acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Ecco la novità: vivere senza wifi!

Crescono le “zone franche”: vivere senza telefono si può. Il pericolo Nomofobia

Lun 27 Apr 2015 | di Claudio Cantelmo | Attualità
Foto di 4

A quattro ore di automobile a ovest di Washington, mentre la strada si snoda fra dolci colline coperte di abeti, la radio dell'auto tace di colpo, le tacche del cellulare crollano sino allo zero, e l'iPad sentenzia categorico: "nessun servizio". Inutile armeggiare con i pulsanti, alzare il cellulare fuori dall'auto, guidare ancora un po', alla ricerca di qualche ripetitore o attuare il classico “spegni e riaccendi”. Siete entrati nell'ultimo lembo di terra del mondo occidentale in cui non esistono segnali radio di nessun genere. Si tratta della "Radio Quiet Zone", stabilita nel 1958 dalla Commissione Federale per le Comunicazioni, allo scopo di costruire e fare operare un potentissimo radiotelescopio, la cui antenna domina il panorama. Alto quasi 160 metri, con una parabolica di 100 metri di diametro, Green Bank, nella Virginia dell'Ovest è il più grande radiotelescopio del mondo completamente orientabile. Nel settembre scorso, grazie alle rilevazioni rese possibili da questo gigantesco orecchio puntato sull'universo, un gruppo di astronomi ha disegnato la mappa di un "superammasso" di galassie, di cui fa parte anche la nostra Via Lattea. Eppure, intorno a questa incredibile meraviglia della scienza, tutti debbono vivere come se si trovassero ancora prima che il genio di Guglielmo Marconi portasse alla scoperta della radio. Ogni minima interferenza infatti può mandare in tilt il lavoro della strumentazione. Ai 150 abitanti stabili del paesino di Green Bank è consentito possedere un telefono vecchio fisso, ma non un cellulare. Tutto ciò che sia connesso tramite wi-fi è vietato, anche il telecomando della tv o quello della basculante del garage. Niente che emetta onde radio: niente antenne tv, forni a microonde, neanche radiosveglie a batterie.

Che bello: non c'è segnale!
Una nota di curiosità, una stramberia americana? Anche, ma il fenomeno è pure una tendenza. Persino da noi, strano a dirsi vista la mania tutta tricolore di esibirsi ed esibire lo smartphone all'ultimo grido, sono sempre più i ristoranti, gli alberghi, ma anche i fast food e le osterie che vietano l'uso del telefonino e si caratterizzano come zone “no wi fi”: all'Osteria di Rubbiara, Modena, locale conosciutissimo non solo nella zona, lo smartphone non è ammesso al tavolo: occorre depositarlo in un armadietto all'ingresso, proprio come a scuola. Nei ristoranti di una nota catena romana, un cartello ben visibile invita ad evitare di esibirlo sul tavolo e se possibile spegnerlo. E la prima città nel mondo a tentare di arginare l'invasività da cellulare non è negli USA o in Australia, ma nel Friuli: tre anni fa l'idea di debellarli dai locali pubblici, lanciata dal consigliere comunale e pediatra  Mario Canciani, è stata accolta con entusiasmo dal sindaco Honsell. Nessun obbligo per gli esercenti, ovviamente, solo un caldo invito ad aderire su base volontaria: oggi l'elenco dei locali “cell free” nel capoluogo friulano include alberghi blasonati, ristoranti, pizzerie, pub. Nel mondo, poi, c'è chi va oltre: un locale di Gerusalemme propone il conto dimezzato per chi consegna sua sponte il dispositivo mobile all'entrata: la clientela variegata di ebrei, arabi e turisti, spiegano i titolari del locale, ha compreso e accettato l'iniziativa, sulla base del principio che mangiare equivalga sì a gustare il cibo, ma anche a godere della compagnia che l'invadenza del cellulare limita parecchio.

Nomofobia, questa conosciuta
C'è chi rabbrividirebbe, e rabbrividisce, alla prospettiva del '”no signal”: il fenomeno, viene da qualche tempo studiato scientificamente dal prof. Greenfield, psichiatra e docente dell'Universityà del Connecticut (USA), che l'ha dichiarata come vera patologia, battezzandola  “nomophobia”, azzeccata sintesi tra le parole “no-mobile-phone” ed il suffisso “phobia”, dal greco phόbos, paura.
Secondo gli studi di Greenfield, l’attaccamento allo smartphone è molto simile a tutte le altre dipendenze, perché causa delle interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettirore che regola il circuito cerebrale della ricompensa: in altre parole, incoraggia le persone a svolgere attività che credono gli daranno piacere. Così ogni volta che vediamo apparire una notifica sul cellulare, un messaggino o una nuova e-mail, sale il livello di dopamina, perché pensiamo – anche se sarebbe il caso di dire, speriamo - che “ci porterà qualche bella novità”, come diceva una fastidiosa suoneria in voga qualche anno fa. Il problema però è che non siamo in grado di prevedere il tipo di messaggio in arrivo, da qui l’impulso di controllare in continuazione. Proprio come giocare con una slot machine: sperando nella combinazione che ci renderà milionari, continuiamo a tirare la leva. E per controllare le notifiche non serve neppure una moneta: è sufficiente impugnare lo smartphone.

A letto con il nemico
Un sondaggio condotto dall’Ente di ricerca britannico YouGov sentenzia che più di sei ragazzi su dieci tra i 18 e i 29 anni vanno abitualmente a dormire col telefono a stretto contatto: altro chiaro segnale che qualche cosa non va. Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente, studiosi dell’Università di Genova, hanno proposto che la nomofobia venga riconosciuta anche nel nostro Paese e inserita nel «Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali», noto agli addetti ai lavori con la sigla Dsm, dal titolo dell’edizione statunitense. «Come in ogni dipendenza, il primo sintomo è la negazione – spiegano i ricercatori -. Anche se la tecnologia ci consente di sbrigare il nostro lavoro più velocemente e con efficienza, i dispositivi mobili possono avere un effetto pericoloso sulla salute: dobbiamo indagare il fenomeno ancor più in profondità e studiarne gli aspetti psicologici. Quella sensazione di “perdersi qualche cosa” se non si controlla costantemente è del tutto illusoria: quello che succede sullo schermo non ha nulla a che fare con la nostra vita».     

Condividi su:
Galleria Immagini