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Le api in lotta contro la burocrazia

Un parassita minaccia gli alveari, ma la cura del Ministero è peggiore del male. Ma gli apicoltori si stanno ribellando e il Tar gli dà ragione. Ecco invece come salvarle

Gio 26 Feb 2015 | di Roberto Lessio | Attualità
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Le api sono indispensabili per gli ecosistemi agricoli, perché oltre a produrre direttamente miele, polline, pappa reale, propoli e cera, impollinano oltre l’80% dei fiori che ogni anno sbocciano sulla Terra. Senza di esse non esisterebbero una parte consistente delle cose che mettiamo ogni giorno in tavola. Ma nonostante questa semplice constatazione, tutto il settore dell’apicoltura, non solo a livello nazionale, sta attraversando una grave difficoltà. Una crisi che è dovuta da un lato alla mancanza di lungimiranza della gran parte dei produttori, con il mancato rispetto dei cicli naturali delle api, dall’altro ad una burocrazia ed a interessi lobbistici che continuano a sconvolgere senza criterio l’habitat in cui normalmente esse vivono. Andiamo per ordine.
Dopo decenni di lotta alla Varroa, un piccolo ragno che distrugge gli alveari soprattutto d’inverno, recentemente sono comparsi anche nel nostro paese altri due parassiti che rischiano di portare all’estinzione la specie italiana di questi preziosi insetti impollinatori e melliferi. Il primo si chiama Vespa velutina (detto anche “calabrone asiatico”), è un predatore delle api che da un paio di anni sta creando problemi agli apicoltori in Liguria e Piemonte. è particolarmente pericoloso per le api europee, perché non hanno mai avuto a che fare con questo predatore, mentre nella sua zona di origine, il sud-est asiatico, le specie apiarie sanno benissimo da sempre come combatterlo. Il secondo parassita si chiama Aethina Tumida (o “piccolo coleottero degli alveari”) è originario dell’Africa; anche questo nel suo habitat naturale di solito non crea grossi problemi. è comparso nell’estate del 2013 nell’area limitrofa al porto nella piana di Gioia Tauro in Calabria, ma presto il problema si è esteso alla Sicilia. La lotta a quest’ultimo parassita ci dà il senso di quello che abbiamo detto in apertura: cioè della inadeguatezza e dell’impreparazione con la quale la burocrazia e la politica stanno affrontando tale tipo di problema. Ogni tipo di patogeno e di parassita in condizioni normali viene controllato spontaneamente dai suoi antagonisti naturali. Solo che l’uomo ha acquisito questo brutto vizio di mettercisi di mezzo, intervenendo con i pesticidi inventati (e brevettati) per eliminare questi esseri indesiderati. Inizialmente è sembrato che questi prodotti di sintesi, completamente estranei ai cicli naturali, avrebbero funzionato; ma in realtà in tal modo si crea una sorta di selezione genetica dove sopravvivono individui sempre più forti. Così, uccidendo la maggior parte dei parassiti, automaticamente si elimina anche il cibo a coloro che se ne nutrono. In assenza di antagonisti naturali, quindi, i super-parassiti selezionati con la chimica hanno campo libero d’azione. è un errore immenso che sta producendo effetti devastanti anche nel campo della medicina umana e veterinaria.
La Aethina Tumida è un parassita che non colpisce direttamente le api, ma si nutre di miele e di polline, causandone l’alterazione e di conseguenza rendendolo non vendibile. Nelle altre nazioni, dove era comparso tale problema prima che da noi, hanno presto imparato che è molto meglio conviverci piuttosto che cercare di distruggerlo con prodotti chimici. Invece di prendere atto ed imparare da come hanno fatto gli altri, nel nostro paese è stato emanato un decreto del Ministero della Salute che impone la bruciatura dell’intero apiario colpito: vuol dire che a tutte le arnie del produttore interessato, anche quelle dove il parassita non risulta ancora presente, debba essere appiccato il fuoco fino ad incenerirle. Se si calcola che ci sono dalle 50 alle 100mila api in ogni arnia e che un apicoltore può arrivare ad averne in media anche più di mille, ci si rende conto di quanto “barbaro” sia questo metodo di controllo del problema; senza trascurare il fatto che i produttori finiscono letteralmente sul lastrico in attesa di eventuali risarcimenti. Ma non basta: una volta incenerito il tutto, tra l’altro, il terreno deve essere arato e cosparso di pesticidi anti-larvali. Gli apicoltori calabresi si sono ribellati a tale provvedimento e fortunatamente il TAR della Calabria recentemente ha sospeso il decreto, imponendo al Ministero di chiarire le motivazioni di un così drastico provvedimento, visto che non sta scritto da nessuna parte che con l’incenerimento di tutte le arnie automaticamente scompare anche il parassita.
Inoltre, la stessa ordinanza del TAR, forse per la prima volta in Italia, obbliga lo stesso Ministero ad individuare forme alternative per l’eliminazione del problema. Esattamente come hanno dimostrato gli apicoltori di Trapani e provincia con la lotta biomeccanica alla Varroa senza più dover ricorrere ai costosissimi prodotti chimici, queste strade esistono e sono facilmente percorribili. Infatti, negli altri Stati da tempo sono stati sviluppati efficaci metodi di controllo della Aethina Tumida (trappole, interferenze meccaniche sul ciclo riproduttivo, antagonisti naturali, ecc.) che limitano la proliferazione del parassita senza sconvolgere l’habitat delle api e la vita dei loro allevatori. Anche per i burocrati ministeriali quindi imparare dalla natura non è mai troppo tardi, ammesso che si abbia voglia di farlo.

 


 

Idee naturali per salvare le api

In un ambiente naturale le api sono in grado di difendersi da sole contro i loro parassiti. Per risolvere i problemi dell’apicoltura, quindi, sarebbe già un grande passo avanti quello di evitare di metterle sistematicamente in difficoltà usando troppi prodotti chimici. Ecco alcune tecniche (i relativi prodotti sono in fase di lancio sul mercato) che potrebbero permettere ai nostri preziosi insetti impollinatori di essere lasciati più in pace a fare il loro mestiere. Quanto queste tecniche possano funzionare su larga scala è incerto, ma l’approccio è sicuramente quello giusto.

 



Ragnatela e bucaneve
I pesticidi non sono tutti uguali ed è ormai dimostrato che alcuni di essi sono particolarmente dannosi per le api mellifere (ad esempio i neonicotinoidi per l’attacco della Varroa). Oggi sempre più spesso è possibile ricorrere ad alternative biologiche ai prodotti convenzionali. Una di queste è una sostanza velenosa ricavata dalla ragnatela di un ragno australiano. Abbinandolo alle lectine della pianta del bucaneve, alcuni scienziati britannici sono riusciti ad ottenere un particolare biopesticida. Anche a dosi acute risulta del tutto innocuo per le api. 

Funghi e Api “dottori” volanti 
Uno dei maggiori problemi in frutticoltura sono i funghi del genere Monilia che causano i marciumi. La lotta attuale consiste sostanzialmente nello spargere prodotti chimici al momento dell’impollinazione dei fiori. I ricercatori dell'Università australiana di Adelaide hanno messo a punto una tecnica semplice, ma ingegnosa: avendo scoperto che esiste un fungo antagonista di quello responsabile dei marciumi, si trattava di trovare una tecnica per farlo arrivare a destinazione. Durante la breve fase dell’impollinazione dei fiori, ogni mattina i coltivatori spruzzano davanti l'alveare le spore di questo fungo con un dispenser appositamente progettato. Le api raccolgono e trasportano sul loro corpo le spore e le “recapitano” ai fiori. 

La sauna 
Come accennato, è la Varroa il problema più grande per le api mellifere: questo acaro ha la stessa valenza del cancro per gli esseri umani e gli attuali trattamenti sono una sorta di chemioterapia molto pesante. Spesso vengono perse intere colonie per questo motivo. Richard Rossa, un ingegnere e apicoltore tedesco, ha sviluppato un processo che ha chiamato la “sauna delle api”. L'idea non è nuova. Attraverso l'uso del calore, l'ape produce una sorta di “sudore” superando senza problemi lo stress, mentre l'acaro, alla stessa temperatura, non sopravvive. 

Apicoltura su tetti e balconi
Quando intere colonie di api muoiono, le cause possono essere diverse. Così a Berlino hanno messo su un “api club”. Ognuno si occupa di tenere una piccola quantità di arnie nel proprio giardino o dove può (vanno bene anche tetti e balconi). E siccome ogni arnia può produrre 15 chili di miele all’anno (molto di più del consumo medio familiare), il sistema produce anche un piccolo ritorno economico.


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