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Tra il lavoro e la bimba abbiamo scelto Nicoletta

Il titolare mi dice: «Se sei incinta ti licenzio!». Dopo la paura, ci siamo fatti forza e la piccola è arrivata

Lun 30 Mar 2015 | di Patrizia Lupo | Bambini

Mio marito ed io siamo cresciuti in un quartiere popolare, figli di operai con tanti problemi e pochi soldi. Ci siamo conosciuti che eravamo ragazzi, poi stanchi di aspettare ci siamo sposati e siamo andati a vivere a casa di mio padre - mia madre è morta da anni -, perché non me la sentivo di lasciare lui e mio fratello. La casa era piccola, ma ci siamo aggiustati. Ogni giorno c’era un problema perché mancavano i soldi, mio padre in pensione e mio fratello disoccupato “cronico”, si tirava avanti come tanti nelle nostre condizioni. I miei figli sono nati a distanza di due anni l’uno dall’altro. Mio marito non mi diceva niente, preoccupato com’era di mantenersi il suo lavoro in nero. Senza accorgersene, ci siamo trovati carichi delle necessità di tutti, fino a sostenere dei debiti per evitare ai miei familiari spiacevoli conseguenze. Io non avevo un lavoro fisso e facevo quello che capitava, soprattutto ore di pulizie nelle case. Perciò, quando ho iniziato a lavorare per una piccola impresa con la prospettiva di essere assunta, non mi sembrava vero: era l’occasione che aspettavo e quanto ci tenevo ad averlo!

Con quel lavoretto avremmo potuto contare finalmente su qualcosa di fisso ogni mese! Sarà stata la novità, sarà stata la primavera - che ne so?! -, fatto sta che ho scoperto di essere incinta un’altra volta. Mi è crollato il mondo addosso. Con mio marito non sapevamo come fare. Io non ho mai abortito, lui è contrario. Ci siamo presi qualche giorno per pensare e intanto non abbiamo detto niente a nessuno. Sul lavoro, però, una mattina io mi sono sentita male davanti alla padrona, che subito mi ha detto: «Ma che sei incinta? Guarda che se è così ti mando subito via». Risposi di no, anche se mi si era gelato il sangue. Quanti dubbi dopo e alla fine la decisione di fare l’aborto. Mi mancava però la convinzione e quando sono andata per la richiesta, l’assistente sociale se ne accorse. C’era anche mio marito che non sapeva che dire ed ra in sofferenza. Vedendoci tanto combattuti, lei ci ha parlato di un centro per la maternità difficile, il Segretariato sociale per la Vita, che poteva darci un aiuto, anche economico. Accettammo almeno il colloquio, era una speranza a cui ci aggrappammo. Al centro ci sentimmo subito accolti, sembrava che ci conoscevano e che capivano i nostri problemi. Raccontammo tutto e loro ci ascoltarono e ci dissero tante belle cose per incoraggiarci. Poi ci offrirono come aiuto il Progetto Gemma, un sostegno economico che ci avrebbe consentito di affrontare le spese fino ad un anno di vita del bambino. Ci informarono di tutti gli aiuti che potevamo avere anche dallo Stato e altre cose ancora, come facilitarci con visite, ecografie e generi di necessità per neonato. Andammo via contenti di aver incontrato queste persone, ma ancora incerti. «Faremo bene o male a tenere il bambino?». Passarono i giorni e non riuscivamo a decidere. Andammo in ospedale due o tre volte, ma sempre con l’angoscia. Ogni tanto ci chiamavano dal Centro per farci sentire che ci erano vicini: «Questo figlio, anche se inaspettato, è un dono, non prendete decisioni di cui poi vi potreste pentire». Non ce la facevo a fare l’aborto e anche se avrei perso il lavoro, saremo andati avanti lo stesso. Ora Nicoletta è con noi e anche se il lavoro è ancora precario non ci manca nulla.


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