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Compiti: sì o no?

Croce degli studenti d’ogni epoca, oggi qualcuno li mette in discussione: “I compiti non servono ad apprendere!”

Lun 30 Mar 2015 | di Maurizio Targa | Attualità

A sostenerlo non è Pinocchio, ma fior di pensatori e, sorpresa, dirigenti scolastici: i compiti per casa non servono. “Basta compiti!” è il titolo del volume di Maurizio Parodi, questo il nome del preside di Pontremoli (Massa Carrara), autore del tomo che cavalca e rilancia tesi non certo nuove: tutto ciò che si studia al momento, per quanto lo si approfondisca in maniera precisa, dopo meno di tre mesi è destinato a essere dimenticato. E nessuno è mai riuscito a dimostrare che i compiti siano veramente utili per evitare l'oblìo: si studia per la paura del voto basso, si fanno dei sacrifici e degli sforzi enormi: il risultato finale? I ragazzi italiani, secondo un altro studio compiuto dall'OCSE, sarebbero i più ignoranti d’Europa, ma probabilmente, con questo sistema scolastico basato sui compiti a casa, anche i più annoiati. 
Ogni occasione è buona per riaprire il dibattito: l'ultima è una circolare ministeriale del 1969, recuperata, dal sito skuola.net e rimbalzata in rete in modo virale, con la quale si invitavano gli insegnanti a non assegnare compiti nei weekend. Questa vecchia direttiva è stata ampiamente superata dalle leggi successive (oggi di fatti i docenti possono fare come credono), ma periodicamente la discussione sull'utilità o meno dei compiti si riaccende. 

Meno di una volta
Forse non tutti i genitori ne hanno consapevolezza, specie dopo le otto di sera quando sono ancora chini sui libri di testo dei figli, ma negli ultimi dieci anni i compiti sono sensibilmente diminuiti. Sul finire del secolo scorso ogni settimana i quindicenni tricolori studiavano a casa dieci ore e mezza, ovvero due ore e sei minuti al giorno, sabato e domenica esclusi. Oggi le ore dedicate ai compiti sono "solo" nove. C'è chi dice che siano troppe: di fatto sono il triplo di quelle dei ragazzi finlandesi, che vantano un sistema scolastico di prim’ordine, e dei coreani che per i compiti non usano più di tre ore la settimana. E così la pensano nella menzionata relazione OCSE, che ha analizzato i dati di oltre cinquecentomila studenti in tutto il mondo. Troppe, perché – recita il rapporto - “i dati raccolti in questi anni evidenziano che dopo quattro ore di compiti la settimana, il tempo ulteriore investito nello studio ha un impatto trascurabile sui risultati”. Insomma, a sentire gli esperti, dati alla mano, i compiti andrebbero dimezzati. S’interrogano sulla loro utilità e quantità le istituzioni, i genitori, gli insegnanti, i pedagogisti. Quasi tutti d’accordo sulla necessità di non caricare troppo i ragazzi, commisurandolo con l’età e le ore passate in classe, ma per alcuni non è una questione di misura: i compiti andrebbero semplicemente aboliti perché dannosi e di nessuna utilità per l’apprendimento. 

Ministri critici, ma c'è chi li ama
Il dibattito sulla loro utilità coinvolge tutto il sistema scolastico e ben due ministri dell’istruzione si sono recentemente schierati sul fronte degli scettici: nel 2012 Francesco Profumo si è dichiarato favorevole alla loro robusta limitazione in “presenza di altri stimoli”, gli ha fatto eco nell'estate 2013 Maria Chiara Carrozza, che ha espresso giudizi molto critici circa i compiti estivi. Eppure sfogliando il rapporto, si scopre che in Italia, a conforto di studenti e genitori, i ragazzi che fanno più compiti a casa vanno meglio a scuola: hanno risultati superiori di 15 punti nella scala OCSE. E quindi?
Crede nel loro valore Manuela Cantoia, coordinatrice delle attività formative dello Spaee (Servizio di psicologia dell’apprendimento e dell’educazione in età evolutiva dell’Università Cattolica di Milano) e coautrice del libro “Come si impara. Teorie, costrutti e procedure nella psicologia dell’apprendimento”. Certo, con alcuni distinguo: la funzione dei compiti – sostiene la studiosa – è legata al lavoro che si svolge a scuola. Per avere la massima efficacia, devono avere un ritorno da parte degli insegnanti, che invece purtroppo non sempre li guardano. Così non solo viene riconosciuto un valore all’impegno richiesto, ma gli insegnanti hanno anche modo di verificare eventuali difficoltà. I compiti, inoltre, non devono necessariamente “piacere”, però gli studenti devono aver ben chiaro a che cosa servono. Per esempio, leggere a casa tutti i giorni, in prima elementare, serve ad automatizzare il processo di lettura. Così per le tabelline in seconda. Altro “compito dei compiti”: agevolare collegamenti concettuali, favorire l’apertura mentale, accrescere curiosità e attenzione, consolidando il metodo di studio e l’autonomia. In generale, insomma i compiti dovrebbero riprendere l’attività svolta in classe con una sfida in più, affinché vengano messe in atto più capacità e stimolato l’interesse.

Lavorare in autonomia
Alle medie e alle superiori i ragazzi sono chiamati a studiare da soli e memorizzare – riprende il rapporto OCSE –: questo è un lavoro che ha senso se i docenti hanno insegnato un metodo di studio (l’uso delle mappe, le sottolineature, gli schemi, le linee del tempo...), altrimenti diventa un esercizio di memoria e le nozioni apprese si perdono facilmente. È quello che succede quando si studia solo per la prestazione: si chiama apprendimento difensivo e avviene quando lo studente punta a rispondere semplicemente alle prestazioni richieste dalla scuola. Studia per superare una verifica, ma non impara niente. Inoltre, per un compito ideale l’80% del lavoro a casa dovrebbe poter essere svolto in autonomia fin dalla prima elementare. Qui la famiglia fa la differenza: talvolta i genitori non sono in grado di supportare il lavoro dei figli, altre volte se ne disinteressano o viceversa li svolgono al posto dei figli, rendendoli di fatto inutili. E non sempre quello che è indicato per un ragazzo va bene per un altro: si pensi al “tema”, la forma di scrittura più utilizzata e, tra l’altro, bandita dai programmi già dal 1985. Per un ragazzo svolgere un tema significa scrivere per forza, sapendo che tutto ciò che scrive “potrà essere usato contro di lui”. Per non parlare della lettura: che piacere può scaturire da un libro letto per dovere, sezionato con accanimento? Inoltre, la scuola continua a promuovere le abilità cognitive più basse (la memorizzazione di contenuti da ripetere a comando) ignorando le strategie più evolute come il problem solving o il pensiero divergente. La selezione per merito, insomma, privilegia solo chi ricorda meglio. Ma si tratta di memoria a breve termine, utile ai fini di un’interrogazione. Poi non resta nulla.                                   

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