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Inferno di lamiere

L’altro Kenya: il miracolo di uscire dallo slum più grande dell’Africa

Ven 27 Feb 2015 | di Giacomo Fagiolini | Mondo
Foto di 13

Sono in Kenya già da qualche mese, la macchina che mi porta verso il mio alloggio è bloccata nel solito, troppo, traffico di Nairobi. 
Nairobi è grigia, rumorosa, disordinata, ma forse irrazionalmente è proprio per questa sua vivacità che ti viene da volerle un bene dell'anima. 
Sono lì con due sacerdoti del luogo e mi diverto a parlare il mio stentato swahili. Ad un certo punto il più anziano di loro mi dice: «Ora conosci un po’ L'Africa, eh? Conosci il Kenya!».
Io felice annuisco e lui, vedendomi, dice all'altro, che guida: «Va sulla Langata Road».
La via si chiama così perché porta dal centro di Nairobi verso fuori città in un quartiere chiamato, appunto, Langata.
Padre Thomas fa accostare la macchina e mi indica un’immensa distesa di lamiere arrugginite, così grande che non ne posso vedere la fine. 
«Sei mai stato a Kibera?», mi chiede e, quando gli rispondo di no, dice che devo andare.
«Se non hai visto Kibera, non hai visto il Kenya davvero».
L'altro prete che è con lui si offre di accompagnarmi: così, lasciato Thomas a casa, entriamo nella baraccopoli più grande dell'Africa, una delle più grandi al mondo.
Entriamo dall'ingresso principale ed iniziamo a camminare su una grossa "via", ai bordi della quale ci sono negozi, vicoli, case. «Niente foto qui se vuoi uscirne vivo», vengo ammonito. 
Odore forte di plastica bruciata, rifiuti misti ad acqua stagnante, che mischiati producono un fango nero, putrido.
Pozze d'acqua sporca con migliaia di zanzare e la gente che ride e ti fa il segno dello spray:
«Spruzzati uno di quei vostri spray muso bianco», dice un ragazzo che parla inglese molto meglio di me. «Cos'è? Hanno la malaria?», chiedo. Lui ride e risponde: «Malaria? Sì certo... se sei fortunato».
La luce in quei posti la vedi solo negli occhi dei bambini: ne sono pieni e giocano a calcio con la palla fatta con gli stracci: «How are you? How are you?», ti gridano quando vedono un bianco e se glielo chiedi tu a loro, col sorriso di Dio stampato sulla faccia, rispondo: «Fine!».
Vedo una donna, occhi fieri, bella come solo in Africa sanno essere. Si prende cura di suo figlio. «Vuoi parlarci?», mi chiede il prete, rispondo di sì. 
Jane è del 1988, come me, laureata all'università. È venuta a Nairobi per cercare un lavoro e, siccome gli affitti sono troppo alti, "per il momento" vive lì. Ma "per il momento" non dovrebbe mai essere detto in Africa. Trova un uomo, fa dei figli e  non ha più tempo di trovare lavoro, perché deve crescerli ora. 
Quando gli chiedo se non può lavorare solo suo marito, lei mi sorride scaldandomi il cuore: le donne in Africa non sorridono come da noi, loro non si coprono la bocca con le mani. «Vieni che ti faccio vedere», mi dice e mi accompagna verso uno dei vicoli. Io muoio dalla paura, ma mi faccio coraggio. Mi mostra una baracca fatta di pareti di terra marrone, ricoperta di lamiere, grande un po’ più della mia camera da letto a Roma.
Ci vive col marito e due figli, in spazi strettissimi e per campare fa la prostituta. Manda via i bambini col marito e rimane col cliente di turno a casa sua. 
«So che sono una peccatrice», mi dice. Le prendo le mani e la bacio: «Tu sei una donna coraggiosa - le dico -, abbiamo la stessa età, ma io sono un ragazzino e tu una madre. Se esiste un Paradiso in Cielo, tu sarai seduta prima di me. Ma, forse, se tu trovassi qualcosa di più bello da fare, staresti meglio e starebbe meglio la tua famiglia», oso dirgli con grande rispetto. 
«Non sono abituata che qualcuno mi rispetti», mi dice e m’accompagna un po’ più dentro la baraccopoli, insieme al prete che era con me. 
Ad un certo punto un ragazzo ci ferma e dice: «Non farlo passare di qua, se lo vedono gli tolgono tutto e lo ammazzano».
Poi arriviamo a una collinetta di lamiere e rifiuti e lei mi dice di salire.
Salito fin sulla cima, osservo e ciò che vedo mi lascia esterrefatto. 
Un oceano sterminato di lamiere tutto intorno a me, di cui non riesco a vedere la fine.
«C'è gente - dice la ragazza - che nasce, cresce e muore dentro Kibera e non ha mai visto altro in vita sua».
Quella visita mi scuote profondamente. Ma ancora di più mi tocca quando, usciti dallo slum, il prete mi offre un cappuccino in un grande centro commerciale modernissimo, il cui proprietario è indiano. 
«Da quanto è stato costruito questo?», chiedo.
«Sei anni», risponde il prete.
«E Kibera da quanto c'è?», chiedo ancora e lui: «Da 70 anni».
Siamo rimasti in contatto e oggi quella ragazza ha messo su una piccola impresa di pulizie e sta cercando di uscire da Kibera, grazie all’amore degli italiani che hanno adottato a distanza i suoi bambini con Italia Solidale. Così tante famiglie vengono sostenute da volontari come me a riscoprire le proprie energie personali e ad uscire dalla miseria disperata.  

Una famiglia di Kibera, dove vivono centinaia di migliaia di persone, non può permettersi nemmeno di comprare uno spazzolino da denti dentro quel centro commerciale e probabilmente il valore di un cellulare è superiore a quello di una casa di Kibera. 
Che cosa vuol dire che l'1% delle persone più ricche del mondo ha un patrimonio superiore a quello dell'altro 99% della popolazione? 
Che ci parlano di crisi e che in 5 anni la ricchezza delle 80 persone più ricche del mondo è raddoppiata. Ed è oggi superiore a quella di metà della popolazione mondiale 3,5 miliardi di persone (60 volte l’Italia).
Che vuol dire tradotto in vita concreta che l'80% della popolazione mondiale possiede solo il 5% delle ricchezze di un pianeta che avrebbe terra, sole, aria, acqua per tutti? 
Vuol dire la storia di Jane e degli altri miliardi di persone che vivono così. Dopo Kibera, ogni volta che la sento, Jane mi dà sempre una lezione di vita. Non mi sento nessuno per dire a un'altra persona come deve vivere, cosa deve fare. Sono l'ultimo che deve parlare. Cerco ogni giorno di mettercela tutta per essere concretamente vero, indipendente e felice perché solo la mia autentica esperienza di vita potrà semmai dire a un altro qualcosa. Non le inutili chiacchiere e spiegazioni di come si fa, di cui Jane, giustamente, ha sempre riso.       

 


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