acquaesapone Ambiente
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Lotta hi tech per salvare le api

Tecnologia made in Italy contro la Vespa killer che minaccia i nostri alveari

Lun 27 Apr 2015 | di Francesco Buda | Ambiente
Foto di 8

Si apposta davanti l'alveare, aspetta in volo la sua preda, la aggredisce e la cattura quando torna da una dura giornata a far scorta di nettare, poi la smembra e se la mangia. Così fa la vespa velutina, la nuova minaccia per le nostre api. Un rischio di fronte al quale le api non escono più dall'arnia e quindi non bottinano, ossia smettono di raccogliere nettare e polline per mandare avanti l'alveare, e addio api e miele. Con ripercussioni enormi sull'intero ecosistema, non solo sull'economia apistica, se si considera che l'80% delle piante si riproducono grazie alla impollinazione fatta dalle api. L'allarme per ora è circoscritto alla Liguria, nell'area ponentina tra Imperia e Savona, e al Piemonte, tra Alessandria e il cuneese, ed è stato attivato un monitoraggio in Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna. Detto anche calabrone asiatico, il killer delle api mellifere è sbarcato in Europa attraverso la Francia, dieci anni fa, e dal 2012 attenta anche le arnie del nostro Paese. E questo potrebbe essere da noi l'anno del boom della velutina nelle zone dove è già presente, come accaduto in Francia, a causa della progressione esponenziale nel riprodursi.
Ma proprio quest'anno e proprio dall'Italia, che vanta un'apicoltura ed una ricerca uniche al mondo, potrebbe arrivare la soluzione. Si chiama "Progetto Velutina": un mix di scienze naturali, chimica ed hi-tech. Sistemi radar, robot volanti e sofisticate trappole ‘sessuali’ a breve entreranno in campo per vincere questa battaglia. Si tratta di fare quello che finora nessuno al mondo è riuscito a fare: individuare i nidi della vespa velutina, nascosti dalla vegetazione. Ci sta lavorando sodo una task force guidata dal CRA-API, il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura di Bologna.

PRIMI AL MONDO A STANARLA: IL TOM TOM ANTI-VESPA
Questo anno è cruciale, spiegano gli esperti. «Il maggior danno agli alveari si riscontra al terzo anno dal primo rinvenimento dei nidi, in cui esplode la proliferazione di questo insetto», spiega ad Acqua & Sapone la biologa Laura Bortolotti del CRA, coordinatrice del Progetto Velutina. Una colonizzazione, finora, pressoché impossibile da  stanare ed arginare. «Questi calabroni nidificano sugli alberi, ad altezze notevoli fino a 20 metri dal suolo - ci dice l'esperta -, perciò è un'impresa davvero difficile scovarli e distruggerne i nidi. Il Politecnico e il dipartimento di Scienze agrarie dell'Università di Torino stanno preparando dei ‘tag’ miniaturizzato da installare sui calabroni e che inviano al radar dei segnali indicandoci l'esatta posizione». E così questa sorta di microspia consentirà di pedinare il pericoloso insetto. Indicato con un puntino sulla mappa, si potrà seguirlo fino alla sua ‘abitazione’, come il tom tom per intenderci. «E a quel punto, con delle lunghe aste cave si inietta in modo mirato l'insetticida che uccide i calabroni nel nido, riducendo al minimo l'impatto sull'ambiente».

TRAPPOLE... SESSUALI
Ma come poter mettere le mani su questo nuovo nemico delle api per installargli le 'microspie'? «Per ora usiamo delle bottiglie-trappola, in cui attiriamo la vespa velutina con una esca proteica, di solito birra che non attrae le api mellifere», dice la dottoressa Bortolotti. Intanto, all'Università di Firenze i migliori esperti nazionali di vespe, famosi anche all'estero, stanno mettendo a punto delle nuove trappole, davvero geniali. «Stanno studiando dei sistemi attrattivi sessuali, vale a dire delle esche di tipo chimico a base di feromoni, gli ormoni che attirano i maschi e le vespe regine, ossia gli esemplari che fanno figli, ma non le vespe operaie. In tal modo riusciremo non solo a monitorare, ma anche a ridurre moltissimo il numero di calabroni asiatici riproduttori all'inizio della stagione primaverile, così da evitare che fondino i nidi, risolvendo il problema alla radice». E in questo caso fare leva sul 'sesso' sarà una delle chiavi vincenti. «Dai dati riportati in letteratura - ci dice la ricercatrice del CRA - confermati dalle nostre osservazioni in Liguria, si stima che in media da ogni nido nascano 300 regine, cioè vespe riproduttrici. E di queste il 10% produce nuovi nidi: significa 30 nuovi nidi per ogni nido, in soli tre anni si arriverebbe da uno a 9.000 nidi!».

CONTRAEREA CON IL DRONE RADAR
I radar saranno di due tipi, uno fisso, tipo parabola per captare il segnale della tv, e ci stanno lavorando a Torino. Mentre a Pisa l’Università e il CNR ne stanno mettendo a punto uno ancora più sofisticato per postazioni mobili, trasportabile facilmente anche per campi e in mezzo ai boschi.
«Questo radar miniaturizzato potrà essere montato su uno zainetto o su un drone, quei tipi di minivelivoli usati ad esempio da militari e investigatori, così da poter intercettare e seguire ovunque la vespa velutina. Attenzione - avverte l'esperta - permettetemi di dire che, a differenza di quanto scritto in alcuni articoli, questo drone non sarà usato per distruggere i nidi iniettando insetticida». Anche con il drone-radar, infatti, si tratterà di scovare il nido della velutina per poi distruggerlo con veleno iniettato attraverso una lunga asta.
Un sistema che gli apicoltori liguri di Apiliguria già stanno sperimentando, dando un grosso aiuto alle istituzioni ed ai ricercatori.

SISTEMI OPERATIVI ENTRO L’ANNO
«L'allestimento del radar fisso in realizzazione a Torino - annuncia la dottoressa Bortolotti - è in fase più avanzata rispetto al radar mobile dei ricercatori di Pisa, poiché hanno iniziato prima, grazie anche a fondi regionali e al contributo dell’Associazione apistica Aspromiele, ed entro questo giugno contiamo di metterlo in azione. Mentre la tecnologia che stanno studiando a Pisa non sappiamo con certezza quando sarà pronta, ma comunque entro l'anno». Anche perché il Progetto Velutina durerà fino ad aprile 2016, quando una nuova primavera sarà agli inizi e con essa una nuova industriosa stagione per le nostre api. Che potranno contare sulla difesa intelligente dei laboriosi ricercatori italiani.  

 



Miele estero: meno caro, meno buono

Il miele delle api italiane costa un po' di più di quello estero o miscelato con mieli d'importazione. Questo perché abbiamo regole e pratiche più rigorose e costi più alti. Il prezzo medio di quello importato è di 2,99 euro. Moltissimo arriva dall'Est Europa: tra i Paesi UE Ungheria (3,35 euro/kg), Romania (3,08 euro/kg) e Polonia (2,71 € al kg).  Da fuori UE: Serbia (3.10 €/kg) e Ucraina (1,91 €/kg).
Il miele nostrano costa dai 7-8 euro al chilo (millefiori) ai circa 10 - 14 euro (acacia), senza grosse differenze se lo compra al supermercato o dall'apicoltore. Il miele cinese, ad esempio, l'Italia lo compra ad un euro e 40 centesimi al chilo: il prezzo più basso del mondo. Peccato che spesso contenga sostanze non consentite dalla nostra normativa... Ci sarà qualche motivo se il nostro è un po' più caro?

 



Il miele, dolcezza che fa bene

Ha proprietà antivecchiamento e antitumorali

Lo sapevano le nonne e oggi lo conferma la scienza. Il miele è buono e fa bene. Potrebbe essere l'icona del meglio che offre l'Italia: una grande natura, enorme sapienza agroalimentare e ricerca eccellente. «Il miele non è una banale soluzione di acqua e zuccheri semplici, come molti pensano. Ma ha molti altri elementi fondamentali che gli conferiscono non solo aromi e sapori unici, ma proprietà benefiche per la salute», chiarisce ad Acqua & Sapone la dottoressa Lorena Canuti, del Centro Ricerche Miele dell'università di Roma Tor Vergata, una vera eccellenza nazionale, nota ed apprezzata all'estero. È anche grazie a loro se sappiamo che il miele aiuta addirittura contro il cancro. «Certamente il miele ha proprietà nutraceutiche, ossia nutritive e farmaceutiche - prosegue la ricercatrice -, noi abbiamo scoperto che ha anche effetti chemiopreventivi, che cioè aiutano a prevenire il cancro. A patto che sia prodotto con particolare attenzione, applicando le buone pratiche apistiche. Quindi senza antibiotici né pesticidi ed in aree senza contaminanti e in generale con bassa pressione antropica, ad esempio nei parchi ed aree protette, dove il disturbo da presenza umana è ridotto al minimo». Queste proprietà passano nel nettare e quindi nel miele. «Si tratta dei metaboliti secondari, acidi fenolici e flavonoidi, molecole che preservano le piante da malattie ed altre insidie. Hanno anche proprietà anti-invecchiamento. Parliamo ad esempio degli antiossidanti, che aiutano anche il sistema cardiovascolare, combattono la produzione eccessiva di radicali liberi e lo stress ossidativo delle cellule. Inoltre, il miele è ricco di fruttosio e può essere mangiato in modica quantità anche da chi ha valori alti di glicemia e persino dai diabetici, sotto controllo medico. Può inoltre aiutare nel caso di acidità di stomaco e per piccoli problemi digestivi. Fermo restando che non è una panacea, va detto che aiuta la salute se inserito in una alimentazione equilibrata e sana», precisa la dottoressa Canuti. Il Centro Ricerche Miele, allevando api nel Parco nazionale d'Abruzzo, ha scoperto queste caratteristiche benefiche in alcuni mieli monoflora. Ad esempio, quelli di acacia, particolarmente ricco di antiossidanti, di castagno, eucaliptus, sulla ed altri.  «Possiamo ben dire, pur non essendo nutrizionisti, che il miele fatto come si deve fa bene alla salute in generale - aggiunge  il presidente della FAI, la Federazione italiana apicoltori, Raffaele Cirone, che da anni si sgola per far apprezzare come merita questo prodotto meraviglioso - ed ha altissimo valore dietoterapeutico, dà energia immediatamente assimilabile. Ottimi per chi fa sport sono ad esempio quelli scuri, perché ricchi di sali minerali ferrosi (castagno, abete, la melata di quercia). Quello di eucaliptus è balsamico, aiuta contro la tosse, quello di tarassaco è diuretico e depurativo... ». Insomma, porta con sé le proprietà delle piante da cui proviene il nettare. L'importante è che sia davvero di qualità, dicono all'unisono ricercatori e apicoltori. E il vero miele sano è solo quello biologico. Di certo, prendere quotidianamente un cucchiaio di buon miele addolcisce la giornata e fa benone.

 



FACCIAMO il miele migliore del mondo

I circa 60 miliardi di api italiane danno, senza esagerare, mieli unici al mondo, per qualità e varietà. Non per campanilismo, ma è un dono di natura. E non a caso i giapponesi impazziscono per il miele di nespolo siciliano, che finisce quasi tutto da loro. «Siamo l'unico Paese al mondo dove si producono dai 30 ai 40 diversi tipi di miele da nettare di unico fiore, in gergo monoflora, che sono quelli con migliori qualità. Questo grazie alla peculiare ricchezza di piante e biodiversità - spiega Raffaele Cirone, presidente della Federazione italiana apicoltori -. Ma siamo anche l'unico Stato dell'Unione Europea a rispettare l'obbligo di indicare sull'etichetta il Paese da cui proviene. Spesso invece si trovano diciture ambigue tipo “miscela di mieli comunitari ed extracomunitari”... una presa in giro per i consumatori!». È assai difficile che i mieli industriali siano tutti esclusivamente monoflora italiani. «Il nostro miele - sottolinea l’apicoltore - è uno dei pochissimi alimenti prodotti senza  tecnologie, a parte la centrifuga per estrarlo».


Condividi su:
Galleria Immagini