acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Kevin Costner: Family man

Da universitario svogliato ad attore da Oscar. La gavetta, i sogni, la determinazione della star americana, oggi al cinema con il film “Black or white”

Ven 27 Feb 2015 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
Foto di 8

Basta parlargli dei figli e s’illumina all’istante: Kevin Costner, papà a tempo pieno nella vita, diventa nonno nella finzione. Succede nel suo ultimo film, “Black or white”, al cinema dal 5 marzo: a questa storia tiene in maniera particolare, perché racconta i sogni e gli errori di un uomo che vuole ad ogni costo proteggere la sua famiglia. Il suo personaggio impara a chiedere scusa e ad amare di nuovo, con umiltà. Anche lui, quando il volo ritarda, chiede perdono ai giornalisti del Festival Internazionale del Film di Roma e, con quell’aria da impunito che lo contraddistingue, aggiunge: “Nessuno ha voglia di aspettare un attore”. Sa che non è vero, ma d’altronde recitare resta il suo mestiere e non ha perso un grammo della somma maestria con cui interpreta ruoli, indossa maschere e ammalia il pubblico. E non solo la generazione di “Balla coi lupi”, ma i giovani, quelli che ha incontrato nella rassegna Alice nella Città per trasmettere loro speranza e passione. 

Come ha capito che la recitazione sarebbe stata la sua strada nella vita?
«Da ragazzo non sapevo cosa volevo fare nella vita e a scuola mi ritrovavo sempre vicino a qualcuno che invece aveva le idee chiare ed era più bravo di me, tanto che, quando studiavo economia e finanza, ero il peggior studente di tutta la classe. Non capivo cosa facessi al college, ma i miei genitori mi avevano detto che quello sarebbe stato il posto giusto per trovare un lavoro. Anche nel corso serale di contabilità succedeva lo stesso: con me c’erano lavoratori, più grandi e motivati, ma io niente. Poi un giorno sul retro del giornale studentesco ho letto un annuncio per i provini di un’opera teatrale: in quel momento non ascoltavo l’insegnante, anzi dormivo in classe, ma appena l’ho visto mi sono svegliato. E per la prima volta qualcosa all’università mi interessava davvero. Questo è stato l’inizio: avevo 21 anni, ma il successo non è arrivato da mattino a sera. Ho impiegato otto anni per guadagnare il primo dollaro, ma poi, a 35 anni ho sentito il mio nome agli Oscar. Il segreto? Tenere il cuore aperto finché qualcosa vi elettrizza e vi infiamma da dentro».

Cos’ha fatto negli otto anni senza un soldo?
«Non ho mai dato scadenza alla carriera e al successo, ero innamorato del progetto che avevo sulla mia vita. Allora mi sono trasferito a Hollywood, dove non conoscevo nessuno, ho lasciato gli amici e ho dormito a Sunset Boulevard nella mia macchina, mentre i colleghi dell’università dicevano “povero Kevin”. Era imbarazzante. Non ero bravo a fare il cameriere o il barista, non me la cavavo in matematica, cosa avrei potuto fare? Ero disposto persino a portare fuori l’immondizia se fosse stato necessario, ma ad una condizione: doveva essere immondizia del cinema!».

Alla sua carriera s’ispirano milioni di ragazzi. Chi erano i suoi miti?
«Ho lavorato con leggende del cinema del calibro di Burt Lancaster. Difficile dire chi sia il migliore: per me resta Gene Hackman, anche se la più grande star è Sean Connery, un brav’uomo. Da ragazzino lo vedevo al cinema e pensavo fosse “cool”, poi l’ho conosciuto e ho capito che lui era “cool” sul serio e non sarei mai stato come lui».

Per “Balla coi lupi” e “Black or white” è andato controcorrente…
«Un amico aveva scritto “Balla coi lupi”, nessuno voleva produrlo, io invece lo amavo, ma significava raccogliere fondi, così ho deciso di dirigerlo anche quando tre famosi registi mi hanno dato svariati motivi per cui non avrebbe funzionato. E io dicevo: “Cosa faccio ora?”. Ho fatto come sempre nella vita: non mi disinnamoro mai di quello che amo. E la stessa cosa l’ho fatta per “Black or white”. La gente pensa che ora posso fare quello che mi pare, ma nessuno ottiene tutto quello che vuole, allora l’ho prodotto con i miei soldi». 

Cosa succede quando un piano fallisce?
«Ho lavorato più sodo di chiunque altro, ma se pensate che non funziona l’obiettivo allora sceglietene un altro: non si tratta di un fallimento, ma di un viaggio in cui cambiate la via se non vi piace. Sposatevi, fate figli, fate in modo che i vostri figli siano migliori di voi».  

“Black or white” parla di razzismo: cos’ha imparato sull’argomento?
«Non c’entra il colore della pelle, quello che conta è come ti comporti se fai del male. La razza è un pretesto per mascherare la differenza tra le persone».

Nella pellicola diventa persino nonno…
«Non lo sono ancora nella realtà, ma quello che mi è piaciuto del mio personaggio è che si batte per conservare l’ultimo legame con una delle donne più importanti della sua vita, la nipotina. Nella vita devi sempre combattere per quello che vuoi».  

Le manca la famiglia quando si trova lontano da casa per esigenze di copione?
«Spesso mi porto dietro la famiglia, ma a volte non posso. Nel caso di “Black or white” ho fatto recitare anche mia figlia Lily, che poi mi ha accompagnato a Roma per il Festival e che è cresciuta sui miei set. Ai più piccoli invece dico che sto lavorando per mantenerli, spero che un giorno capiscano e siano orgogliosi di me: loro non mi vedono come un attore. La mia famiglia viene prima del lavoro e della fama».

Cosa comporta essere famoso?
«Essere famoso è strano anche se vantaggioso, visto che mi trattano bene quasi ovunque, con grande rispetto, ma sono riconoscente, anche se io a casa vivo un’esistenza normale. La mia famiglia di soldi ne aveva pochi, nessuno faceva parte del mondo dello spettacolo e per mio padre è stata dura accettare che volevo fare l’attore, non sapeva come aiutarmi».

Che tipo di padre è?
«Come tutti i padri e la nostra è una famiglia normale. Ti racconto una cosa: da quando ha visto “Frozen” mia figlia di 4 anni fa il gesto di congelarci e noi tutti ci dobbiamo immobilizzare all’istante, compresi i suoi fratelli... Ecco, siamo una famiglia normale».   


Condividi su:
Galleria Immagini