nel microcosmo delle fiabe, scavato nella pietra, lucida, ruvida, tenera, un disegno fatto a mano. Girandovi intorno non finirete di stupirvi, perché a Matera la meraviglia non trova pace nei vicoli, nelle piazze della Civita che affacciano come terrazze sugli anfiteatri naturali del Sasso Caveoso e del Sasso Barisano, bisogna spingersi oltre per capire dove si esaurisce la bellezza e vedere che non finisce. Matera è una scultura di pietra arcaica che inizia e si perde nel paesaggio primitivo della Murgia, scrigno calcareo di chiese rupestri, fenditure carsiche e arbusti verdi. 

Murgia, parco di tesori millenari
In quest’area di ottomila ettari compresi tra i comuni di Matera e Montescaglioso, si contano centocinquanta chiese rupestri scavate nella roccia e decorate con affreschi antichissimi dai monaci che seguirono San Basilio, vescovo di Cesarea e Cappadocia, nel VI secolo, dopo essere fuggiti dai Turchi e dalle persecuzioni iconoclaste. Furono loro a introdurre qui il rito religioso greco e uno stile di vita contadino. Nel Parco della Murgia, denominato anche Parco Regionale Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano, è possibile intraprendere sentieri e passeggiate tra rupi e cascate, incontrare specie floristiche endemiche o antichissime e rare che in questi canyon si sono conservate e sono state letteralmente custodite dalle gole nel corso dei millenni, tanto da essere considerate dai geobotanici veri e propri “fossili viventi”, “relitti di flore arcaiche”. Lungo i sentieri della Murgia potrete visitare gravine e grotte naturali utilizzate dagli umani fin dalla preistoria, immaginare i primi abitanti di questo luogo dalla storia umana così remota attraverso le decine di insediamenti e resti di villaggi, alzare lo sguardo e trovare la città. Per vedere Matera è qui che bisogna affondare i piedi. 

I Sassi, ieri e oggi
A valle del crostone che sostiene il centro storico, lungo il versante orientale, scorre il torrente Gravina, dove un tempo gli abitanti scendevano a lavare i panni, raccontano i materani di oggi. Molti di questi, conservano ancora storie di vita vissuta nei Sassi, con i nonni, con i genitori, da bambini. «Camminavamo scalzi», raccontano. «Dentro i sassi si tornava solo per dormire», ricordano, «le stalle erano dentro le abitazioni». Ma la vera casa era fuori da quelle grotte, evoluzione millenaria delle caverne Paleolitiche. Cortili, piazzette, vicoli, era lì che si trascorreva il tempo insieme, era lì che si svolgevano le attività quotidiane. Ogni rione aveva una massaia di riferimento, impegnata a organizzare la vita di comunità attorno alle pratiche della condivisione e del riuso: si condividevano spazi, lavatoi, cucine, latrine, canali di scolo e cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, le grondaie erano realizzate con le ossa degli animali allevati. Senza fogne né acqua potabile, quello dei sassi era un gioiello urbanistico composto di orti e giardini pensili, grotte ricoperte di tufo per mantenere stabile la temperatura, un sistema impeccabile fino al Seicento, quando la piccola economia agricola e pastorale fu stravolta dal modello dei latifondi, sfociando in una crisi urbana e sociale proprio nel momento in cui Matera si apprestava a diventare capoluogo. Lo sviluppo che ne seguì andò di pari passo con l’incremento demografico, qualcosa che i Sassi non erano pronti a sostenere e che portò, nei secoli successivi, la vecchia Matera a diventare il quartiere dei miserabili e poi “vergogna nazionale” come la definì l’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, per le pessime condizioni igienico-sanitarie che pure lo scrittore Carlo Levi aveva descritto nel suo “Cristo si è fermato a Eboli”, e l’altissimo tasso di mortalità infantile raggiunto. Fu lo stesso De Gasperi che nel 1952 firmò una Legge speciale per ordinarne l’evacuazione forzata. La zona più nuova di Matera a partire dagli anni Sessanta ospita quartieri costruiti ricalcando la vita della città vecchia, con spazi per la condivisione e la vita in comune, ma i materani guardano ancora ai Sassi con amore e nostalgia. Nei fatti un borgo fantasma fino al 1993, quando sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco che li ha definiti ecosistema urbano straordinario, «un esempio per le generazioni future per il modo di utilizzare le qualità dell'ambiente naturale per l'uso delle risorse del sole, della roccia e dell'acqua», il primo sito dell’Italia meridionale a ricevere il riconoscimento. Oggi, i vicoli dei Sassi sono percorsi da forestieri che si recano nella parte vecchia per visitarla, dentro le grotte sono nati bed&breakfast, punti ristoro, locali che ospitano musica dal vivo, alcune sono state riabitate da anziani e cittadini per la vendita dell’artigianato locale, come i fischietti ad acqua di terracotta o le statuine dei monacelli, folletti dispettosi che secondo la tradizione magico-rituale del Sud Italia si presentano di notte sedendosi sui petti e sugli addomi delle persone che dormono per infastidirle e inquietarle. Il recupero abitativo dei Sassi è iniziato negli anni Ottanta e le istituzioni si sono dette favorevoli a promuoverne, attraverso agevolazioni e incentivi, la riqualificazione, affidando i locali in concessione a privati per scopi abitativi o per attività legate alla valorizzazione del territorio. Tuttavia, non ci sono state politiche chiare e il dibattito pubblico è ancora aperto in merito. 

Capitale Europea della Cultura 
Con l’elezione di Matera a Capitale Europea della Cultura 2019 è previsto il completamento entro il 2017 dell’Open Catasto dei Sassi che consentirà una conoscenza più trasparente ed equa del sistema di proprietà e di concessione degli immobili, sono previsti poi programmi di “residenze creative” per comunità di artisti. Inoltre i sassi ospiteranno eventi musicali, scuole internazionali, eventi cittadini, e anche i quartieri nuovi, realizzati alla fine degli anni Cinquanta per accogliere la popolazione sfollata, e sui quali si concentrò l’attenzione di architetti ed urbanisti, vivranno una fase di rivitalizzazione e fermento culturale. Ma il legame di Matera con la cultura non nasce adesso, da Carlo Levi al poeta Rocco Scotellaro a Pier Paolo Pasolini, diversi e di spessore sono gli intellettuali e i poeti che ne hanno riconosciuto e fatto risuonare la grazia nel corso degli anni. Qui, per l’unicità del paesaggio e le somiglianze con le ambientazioni dell’antica Galilea, sono state girate anche le pellicole cinematografiche de “Il Vangelo secondo Matteo” (1964) di Pier Paolo Pasolini, “La passione di Cristo” (2004) di Mel Gibson, “The Nativity Story” (2006) di Catherine Hardwicke. Oggi Matera è un connubio di antico e contemporaneo, la testimonianza vivente della cooperazione tra umano e non umano. A simboleggiarlo, progetti giovani e innovativi che coesistono con feste tradizionali di matrice contadina e pastorale, come quella della Madonna della Bruna, protettrice della città che si festeggia il 2 luglio, o i riti pagani dei matrimoni arborei, innesti tra due alberi diversi per celebrare in maggio la fecondità silvicola. Le sere d’estate, mentre il corso principale si riempie per lo “struscio” fino a pullulare di ragazzi, non è raro poter ascoltare musica dal vivo, concerti jazz nelle piazzette o sulle terrazze dei Sassi. È sempre qui che al crepuscolo, in ogni stagione, accade la magia: appena il sole tramonta si accendono le piccole luci pensate in continuità con le fiaccole delle prime capanne e Matera compare, per quello che si porta nel nome, un cielo stellato fatto di terra.            


 
LA VALLE DEL SINNI E IL PAESAGGIO LUNARE DEI CALANCHI
Molti e diversi sono i luoghi per cui vale la pena visitare la Basilicata. Uno di questi è la Valle del fiume Sinni. Qui potrete fare visita al panoramico borgo di Valsinni, comune di 1.618 abitanti, che sovrasta la valle, noto per la vicenda della poeta Isabella Morra che, per una presunta relazione amorosa clandestina con il signore di un vicino feudo, nel 1546 fu uccisa dai fratelli dopo essere stata tenuta prigioniera nel castello. A lei sono dedicati il Parco letterario e l’estate culturale del borgo, che ospita ogni sera nei vicoli orchestre popolari itineranti e teatranti in costume medioevale. Prendendo la statale 653 in direzione Senise vi imbatterete poi in una macchia azzurra e inaspettata. È la diga di Monte Cotugno, che rifornisce buona parte della provincia di Matera e della Puglia, una delle più grandi opere in terra battura d’Europa, particolarmente suggestiva da luglio a settembre per il contrasto con i circostanti campi gialli. A Senise, centro medioevale sede dell’interessante Museo etnografico del Senisese, nella stagione calda, potrete ammirare trecce di peperoni cruschi scendere giù dalle grate dei balconcini in ferro battuto, un prodotto certificato Igp, saporito ingrediente alla base di molte ricette regionali. Ma è imboccando la statale 92 che vi incamminerete verso la Lucania più nascosta, solitaria, spirituale. Il paesaggio lunare dei calanchi vi lascerà senza fiato, sarà il deserto delle meraviglie. Queste guglie argillose, formatesi per effetto dell'erosione delle acque superficiali, danno vita a un panorama brullo, surreale, capace di regalare tramonti spettacolari ed esotici. In attesa di essere riconosciuto parco regionale, il territorio dei calanchi è stato scelto per il Festival della Paesologia, diretto da Franco Armino, per il quale da tre anni gli amanti della letteratura geografica s’incontrano ad Aliano, piccolo centro dove riposano le spoglie di Carlo Levi, a cui è dedicato il Parco letterario comunale, e che proprio qui visse il suo periodo di confino.

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