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Mara Santangelo: tutto quello che prima non dicevo

Nonostante un male segreto era una delle migliori tenniste al mondo per amore della mamma persa troppo presto, ma improvvisamente la sua vita č cambiata

Lun 27 Apr 2015 | di Giuseppe Stabile - zonastabile@ioacquaesapone.it | Zona Stabile
Foto di 7

L’appuntamento non poteva che essere allo Stadio Centrale del tennis di Roma. Un bellissimo sole primaverile illumina il celebre impianto sportivo, ma ormai gli occhi della pluripremiata tennista Mara Santangelo brillano di una luce molto più forte di quella solare e il suo cuore non appartiene più allo sport, al quale ha dedicato totalmente i primi trenta anni della sua esistenza. 

Mara, per lungo tempo il tennis è stato tutto per te.
«Il tennis mi ha sempre entusiasmato, ho iniziato a giocare a sei anni, incoraggiata dai miei genitori, grandi appassionati di questo sport. Per tanti anni e con tanti sacrifici mi sono impegnata in una disciplina prettamente individuale, che m'induceva a concentrarmi su me stessa e sul mio io, amplificando senza accorgermene le mie problematiche».

Da dove nascevano le tue difficoltà personali?
«Sono sempre stata una ragazza chiusa, avevo molta difficoltà ad esprimermi e relazionarmi con gli altri. Ho sofferto fin da piccola, perché la mia famiglia non ha saputo darmi l’amore di cui avevo bisogno. I miei genitori si separarono quando avevo dodici anni: io e miei due fratelli minori siamo rimasti con la mamma, che purtroppo è morta quattro anni dopo in un incidente stradale. Inoltre, iniziai a provare dei dolori lancinanti ai piedi: i medici scoprirono una malformazione ai miei arti inferiori intimandomi di lasciare il tennis. Adesso mi rendo conto che solo Dio poteva trasformare il mio cuore e farmi rinascere a una nuova esistenza».

Come sei riuscita a raggiungere risultati sportivi così importanti, nonostante i tuoi problemi fisici e interiori?
«Il dolore fisico per la malformazione ai piedi mi torturava ogni giorno, ma era più forte la sofferenza dell’anima per la solitudine e la mancanza della mia mamma. Chi mi era vicino percepiva qualcosa, ma non potevo esternare i miei problemi, rischiando di perdere tutto. Dentro di me rispondevo solo alla promessa fatta a mia madre prima della sua morte: diventare una tennista professionista e giocare sul campo centrale di Wimbledon».

La promessa fatta a tua madre ti ha dato molta forza. Non ritieni sia stata anche la tua gabbia?
«Penso di sì. Se la mia mamma non fosse morta probabilmente non avrei vinto così tanto, perché quella promessa fatta a lei mi ha fatto sopportare tutto. Da bambina sognavo di diventare campionessa e mia madre si sacrificò molto per questo; però, incapace di rispettare me stessa, ho raggiunto un sogno che forse era più il suo».

A causa dei nostri condizionamenti inconsci, impieghiamo spesso le nostre energie per soddisfare le aspettative degli altri piuttosto che per esprimere la nostra identità. Sei riuscita a liberarti di questo inganno?
«È un errore che si paga molto caro, ma nel quale spesso cadiamo senza accorgercene. Mi sono sacrificata tanto per raggiungere dei grandi risultati sportivi, ma non avevo equilibrio dentro di me e non mi amavo. Solo oggi, rinata dopo l’incontro con Dio, mi sento molto diversa e posso aiutare anche gli altri. Ad esempio, vado spesso nelle scuole a raccontare ai ragazzi le mie vicissitudini e le mie esperienze sportive, raccomandando sempre anche ai genitori di stare vicini ai propri figli, senza abbandonarli davanti alla tv e senza imporgli nulla. Ora riesco ad essere anche grata delle mie tante sofferenze, perché mi hanno fatto maturare e mi permettono di apprezzare la bellezza della vita». 

Cosa accadde il 22 giugno del 2005 sul campo di Wimbledon?
«Era la partita della mia vita, su quel fantastico prato tanto sognato. Volevo battere la mia fortissima avversaria (Serena Williams, attuale numero uno al mondo - ndr), ma dopo aver conquistato nettamente il primo set, avvertii dei dolori lancinanti ai piedi. Ottenni i tre minuti di break e andai in bagno: iniziai a piangere vedendo i piedi sanguinanti per la mia malformazione e compresi che non avrei più potuto esprimermi come volevo. Fui assalita da una grande rabbia e imprecai contro Dio e contro tutto. Rientrai in campo, ma la partita era già finita; sarei voluta scappare, evitare i giornalisti che non potevano sapere, ma dentro di me c’erano ormai solo silenzio, sofferenza, solitudine, vuoto e giudizio».

Come iniziò la tua seconda vita?
«Cercai di reagire alle vicende di Wimbledon e ottenni vari importanti risultati anche con la Nazionale. In seguito, avvicinandomi ai trenta anni, dopo aver subito un'operazione al piede, sentivo sorgere dentro di me molte domande e cresceva il desiderio di liberarmi della sofferenza che continuavo a portarmi dentro.
Alla festa di una mia amica conobbi “casualmente” il giornalista Paolo Brosio, che mi colpì per la sua testimonianza di trasformazione personale dopo un viaggio a Medjugorje. Raccontava dell’importanza per lui della Madonna, una figura che venerava molto anche mia madre: con tanta curiosità decisi di partecipare ad un pellegrinaggio organizzato da lui».

Che cosa significò per te quel viaggio del 2010 a Medjugorje?
«Partecipare a quel pellegrinaggio credevo fosse un modo per ricollegarmi a mia madre; invece, attraverso Maria, la nostra vera Madre, ho incontrato me stessa e Dio. Fino a quel momento la mia fede era molto tiepida e di comodo, come accade a tante persone; però a Medjugorje, il 2 novembre 2010, giorno della commemorazione dei defunti, io sono rinata. Prima dell’apparizione della Madonna alla veggente, ho partecipato a una lunga notte di preghiera, poi ho avuto segni forti della presenza di Dio. Li custodisco nel mio cuore, non sono spiegabili con le parole; correrei il rischio di essere incompresa e derisa».

Com’è cambiata la tua esistenza?
«Su quella collina c’è stata la svolta della mia vita: prima non avevo lo sguardo rivolto al prossimo e all’amore. Nelle settimane successive mi sono cresimata e ho iniziato a frequentare un gruppo cattolico: all’inizio è stato difficile, anche per l’incomprensione dei miei amici. Contemporaneamente, ho lasciato il tennis, rinunciando ai successi e ai soldi che per vari altri anni avrei potuto ottenere, magari giocando in doppio. Scesi dal piedistallo e dalla gloria che lo sport mi dava: prima avevo tutto ma non ero felice; lasciando ogni cosa trovai la pace e la gioia. Ora vivo nel quotidiano una fede alla quale non potrei più rinunciare, con la preghiera, la messa e i sacramenti, le cose che mi danno la felicità».

Le tue relazioni personali sono cambiate dopo la conversione?
«Per troppi anni ho subìto la falsità e l’apparenza dell’ambiente sportivo. A certi livelli ci sono poche persone vere e gli sponsor ti adulano solo in base al ranking internazionale raggiunto. Oggi sono contornata da persone che mi vogliono bene e che riesco ad amare nelle piccole cose, aiutandoci reciprocamente a crescere. È meraviglioso scoprire che più si dona più si riceve! Tornando spesso a Medjugorje è nata una particolare amicizia con Vicka, una delle veggenti, donna eccezionale. Chi ha ricevuto il dono della Luce, deve sostenersi per testimoniare agli altri che ancora non hanno incontrato l’Amore di Dio».

Maggio è un mese particolare per i tennisti e per i devoti della Madonna…
«Per me è sempre stato un mese molto impegnativo con il tennis perché c’erano tante gare importanti, come Internazionali d’Italia e Roland Garros. Ho ancora molti impegni sportivi, ma ormai maggio ha assunto un altro significato, come mese dedicato alla figura di Maria. In questo periodo mi sento ancora più in comunione con Lei: La ringrazio per avermi riportato al Signore e per la protezione che mi dona ogni giorno. Per la Mara di ieri l’allenamento fisico era al centro di tutto, ma ora sento di dover allenare soprattutto l’anima e lo spirito per rimanere collegata a Dio. Solo così sperimento dei continui miracoli dentro e intorno a me».

Come ti poni di fronte al mistero dei miracoli?
«In questi anni, soprattutto a Medjugorje, ho assistito a molti cosiddetti miracoli e non solo di guarigione fisica. Forse i miracoli di risanamento interiore sono ancora più preziosi, perché trasformano tutto in un modo meraviglioso. Non c’è niente di magico, ma un’esperienza profonda di rinascita. Oggi sperimento una gioia indicibile nell'essere un umile strumento per tutte le persone che attraverso la mia testimonianza si riavvicinano al Signore».

Qual è il sogno della nuova Mara?
«Aspiro a incontrare un uomo che, condividendo i miei valori, possa costruire con me una famiglia, capace di donare quell’amore che io non ho potuto avere da piccola. E se non diventerò mamma, continuerò a occuparmi di tanti bambini che soffrono e dei ragazzi delle scuole che sono il nostro futuro. Vorrei sostenere soprattutto gli adolescenti a non aver paura di andare contro corrente, uscendo dai ranghi delle mode e coltivando la fede che hanno nel cuore. Non c’è da andare contro gli altri, ma è necessario imparare a tutelare se stessi senza farsi trascinare dalla massa».                           




PROMESSE E RINASCITE
Mara Santangelo è nata a Latina il 28 giugno del 1981, ma ha vissuto a lungo in Trentino–Alto Adige. Tennista professionista di grande valore, ha fatto parte della Nazionale Italiana dall’età di dodici anni, fino al prematuro ritiro avvenuto nel gennaio 2011. Tra l’altro, ha vinto nove tornei in singolare e ventitré in doppio, è stata la prima italiana a vincere un titolo del Grande Slam e, insieme ad altre connazionali, ha conquistato la Fed Cup 2006. Nel suo libro “Te lo prometto” (Piemme, 2013) ha raccontato la sua rinascita spirituale avvenuta a Medjugorje grazie alla Madonna, che le ha fatto vedere con occhi nuovi anche la lotta contro il dolore fisico per una malformazione congenita ai piedi e le sofferenze interiori per una infanzia difficile. È commentatrice in diversi programmi televisivi e scrive per note riviste specializzate. Insignita nel 2007 dell'onorificenza di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana, è consigliera del Coni e della Federazione Italiana Tennis.


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