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Arrivano i “Brick” 100% Bio

Il diffusissimo Tetra Pak sarà presto totalmente rinnovabile, grazie alla canna da zucchero

Ven 27 Feb 2015 | di Caroline Susan Payne | Ambiente
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Presto non dovremo più avere il dubbio di dove gettare i contenitori in Tetra Pak per fare la raccolta differenziata dei nostri rifiuti: li potremo mettere nel bidoncino dell’organico. E finalmente non avremo più dubbi su come smaltirlo, superando il dilemma: va nel raccoglitore dell’indifferenziato, in quello della carta o del multimateriale? L’omonima società svedese che li produce in tutto il mondo ha recentemente annunciato che da quest’anno metterà in commercio una linea di prodotti interamente riciclabili. 

PLASTICA DALLA CANNA DA ZUCCHERO
Gli attuali prodotti sono realizzati al 75% di materie rinnovabili, mentre il restante 25% è fatto di plastica e di alluminio, difficilmente recuperabili. Nei nuovi contenitori, invece, sia il tappo che il rivestimento interno attualmente in plastica tradizionale (le parti che impediscono all’umidità esterna, all’ossigeno e alla luce di venire in contatto con i liquidi contenuti), verranno realizzati con bioplastiche derivate da residui dalla canna da zucchero, mentre la parte esterna continuerà ad essere ricavata dal legno grezzo proveniente da foreste gestite in modo responsabile (le piante tagliate vengono fatte ricrescere o rimpiazzate con nuovi alberi). Per sostituire l’alluminio (che comunque è riciclabile al 100% se separato adeguatamente) la società è alla ricerca di alternative naturali a base di erbe. La bioplastica verrà ottenuta dall’etilene prodotto dalle piante, che poi viene trasformato in polietilene. Questa materia prima si trova in natura in tutte le piante; in pratica l’etilene serve soprattutto a “spegnere l’interruttore” dei loro cicli biologici, cioè a far maturare i frutti e ad ingiallire le foglie all’inizio dell’inverno per poi farle cadere. Ma le piante lo producono anche nel loro sviluppo evolutivo per adattarsi a condizioni ambientali avverse. Lo possiamo notare quando riescono a crescere lo stesso, superando ostacoli fisici oppure rimuovendone altri: ne sono un esempio le radici dei pini che deformano l’asfalto delle strade e il cemento di qualche parcheggio.

VERSO RIFIUTI ZERO
La bioplastica ottenuta da questa materia prima rinnovabile verrà assemblata in modo da essere facilmente separata dal cartone esterno in modo che tutte le parti possano essere facilmente riciclate. Si tratta di un prodotto completamente recuperabile quindi, che però al momento non è compostabile e per questo motivo tali contenitori non possono andare tra i rifiuti organici (il cosiddetto umido).
Dunque, si tratta di un ulteriore passo verso quel concetto di “rifiuti zero” di cui è promotore il professore americano Paul Connett, il quale sostiene che le stesse industrie debbono farsi carico per prime di mettere in circolazione prodotti già in partenza riciclabili al 100% e di chiederne indietro la restituzione attraverso una raccolta differenziata seria.                

 


UN PRODOTTO DOMESTICO

Anche senza saperlo, l’etilene lo usiamo spesso anche noi in casa quando mettiamo le mele (frutti che ne contengono molto) insieme ai kiwi e ai cachi che proprio per la vicinanza delle mele maturano prima. In natura infatti è un ormone che fa maturare contemporaneamente tutti i frutti di una pianta. Per questa caratteristica viene utilizzato nei cicli di produzione dei nostri alimenti, ma non sempre in modo appropriato e corretto. Se da un lato è logico usarlo nella maturazione delle banane e degli ananas che vengono raccolti e spediti ancora verdi dai loro luoghi d’origine per poi essere “trattati” una volta arrivati a destinazione, dall’altro lato è del tutto scorretta la sua utilizzazione nella maturazione degli ortaggi: ad esempio per i pomodori coltivati fuori stagione. 

 


ANANAS AL POSTO DEL CUOIO

La “pelle” vegetale si fa strada nella moda... e anche la ragnatela

Una sorta di “pelle vegetariana” potrebbe presto sostituire quella ottenuta dagli animali per la produzione di scarpe, borse, cinture, divani, sedie e sedili. Anche questa è ispirata dal principio dell’economia naturale e circolare, cioè basata su risorse rinnovabili e senza la produzione di rifiuti. Non mancano le buone ragioni per arrivare a questa soluzione. Oltre all’uccisione di animali, per produrre il cuoio molto spesso si utilizza il cromo, particolarmente pericoloso per l’ambiente (è considerato cancerogeno), oltre a sostanze chimiche dannose l’ambiente. Spesso, inoltre, tali lavorazioni avvengono in Paesi dove lo sfruttamento del lavoro minorile è ancora molto praticato.   

TÈ, BATTERI, LIEVITI E... TELA DI RAGNO 
Molti marchi rinomati hanno già iniziato ad elaborare i propri prodotti con alternative ricavate dal tè verde, dallo zucchero, da batteri e da lieviti; c’è persino chi sta sperimentando con tali sostitutivi naturali la realizzazione dei cellulari e degli iPhone. Addirittura la neonata azienda giapponese Spiber entro l’anno corrente vuole entrare nella produzione di massa con le sue fibre tessili fatte con la tela del ragno.
La punta più avanzata di questo filone di ricerca è comunque rappresentata dalla designer spagnola Carmen Hijosa che recentemente è stata intervistata dal celebre quotidiano inglese “The Guardian”. Il prodotto si chiama Piñatex - piña in spagnolo significa ananas – ed è stato ispirato dal “Barong Tagalog”: un indumento molto sottile e ricamato che gli uomini filippini indossano come una camicia durante i matrimoni e gli eventi formali. La Hijosa, che ha lavorato come consulente nel settore della pelletteria nelle Filippine fin dal 1990, era alla ricerca di un materiale alternativo alla pelle. La soluzione l’ha trovata nella finezza e nella forza delle fibre delle foglie dell’ananas. Il problema era realizzare un processo produttivo industriale. 

NON SOLO FRUTTA
La risposta tecnica è nel sistema di produzione del “tessuto non tessuto” (la tecnica con la quale si produce il feltro), dove le fibre vengono compresse e legate tra di loro senza tessitura. Alla fine si ottiene una sorta di tela il cui spessore può essere variato a seconda delle necessità d’uso.
Le fibre provengono da piantagioni di ananas già esistenti e pertanto non c’è bisogno di occupare altra terra. Di solito le foglie sono lasciate marcire nel terreno dopo la raccolta degli ananas, ma la loro raccolta per ricavarne fibre non altera le condizioni generali di fertilizzazione organica delle piantagioni. Il sottoprodotto del processo di produzione può essere convertito in un concime, dando così un reddito supplementare agli agricoltori. Dunque con la natura si concilia anche l’economia di nazioni ritenute svantaggiate.                     

 


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