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I buchi neri del mený

Alghe, vermi e locuste stanno per sbarcare sulle nostre tavole

Lun 30 Mar 2015 | di Maurizio Targa | Salute
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Un mondo senza caffè e cioccolata può sembrare spaventoso, quasi inimmaginabile. Eppure, secondo la rivista ambientalista americana Good, questi cibi sono destinati a sparire di qui a un secolo, a causa dei cambiamenti climatici nell'era dell'economia globalizzata, se non ci saranno ripensamenti sulle politiche ambientali. L'effetto serra, insomma, si prepara a colpirci dove siamo più deboli: lo stomaco. Perché, confermano dall'Onu in un altro rapporto, a causa dell'impatto del clima sull'agricoltura e sull'ecosistema, le conseguenze sulla nostra tavola saranno pesanti e la lista di quelli che potrebbero diventare “i cibi del tempo che fu” si allunga. Così nel 2050 potremmo esserci dimenticati di pesci, crostacei e bistecche, ma anche prugne, legumi e champagne scarseggeranno sulle nostre tavole. Più nello specifico, secondo il rapporto Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), fino al 2030 vantaggi e svantaggi più o meno si equivarranno, grazie a spostamenti di colture in zone diverse del Pianeta, ma nel ventennio successivo i danni peseranno più del doppio rispetto ai benefici. Chiamiamoli “i buchi neri del menu”: i dettagli sugli alimenti maggiormente a rischio li trovate nella tabella alla pagina seguente.

Carne in vetro, alghe e meduse
Correre ai ripari, dunque, ma come? Qualcuno ci sta provando in modo insolito e per certi versi inquietante. Che bistecche e hamburger siano tra gli alimenti meno sostenibili dal punto di vista ambientale è fatto ormai assodato: l'allevamento mondiale di carne è responsabile, tramite le emissioni intestinali in particolare bovine, del 21% dell'anidride carbonica di origine animale immessa in atmosfera. Inoltre, un hamburger di 150 grammi consuma, lungo la sua filiera produttiva, 2400 litri d'acqua. Problemi noti. Meno lo sono i tentativi di riprodurre questi cibi tanto apprezzati in laboratorio. Da tempo il prof. Mark Post dell'Università di Maastricht (nella foto in alto), in Olanda, sta lavorando al progetto per lanciare carne artificiale, coltivata in vitro a partire da cellule staminali di suino. Per ora è riuscito a ricavare una striscia di muscolo biancastro lungo circa due centimetri, abbastanza simile a un calamaro e dal sapore ancora sconosciuto (la legge olandese non consente di consumare cibi prodotti in laboratorio da tessuti animali). Sangue e grasso artificiali andranno aggiunti a questa insolita pietanza, la cui produzione ha raggiunto il costo record di 250mila euro. Ma sono già in molti i rivenditori di carne, primi tra tutti i fast food, interessati all'hamburger sintetico, che dovrebbe vedere la luce presumibilmente nel 2016. Rinunciando alla carne, potremo almeno consolarci con abbondanti abbuffate di pesce? Non è detto: in base a un rapporto della Fao pubblicato nel 2013, il consumo ittico ha raggiunto i massimi storici, attestandosi alla cifra media di 17 chili a persona in un anno. Un vero record, che tuttavia va poco d'accordo con la disponibilità di fauna marina globale. Il 75% delle riserve ittiche mondiali è infatti sovrasfruttato (l'88%, circoscrivendo l'indagine alle acque europee) e alcune specie, come squali, tonni e pesci spada, sono diminuite del 90% rispetto all'era preindustriale.

Gradisce vermi in letto d’alghe?
Come sostituiremo carne e pesce? Facile, se avrete - è proprio il caso di dirlo - lo stomaco di proseguire, perché nonostante i futurologi si sbraccino a spiegare che la Caporetto gastronomica sarebbe evitabile con una decisa sterzata di coscienza ambientalista, gli esperti sembrano certi su cosa mangeremo. Far fronte alle necessità di un pianeta sovrappopolato con le risorse attuali appare poco verosimile: un miliardo di persone soffre già ora di denutrizione cronica. Per garantire cibo a tutti i futuri abitanti della Terra occorrono nuovi modi di ripensare agricoltura, sfruttamento dell'acqua e allevamento. E nuovi alimenti. Come le alghe. La maggior parte di noi ha assaggiato al massimo quelle avvolte intorno al sushi, eppure in Cina e Giappone questa "insalata di mare" è una portata diffusa, ricca di grassi, oli e zucchero, da usare come accompagnamento in zuppe e piatti unici. Alla base della catena alimentare, le alghe rappresentano il vero motore verde della tavola del futuro: crescono sott'acqua praticamente in tutte le condizioni ambientali, con grande facilità e senza sottrarre spazio agricolo agli ortaggi. Il loro potenziale alimentare è poi soprattutto indiretto: sostituendo le attuali coltivazioni di piante destinate alla produzione di biocarburante (come mais, barbabietole e canna da zucchero) con distese di alghe, si risparmierebbe terreno da utilizzare per produrre altro cibo. E occorre fare in fretta a familiarizzare con altri ancor più scioccanti spuntini: c'è infatti chi i vermi dalla farina li toglie, chi invece li raccoglie per cuocerli in padella con tanto di soffritto. Queste creature striscianti, insieme a locuste, grilli, formiche e ragni, sono raccomandati dalla FAO come alternativa sostenibile alla carne, in quanto altamente proteici e a basso contenuto di grassi. Godono inoltre di un vantaggio rispetto ai tradizionali animali da allevamento: sono piccoli e questo facilita la loro produzione su vasta scala. Allevarne in grandi quantità avrebbe effetti minimi sull'atmosfera e si potrebbero così sfamare miliardi di persone.

Bruxelles tuona: mangiate cavallette e meduse!
Tutto sta ad abituarsi, insomma: è di questo avviso pure l'Unione Europea, che ha recentemente stanziato un finanziamento di tre milioni di euro per ogni paese membro che incoraggi l'uso d’insetti nel menù. E con i tempi che corrono, non è detto che qualcuno non provi a battere anche questa strada. Se il pensiero di una cavalletta sotto i denti vi fa venire i brividi, immaginate allora l'effetto di un boccone gelatinoso sulla forchetta: le nicchie ecologiche lasciate vuote dai pesci sono, secondo gli esperti, rimpiazzate rapidamente dalle meduse e il boom di creature in gelatina delle ultime estati sarebbe stato causato proprio dall'overfishing. Senza tonni e sardine alle calcagna, le meduse sono libere di proliferare. E di finire sul nostro desco: c’è chi giura siano buonissime! In conclusione, se non vogliamo che entro il 2050 anche i mari rimangano a secco, occorre promuovere tecniche di pesca sostenibili, tutelare le aree marine protette e porre un freno allo sfruttamento intensivo dei mari a fini industriali in favore di pratiche più rispettose della biodiversità. Altrimenti, buona medusa a tutti!

 



QUANDO IL CLIMA FA MALE ALLA NATURA

CIOCCOLATO. Un aumento della temperatura di tre gradi potrebbe ridurre drasticamente le colture di cacao in Ghana e in Costa d'Avorio, aggravando le economie di questi paesi in gran parte dipendenti dalle piantagioni.

PANE. Nel corso degli ultimi 18 mesi la sua carenza è diventata preoccupante. Dallo scorso anno i prezzi dei cereali sono quasi raddoppiati a causa di caldo, siccità e incendi in Russia e inondazioni in Australia. Secondo gli esperti siamo solo agli inizi: nei prossimi vent’anni il prezzo del pane potrebbe salire del 90%.

MIELE. Una delle spie degli effetti negativi dei cambiamenti climatici è la drammatica diminuzione delle api e di conseguenza del miele. Per fortuna non tutto è perduto: alcuni scienziati hanno osservato gruppi di api da miele capaci di adattarsi a repentini sbalzi di temperatura.

CAFFE'. La modifica dei cicli di pioggia ha spinto i coltivatori di tutti i maggiori paesi produttori, come Brasile, Vietnam e Africa, a spostare le coltivazioni sempre più in alto. La crisi dei raccolti ha comportato un aumento dei prezzi del 25%.

ARACHIDI. Gli Stati Uniti sono a corto dei loro semi preferiti e i prezzi del burro di arachidi sono alle stelle. I raccolti nelle zone del Sud sono scarsi a causa di estati troppo calde e secche. Sembra, però, che le noccioline rispondano positivamente a livelli alti di anidride carbonica e se ne prevede una ripresa della produzione.

VINO. Il riscaldamento globale sarà colpevole della diminuzione del 50% della produzione di uva da vino entro il 2040 in California. Viceversa, la coltivazione della vite potrebbe migrare verso zone come lo stato di New York o Washington dove le temperature si stanno innalzando.


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